Monthly Archives: September 2015

INDIANA PLAYLIST SETTEMBRE

INDIANA PLAYLIST quadratoBordeaux

Per non farvi intristire troppo in questo inizio di autunno vi proponiamo una medicina antidepressiva: la musica! Eccoci allora a presentarvi i 12 brani dell’ INDIANA PLAYLIST di SETTEMBRE, che si apre e si chiude con due voci femminili: Tracey Thorn, con la sua intimista Let me in e Joss Stone con la sensuale-mediterranea Let me breathe. E per rimanere in tema di cantautorato femminile troviamo più avanti la struggente Fakhita, tratta dal bel disco di debutto di Mimosa. E poi la nostra selezione si addentra nei più svariati meandri sonori, dal cantautorato folk di Fraser A. Gorman – qui con Book of love, contenuta nell’album Slow gum, in bilico fra Bob Dylan e Lou Reed – al metal dei tedeschi Child of Caesar, rappresentato dal brano Lost Scarifice,  fino allo slowcore dei Low, che qui potete assaggiare nell’ipnotica The Innocents. Non ci resta che augurarvi buon ascolto!

BBBB

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KADAVAR, BERLIN, NUCLEAR BLAST/TEE PEE REC. 2015

Kadavar-Berlin_easy

Senza girarci troppo intorno, Berlin, terza fatica dei tedeschi Kadavar (mi raccomando, non fatevi intimorire troppo dal nome horror!), sale in cima alla lista delle mie personali preferenze del 2015. Se a ciò aggiungiamo una copertina (opera della fotografa Elizaveta Porodina) degna dei migliori e più spinti “Seventies Dreams”, rischiamo di raggiungere una perfezione pitagorica dai risvolti mistici e misticheggianti. Deliri a parte, con l’album che prende il nome dalla città natale Lupus Lindemann, Tiger Bartelt e Simon Bouteloup riescono ad alzare ulteriormente l’asticella rispetto ai precedenti ed ottimi lavori, in particolare Abra Kadavar del 2013.

Kadavar 2015a_Joe Dilworth_easy

Appurato che il modello rimane quello di un hard rock duro & ruvido, un po’ à la Sons of Anarchy, se me lo concedete, bisogna proprio ammettere che il trio tedesco è riuscito ancora una volta a stupire quanti già avevano gridato al miracolo. Rispetto al passato più recente il sound si dilata fino ad abbracciare, in occasione della potente Last Living Dinosaur, le ragioni di una potenza psichedelica dai rivolti dark. Con The Old Man, invece, la band vira verso umori decisamente più popular – ma non per questo scontati – e strizza l’occhio alla semplicità assassina dei KISS, per poi decollare in direzione di una galassia sonora di cui avevamo perso memoria e coordinate. A completare il capolavoro, se non bastasse, arriva, infine, la bonus track, Reich der träume: il brano, un’epica cavalcata verso l’empireo che molto si avvicina alle atmosfere sospese di Nel corso del tempo di Wim Wenders, sboccia all’improvviso offrendo all’ascoltatore la possibilità di sbirciare nel futuro di una delle band più promettenti del Vecchio continente. (Matteo Ceschi)

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TEHO TEARDO INCONTRA MAN RAY: INTERVISTA SU INDIANA MUSIC MAGAZINE

Cover-SETTEMBRE 2015

INDIANA MUSIC MAGAZINE torna dopo l’estate con il suo numero 10, un’uscita per noi particolarmente importante: intanto perché abbiamo l’onore di ospitare Teho Teardo, che in una bella intervista ci accompagna all’ascolto del suo nuovo album e ci svela alcune delle mille sfaccettature del suo mondo artistico; e poi, perché con questo numero festeggiamo il nostro primo compleanno da indiani, un traguardo per il quale ringraziamo tutti voi, invitandovi a continuare l’avventura. Per l’occasione presentiamo una nuova grafica per il magazine, ancora più pulita e leggera, impegnandoci a lavorare per migliorare di giorno in giorno. Come sempre spazio anche alle migliori recensioni del mese: Mimosa, Fraser A. Gorman e Tracey Thorn. Il tutto gratis, semplicemente cliccando sulla copertina qui sopra. Buona lettura!

