Monthly Archives: April 2018

INDIANA PLAYLIST PRIMAVERA 18

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Attenzione! Gli Indiani sono tornati con la loro nuova spumeggiante Playlist. Fatevi trasportare dalla musica indie che abbiamo selezionato per voi. Come sempre ce n’è per tutti i gusti: da Jack White ad Alessio Alessandra, da Mimosa a Fantastic Negrito. Pronti a schiacciare play?

 

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CIAO MARIO

20180411_152146-1-1-1Il 10 aprile se n’è andato Mario De Luigi, direttore ed editore di Musica e Dischi, il mensile dove noi tre Indiani abbiamo lavorato o collaborato e dove ci siamo conosciuti. Per ricordarlo pubblichiamo questi nostri pensieri.

<Ti devo dare una bella notizia e una brutta notizia. Quale vuoi sentire prima, dimmi tu?> Mario voglio ricordarlo così, in plancia di comando a M&D, nel suo ruolo naturale di capitano. Quella volta volli sentire prima la brutta notizia – dovevo riscrivere il mio pezzo – e poi la buona – era pronto il mio compenso. Mario è stato un maestro, uno dei tanti che ho avuto la fortuna di incontrare. Quel giorno, lui non me lo disse ma me lo fece intuire, dietro la porta della redazione di via De Amicis c’era una coda di giovani critici pronti a prendere il mio posto dopo il passo falso appena compiuto. Me lo fece capire, come solo i veri maestri sanno fare. Tornai a casa e riscrissi l’articolo da capo contento della seconda occasione che mi aveva concesso. Se oggi continuo a occuparmi di musica su riviste e libri lo devo anche a lui e a quella sua ferma quanto gentile bacchettata. Un rimprovero che ogni tanto sento vibrare quando talvolta la pigrizia sembra vincermi. Allora penso a Mario e mi diverto ad immaginare i volti di quanti, dietro a quella porta, non hanno avuto l’occasione. (Matteo Ceschi)

Aveva modi gentili Mario De Luigi, gentili e fermi: “Ne ho visti tanti di laureati che non sanno scrivere. Ora passi delle belle vacanze, segua l’attualità, ci scriva su qualcosa e me lo mandi. Se mi convince ne riparliamo a settembre”. Ho cominciato così a lavorare sotto la sua direzione in Musica & Dischi, giovane, ultima arrivata nella squadra. Sotto il suo sguardo attento sono stata accolta, messa alla prova, apprezzata e valorizzata, e non bastano certo poche righe per raccontare il bagaglio umano e professionale che da allora porto con me. Restano la mia profonda gratitudine e il ricordo di un uomo colto, onesto, orgogliosamente indipendente. Un uomo buono a cui ho voluto bene. (Elisa Giovanatti)

Io sono un’accumulatrice seriale. Così, quando ho saputo che te ne eri andato, Mario, sono scesa in cantina e ho recuperato un po’ dei vecchi numeri di Musica e Dischi ai quali avevamo lavorato insieme (dai quali ho preso questa foto che ti fece Bruno Marzi e che qui appare in una forma un po’ “vintage”), compreso lo splendido speciale per i 50 anni della rivista, nel 1995, quando io ero una ventenne alle prime armi e con tutta la redazione organizzammo una bellissima cena di gala nelle sale affrescate del Museo della Scienza e della Tecnica di Milano per festeggiare. In vent’anni di lavoro nella “rivista per gli operatori del settore musicale” ho ovviamente accumulato tantissimi ricordi accanto a te, Mario, direttore schivo, pacato, a volte un po’ troppo distaccato e quasi sempre refrattario alle novità, cosa che ci faceva spesso scontrare nelle mitiche riunioni di redazione, momento che a me piaceva comunque sempre moltissimo perché amavo il confronto con te e con gli altri carissimi colleghi, che in questi giorni tristi ho risentito quasi come se fossero di famiglia. Sì, perché, anche se non te ne rendevi conto, avevi formato una bella squadra, soprattutto di donne, che ora che non ci sei più si sente un po’ orfana. Lavorando per Musica e Dischi ho avuto la possibilità di conoscere il mondo della musica “dal di dentro”, di imparare da te molte cose del mestiere di giornalista (che qualcuno ha definito come “il più bello del mondo”), anche se tu non amavi dirci direttamente come le cose andavano fatte, lo dovevamo capire da soli, sbagliando, attraverso una sorta di “metodo Montessori”. Grazie Mario, anche se forse non lo sapevi, ci mancherai. P.S. E’ stato bello vederti solo pochi mesi fa alla mostra dedicata alle  foto dell’archivio di M&D e spero che la tua preziosa eredità non vada perduta. (Katia Del Savio)

 

AUGUSTINE: LA LIBERTÀ NON È GRATIS

Giunto al ventisettesimo numero, INDIANA MUSIC MAGAZINE torna con una ricchissima intervista a Sara Baggini, in arte Augustine: cantautrice italiana dall’originalissima creatività, Augustine racconta le sue fonti di ispirazione, i percorsi della propria creatività ed il suo nuovo Grief and Desire in una chiacchierata davvero densa di spunti. Densa anche la sezione dedicata alle recensioni, che spazia da Generic Animal a Carlot-ta, da Zara McFarlane a Paolo Spaccamonti & Jochen Arbeit, per concludere questa volta con un libro (Matteo Ceschi). Per cominciare: cliccate sulla copertina qui sopra!

