ANGELA KINCZLY, TENSE DISORDER EP, NEUROSEN/SRI PROD’S 2016

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Grazie all’incontro con Francesco D’Abbraccio degli Aucan, l’artista italo ungherese abbandona la lingua italiana per far posto all’inglese e la forma cantautorale più classica che avevano caratterizzato il precedente lavoro, “La visita”, per tuffarsi in sonorità dubstep e techno-ambient. Francesco ha prodotto i primi tre brani dell’EP nei quali Angela si muove in un territorio liquido, ipnotico, affrontando temi quali  nevrosi, paranoia e stalking. Tense Disorder è un pullulare di ritmi frenetici, in Spies invece i tempi sono rallentati, la voce di Angela si fa amalliante e il brano ci ricorda alcune cose del recente disco di Gemma Ray, in Dark Secret Love si racconta l’amore malato, persecutorio e così il ritmo torna a essere martellante e l’atmosfera a tratti più inquietante. A Notion è invece dedicata alla guarigione, alla fine delle tensioni, delle ossessioni e celebra “just you and me”. Anche se l’uso dell’elettronica resta prevalente in questo brano di chiusura, prodotto da La Tarma, emerge maggiormente l’attitudine acustica dalla quale sicuramente è partito il progetto: un omaggio all’amata chitarra, strumento che la cantautrice insegna in diverse scuole di Brescia, la sua città. Ammetto che prima di questo disco non conoscevo Angela Kinczly, ma mi sono davvero incuriosita per la poliedricità del suo percorso artistico, che in passato è stato definito elettrofolk. Se non lo avete già fatto vi consiglio quindi di andarvi ad ascoltare anche la discografia precedente: vi stupirà. Copertina del Cd stupenda! (Katia Del Savio)

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PIN CUSHION QUEEN: NEL SEGNO DI TIM BURTON

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Nuovo appuntamento per INDIANA MUSIC MAGAZINE, che questa volta vi porta alla scoperta dei Pin Cushion Queen, formazione bolognese di cui potreste aver già letto dalle nostre parti, impegnata nella composizione di una trilogia della narrazione fatta di personaggi (Characters), ambientazioni (Settings) e storie (Stories). Una proposta che ha pochi riferimenti nell’attuale panorama italiano, e che ci fa piacere presentarvi attraverso una bella intervista. Ottimi anche i dischi selezionati per le nostre recensioni del mese, in un finire di anno che sta regalando qualche bella sorpresa: Angela Kinczly, Pavo Pavo, Opeth, Ohio Kid e Fujima. Cliccate sulla copertina qui sopra, il download del magazine è gratuito!

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BOL&SNAH, SO?NOW?, GIGAFON RECORDS 2016

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Titolo enigmatico al limite della grafica esasperata per il progetto che vede insieme Hans Magnus “Snah” Ryan, chitarrista dei Motorpsycho e il trio norvegese prog-rock BOL composto da Tone Åse, Ståle Storløkken e Tor Haugerud. Rompendo ogni indugio, annuncio che il risultato è poetico e potente al tempo stesso, ricco, sembrerà strano vista la nazionalità dei protagonisti, di passione e passionalità. The Sidewalks, brano d’apertura, sposa alla perfezione la voce di Tone Åse, a tratti vicina alla vivacità di Kate Bush, con il wall of sound dei suoi compagni regalando l’impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di nuovo. Per la forma e gli arrangiamenti i sei brani più che al rock guardano alla scena free jazz, proponendo un’infinita sequenza di mood, suggerimenti melodici e ritmi incalzanti: #tahtfeeling, forse è la traccia che meglio rappresenta le intenzioni serie e battagliere dei BOL&SNAH. Un album per tutti quelli che dimostrano di possedere il coraggio e la volontà di cambiare: se ci fosse mai un equilibrio tra uomo e natura, forse lo si potrebbe trovare tra i solchi di SO?NOW? (Matteo Ceschi)

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OHIO KID, EVERYONE WAS SLEEPING AS IF THE UNIVERSE WERE A MYSTAKE, 2016