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OUGHT, SUN COMING DOWN, CONSTELLATION 2015

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Orfani di Lou Reed – lui e i suoi Velvet, insieme a Talking Heads e Sonic Youth, sono i pilastri dell’immaginario sonoro della band di Montreal, così newyorkese, così urbano – gli Ought lo omaggiano in qualche modo con Men For Miles, aprendo così il secondo atto della loro carriera, non meno potente e interessante del primo. L’alienante routine quotidiana, le richieste assillanti cui ci sottopone la vita contemporanea, sono il bersaglio preferito di una critica sociale lucida e feroce, spesso incontenibile, tanto da seppellire la melodia sotto l’incessante fluire delle parole. “I’m no longer afraid to die/Because that is all that I have left/ Yes”, dice Tim Darcy in Beautiful Blue Sky, con quel “Yes” cantato con voce quasi estatica e una sorta di senso di sollievo: è l’angosciante riconoscimento di una persona ormai travolta dalla pressante routine, eppure quel “yes” afferma una scelta, vibra, smuove qualcosa. Proprio qui sta il centro dell’album, decadente, corrosivo, disturbante, eppure capace di svelare una vitalità inaspettata. Gli andamenti ossessivi delle tracce sono continuamente increspati da nervosismi, interferenze, spigolosità che forse non sono altro che l’irrompere dell’incontenibile carica istintiva primordiale del quartetto, una vivacità e un vigore che portano con sé i semi di qualcosa di costruttivo; una potenza davvero incisiva, la stessa che si dice sia dirompente nei live degli Ought, ma che ci sembra molto ben presente anche in studio. (Elisa Giovanatti)

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CHILD OF CAESAR, LOVE IN BLACK, INVERSE RECORDS 2015

Love in Black

Non lasciatevi tradire dall’incipit di Defctor. Datemi retta! L’album della band tedesca che ha scelto come frontman l’ottimo Daniel Mitchell, già voce degli statunitensi Autumns Eyes, va ben oltre il comune concetto restrittivo di “gothic rock”. Infatti, i Child of Caesar mano a mano che l’album si lancia sul giradischi dimostrano di possedere uno spessore artistico ricco di sfaccettature sonore che, partendo dalle radici del metal anni Novanta, prova ad ibridarne la matrice con sorprendenti innesti sonori che guardano all’azzardo dei primi Soundgarden, quelli di Ultramega OK, ma al contempo non dimenticano il gusto un po’ dark e sornione dei Depeche Mode più rock. Comunque lo vogliate leggere, Love in Black, nonostante la sua debordante potenza, è un album godibilissimo, come pochi se ne possono oggi ritrovare sul mercato. Così godibile da essere subito risuonato una seconda volta. La miscela di aggressività e una sensibilità pop(ular) capace in una manciata di minuti di infrangere le gabbie discografiche, aiutano non poco il lavoro a conquistarsi l’attenzione del pubblico. Lost Sacrifice – con la sua massiccia sezione ritmica, guidata dal batterista Dino Cadavian, e il continuo e fitto dialogo tra le due chitarre – è forse il migliore modo per studiare da vicino il DNA di questo neonato quartetto metal che non faticherà certo a fare parlare di sé. Comunque lo si voglia etichettare, Love in Black sicuramente entra tra i cinque migliori album metal o hard rock dell’anno. (Matteo Ceschi)

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MIMOSA, LA TERZA GUERRA, GAS VINTAGE 2015

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La parola talento viene spesso abusata, ma nel caso di Mimosa Campironi è difficile trovare un sinonimo per descrivere la sua potenza artistica, la sua passione per esprimere una vasta gamma di sentimenti attraverso arti diverse, visto che oltre a essere cantante e musicista è attrice di cinema e teatro. Il diploma in pianoforte al Conservatorio ha permesso a Mimosa di giocare qui con tutte le varianti dello strumento, dall’antesignano clavicembalo al piano a coda, dal pianoforte preparato a quello giocattolo. La terza guerra è un album ricco di vicende, storie, soprattutto al femminile, raccontate tutte con lodevole originalità e con stili dalla forte personalità. La titletrack, che apre l’album, è frenetica, come la città dove si svolge il racconto: Milano. E la frenesia è resa quasi folle dall’uso del theremin. In Fame d’aria, brano che Mimosa dedica al padre scomparso, si apre sempre di più fino a un finale alla Debussy e descrive come frammenti di vita vissuti del padre, fotografie, vinili anni ’70 le trasmettono ciò che il genitore non può più raccontarle. In Gli effetti si fotografa la realtà alterata dalla cocaina, dall’alcol degli happy hour o dallo shopping compulsivo, una situazione dalla quale la protagonista vuole uscire pur sapendo che comporta realizzare che la parola “diritto” è sparita e che in quest’epoca “si lavora senza guadagnare”. Un pugno nello stomaco arriva diretto quando si ascolta Fakhita, Ave Maria dedicata a una prostituta africana sfruttata in Italia: una canzone struggente, che tocca nel profondo. In Voglio avvelenarmi un po’ torna il rapporto con la città e più precisamente con il monossido di carbonio: la protagonista è disposta a morire inalando gas di scarico pur di vivere insieme e al suo amore: brano divertente più parlato che cantato. In Bambola il piano toy aiuta a descrivere la vita di una ragazza diventata “di pezza”, o un pezzo di arredamento, che però semina “speranze sul parquet”. E poi c’è Non ero io, altro toccante episodio in cui una donna è vittima, in questo caso dell’acido lanciatole addosso dall’ex fidanzato. Ma Mimosa non cade in facili luoghi comuni, soprattutto nell’uso sapiente della voce, del linguaggio parlato e musicale, dell’ironia, provocando stupore nell’ascoltatore. Ecco, stupore è un concetto che i veri artisti non dovrebbero mai perdere di vista. Ottimo debutto! (Katia Del Savio)