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PAOLO SPACCAMONTI & JOCHEN ARBEIT, CLN, BORING MACHINES/ESCAPE FROM TODAY 2018

Arrivo con un leggero ritardo all’ascolto dell’ultimo lavoro di Paolo Spaccamonti e Jochen Arbeit (Einstürzende Neubauten), due talenti eclettici e mai fermi la cui opera d’altronde presuppone e merita un approccio attento, non superficiale. Il titolo dell’album si riferisce alla piazza CLN di Torino, fatta di simmetrie (due fontane dedicate ai fiumi Po e Dora Riparia, due chiese alle spalle), di storia (sede della Gestapo durante l’occupazione tedesca, oggi dedicata al Comitato di Liberazione Nazionale), di arte (vi si svolge una delle scene più famose di Profondo rosso di Dario Argento). Un luogo speciale, quindi, intriso di suggestioni, da cui partono le esplorazioni di Spaccamonti e Arbeit: incontratisi proprio a Torino, i due hanno registrato qualche ora di materiale (pezzi strumentali per due chitarre ed effetti) di cui CLN, con i suoi 7 pezzi, è il distillato; sonorità liquide, distorte, perlopiù scure, vanno a costruire una massa elettrica vigorosa, suddivisa in 7 episodi, che cresce nei dettagli ad ogni ascolto, rivelandosi come singolare risultato di procedimenti rigorosi e libertà improvvisative. Il dialogo fra le due chitarre è un incontro fra due diverse visionarietà, e si ha a tratti l’impressione che l’esplorazione sonora che ne è nata avrebbe potuto continuare ancora per chissà quanto tempo. (Elisa Giovanatti)

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MATTEO CESCHI, UN’ALTRA MUSICA. L’AMERICA NELLE CANZONI DI PROTESTA, MIMESIS 2018

Lungo una parabola che va grossomodo dal secondo dopoguerra – con un ovvio sostare sugli anni ’60-’70 – fino ai giorni nostri, il collega Matteo Ceschi (storico, americanista, giornalista musicale, fotografo, già autore di diversi testi dedicati alla controcultura statunitense) in Un’altra musica esplora le dinamiche attraverso cui una canzone diventa una canzone di protesta, restituendoci un’ampia fetta di storia americana contemporanea. Si tratta di un percorso affascinante, condotto non come un saggio esaustivo – non è questa l’intenzione – ma come una narrazione per immagini e casi esemplari, spesso ad alto contenuto simbolico: è, in particolare, l’analisi di tre brani leggendari (This land is your land di Woody Guthrie, Blowing in the wind di Bob Dylan e Kick out the jams degli MC5) a reggere lo snodarsi della narrazione di Matteo ed il suo addentrarsi nelle innumerevoli pieghe del rapporto dialettico musicista/ascoltatore. Proprio in questo rapporto, nel ruolo attivo del pubblico, nel suo appropriarsi di una canzone, si annidano gli elementi chiave che permettono di definire cosa sia una canzone di protesta; proprio lì, nello scambio autore/pubblico, avviene la fondamentale costruzione di senso che tramuta una canzone in inno generazionale, tanto che sono moltissimi i casi di canzoni che acquistano una sorta di vita propria, che trascende non di poco l’intenzione del loro stesso autore e che le riporta in vita in momenti diversi della storia di un Paese. La prosa sempre ricca e succosa di Matteo Ceschi, coadiuvata da interviste con alcuni autori e interpreti (Wayne Kramer degli MC5, “Country Joe” McDonald e il folk singer Jim Collier), restituisce in pieno il clima di impegno, cambiamento e passione che si è respirato e talora si respira ancora in frangenti più o meno recenti della storia americana. È bello lasciarsi andare alle riflessioni e agli spunti suggeriti dall’autore facendo riecheggiare, nell’aria e nell’anima, le varie canzoni citate, a cui possiamo anche aggiungerne delle altre, grazie agli strumenti critici che ci fornisce la lettura. E chissà che non si risvegli, così, qualche coscienza sopita. (Elisa Giovanatti)

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