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Amori finiti, un esilio volontario nel piccolo e agiato Lussemburgo, lontano dai piaceri carnali della natia Bologna, rendono questo disco dal titolo assai lungo un’ottima cartina al tornasole delle passioni migranti che contraddistinguono la nostra contemporaneità. Personalmente non adotterei la definizione “anti-folk” per il secondo lavoro di Ohio Kid piuttosto quella di “post-grunge”; se di maestri vogliamo parlare, mi rifarei alle atmosfere laceranti e distorte dei Sonic Youth (The Universe is a mistake) e alle tenui melodie di Kurt Vile (Cattle). Everyone was sleeping as if the Universe were a mistake lascia sospesi i nodi esistenziali dell’autore e dell’ascoltatore ed è proprio questa sua naturale apertura a possibili scenari e soluzioni che conquista. Tutto suona bene e al suo posto nella misura in cui si percepisce che è molto a rimanere irrisolto (non solo musicalmente). Un ottimo disco che non ha bisogno di altre parole per spiccare il volo verso il cuore della tempesta. (Matteo Ceschi)

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FUJIMA, FUJIMA EP, HOPETONE RECORDS 2016

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Originari di Oristano, i Fujima racchiudono in questo omonimo Ep d’esordio l’esperienza di ormai 5 anni passati insieme sui palchi della Sardegna, dove hanno trovato una formula che se a tratti è derivativa (c’è molto James Mercer degli Shins, più un mix di influenze diverse dalla costellazione “indie”) è però anche sorretta da una spinta creativa autentica, che si esprime al meglio proprio nella scrittura dei pezzi, apprezzabilissimi per l’inventiva e la fluidità. Si comincia bene con Spaceship girl e si prosegue ancora meglio con Manly snowman, brano ricco di ingegno e di varietà interna, per giungere all’accattivante singolo Fiction is in you. Meno immediata, più ardita nel suo raffinato intreccio strumentale, è l’ottima Good times, che stuzzica l’intelletto prima delle orecchie (e, si intenda, va benissimo così), finché a metà l’intreccio si scioglie e si apre lo spazio per il libero scorrere delle emozioni. La spinta propulsiva – una delle più belle caratteristiche di questo lavoro – continua e porta a White, dove di nuovo il quartetto se la cava molto bene con gli strumenti, per poi concludere la manciata di brani con Outside the cold storage e la sua lunga parentesi strumentale, sempre molto stimolante per la nostra materia grigia. Arrivati in fondo verrà voglia di ricominciare, alla scoperta dei tanti particolari nascosti di questo ottimo lavoro. (Elisa Giovanatti)

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TASH SULTANA, NOTION EP, AUTOPRODUZIONE 2016

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Ammetto di averla scoperta per caso, shazamando una canzone che stava passando su Lifegate Radio mentre ero al volante; poi, come sempre, Google e YouTube mi sono venuti in soccorso, rivelandomi una storia personale difficilissima che per fortuna si è convogliata positivamente, nella musica, dopo anni di droghe e quant’altro. Tash Sultana è una giovanissima australiana che ha suonato per anni come busker sulle strade di Melbourne ed è ora un vero e proprio astro nascente, con numeri impressionanti su YouTube e Spotify. Sta girando il suo Paese in un tour imponente e ha in programma una tournée internazionale nel 2017, con parecchie date negli USA e 3 date in Italia la prossima estate. Vocalist e multistrumentista, si fa notare per i virtuosismi alla chitarra e nell’uso della pedaliera (loop e riverbero), costruendo la sua musica su ostinati e stratificazioni successive di linee di chitarra. Synergy, il pezzo di apertura dell’Ep, mette subito in chiaro quale sia il metodo, e se la formula bene o male è sempre la stessa, il risultato ha sempre una certa freschezza, con il talento di Tash che riesce a ricavare una notevole varietà, passando da ritmi funky a pezzi quasi ska o reggae (il singolo Jungle) fino alla rilassatezza di Gemini (dove la sentiamo anche alla tromba) o Notion, con un bell’assolo conclusivo, altro elemento ricorrente. Interessantissimi anche i due brani live (Big Smoke Pt 1 e Pt 2), sempre interamente suonati da Tash. Una bellissima scoperta che non vediamo l’ora di vedere più da vicino. (Elisa Giovanatti)