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LIMONE, SECONDO LIMONE, DISCHI SOVIET STUDIO 2015

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Un soffice pop elettronico accompagna i pensieri di Limone, cantautore veneto alla seconda prova discografica. Metafore originali, sarcasmo e ondate di freschezza invadono Secondo limone fin dal primo brano intitolato Qui lo dito e qui lo lego: “Ma sinceramente l’emozione la più intensa l’ho provata quella volta che ho guardato quel servizio a Studio Aperto del gattino molto stanco non scendeva più dal ramo”. Curiosa ad esempio è Capotasto, che utilizza il linguaggio musicale per raccontare la suddivisione delle “porzioni” dell’esistenza: “E se la vita è un’esperienza in 4 quarti/al lavoro io darei una semicroma/all’amore io darei una pausa e un quarto”. Ma la più divertente è Ho deciso di iniziare a leggere, presa in giro di chi deve a tutti costi citare registi, pittori, intellettuali per sembrare più colto: “Bevo da bottiglie di Morandi per disinibirmi/Taglio anche le tende della doccia come fa Fontana”. Se deciderete di ascoltare questo piacevolissimo disco fatto di piccole storie intime e pubbliche, amore e pensieri in libertà non vogliamo togliervi il gusto di scoprire altre strofe che vi faranno sorridere, a volte anche con amarezza (o asprezza, visto che siamo nella famiglia degli agrumi.)… Vi segnaliamo solo uno degli altri titoli che lo compongono per entrare un’ultima volta nel clima del disco: Amanda Knox trova un nuovo coinquilino. Oltre a Limone (Filippo Fantinato), alla voce, al piano, alle chitarre e al synth, hanno collaborato al disco distribuito da Audioglobe Paolo Pigato (basso) e Christian Paganotto (batteria). Da segnalare infine la bella grafica di copertina e del libretto del Cd.  (Katia Del Savio)

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FRASER A. GORMAN, SLOW GUM, MARATHON ARTISTS 2015

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23enne di Melbourne, amico di Courtney Barnett – con la quale condivide etichetta ed alcuni stilemi, e spesso e volentieri anche il palco – Fraser A. Gorman debutta con Slow Gum, un album che ha in Bob Dylan, Neil Young, The Band, l’Americana e il miglior folk-roots anni ’70 la principale (ma non unica) fonte d’ispirazione, insieme a qualche richiamo black. Basta guardarlo, nelle numerose foto seppiate o in bianco e nero, coi riccioli alla Dylan, le giacche di jeans o i maglioncini anni ’70, per vedere tutto il suo amore per la tradizione musicale a stelle e strisce: chitarra acustica, lap-steel, organo hammond o piano rhodes, armonica e melodie senza tempo fanno il resto, eppure non è semplice revival. C’è a volte un sottile piglio ironico, uno sguardo stralunato, un modo un po’ svogliato e un’aura vagamente crepuscolare, che a tratti ricordano un certo Lou Reed, il più delle volte suonano originali; c’è, soprattutto, una grande capacità e scioltezza nella scrittura di testi dal fascino indiscutibile, soprattutto laddove sono musicati nella maniera più scarna.  L’album vacilla leggermente in alcuni pezzi della parte centrale, offrendo le sue perle, invece, all’inizio e alla fine: Big Old World, l’acclamato singolo Book Of Love e la struggente, conclusiva Blossom & Snow, i brani più schietti ed essenziali. (Elisa Giovanatti)

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