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HIBOU MOYEN, FIN DOVE NON SI TOCCA, PRIVATE STANZE 2016

Giacomo Radi dopo anni di musica rock (Dafne, Sistema, Rosemary’s Lane) si è preso una pausa per assecondare una sempre più pressante esigenza di scrivere canzoni: è così che è nato il progetto solista Hibou Moyen, con le sue trame acustiche e intimistiche, giunto qui al secondo album. Con la produzione artistica di Umberto Maria Giardini – precedentemente noto come Moltheni – la musica di Hibou Moyen guadagna in varietà di registri, perché è vero che il tono dell’album è perlopiù delicato, intimo, introspettivo, ma qualche virata energica c’è e non poteva essere altrimenti, per un lavoro che con sincerità e passione si immerge nelle profondità dell’animo umano, scandagliando vette e abissi di tutto lo spettro dei sentimenti. Il colore generale è in prevalenza plumbeo, come la copertina lascia intuire, ma non mancano momenti più lievi e ariosi (Miei nodi, per esempio). Il titolo del lavoro è preso in prestito da un verso della bellissima Il naufragio del Nautilus, pezzo d’apertura fra i più riusciti dell’intero album. (Elisa Giovanatti)

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PAVO PAVO, YOUNG NARRATOR IN THE BREAKERS, BELLA UNION/PIAS 2016

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Interessantissimo debutto per i newyorkesi Pavo Pavo, talentuoso quintetto nato tra le mura di Yale, dove tutti i componenti hanno studiato musica (guadagnandosi anche qualche collaborazione importante, vedi John Zorn), e si sente: l’inventiva, la facilità del songwriting, la complessità e maturità del lavoro effettuato in studio (sovraincisioni, utilizzo di strumenti vintage, innumerevoli interventi di alto artigianato musicale)  sono sorprendenti, e sfociano in un album che porta alla mente artisti fra loro lontanissimi – il genio di Brian Wilson che aleggia, i vocalismi dei Grizzly Bear, il glam rock degli Sparks e tantissimo altro ancora – ma che, in maniera altrettanto evidente, è molto più della somma delle loro influenze. Tra sperimentazione e pop, Young narrator in the breakers sfugge a qualsiasi tipo di catalogazione e regala una fortissima impronta personale. Pezzi freschi, ritmati, scintillanti (Ran, ran, run, 2020, We’ll have nothing going on), oppure dolci e lirici (Somewhere in Iowa, Wiserway), oppure squarci di pura inventiva (Belle of the ball, John (A little time)), raccontano la magia e il panico del passaggio dall’adolescenza alla vita adulta, ed il senso di perdita e di malinconia che accompagna questo passaggio. Quello che è sicuro è che in questo disco si fluttua e ci si perde ad ammirare la leggerezza di una musica eccezionalmente ben fatta. (Elisa Giovanatti)

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INDIANA PLAYLIST AUTUNNO

indiana-playlistgennaioLasciatevi ispirare dall’INDIANA PLAYLIST di autunno, composta come sempre da ingredienti nostrani ed esotici, ma tutti genuini e provenienti da produzioni indie doc. Buon ascolto con Parranda Groove Factory, Giovanni Ferrario Alliance, Piers Faccini, Opeth, Francesco Di Bella, Steve ‘n’ Seagulls, Suzanne Vega, Hello Shark, Martino Adriani e Barro.

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JOSEPH PARSONS: QUANDO IL ROCK NON DIMENTICA LE SUE ORIGINI

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Ce la siamo presa comoda, ma finalmente torna INDIANA MUSIC MAGAZINE! La cover story, prima di tutto: protagonista del numero è Joseph Parsons, artista statunitense e per la verità cittadino del mondo, fra i padri della scena emo-folk-rock di Filadelfia, che ha recentemente pubblicato il bellissimo doppio album The Field/The Forest. Con una seconda intervista, quella a Carla Zerbi (Rouge Promozione Musicale), abbiamo cercato invece di andare incontro alle vostre curiosità sulle diverse professionalità coinvolte nella filiera discografica, approfondendo qui il lavoro di promozione grazie allo sguardo attento dell’intervistata. Molto ricca anche la sezione recensioni, con Francesco Di Bella, Mother Island, Hello Shark e Piers Faccini. Cliccate sulla copertina e passate un Halloween da indiani!

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