Author Archives: indianamusicmag

VOCI PER LA LIBERTA’ – UNA CANZONE PER AMNESTY: I VINCITORI

unnamed (2)Si è conclusa domenica 22 luglio la 21ma edizione di Voci per la libertà – Una canzone per Amnesty, la rassegna che ogni anno premia gli artisti, big ed emergenti, che si sono distinti per aver realizzato canzoni di qualità sui diritti umani. Il riconoscimento per la sezione big è stato vinto da Brunori sas con “L’uomo nero”, cantautore che si è anche esibito da solista, voce e chitarra, sul palco di Rosolina Mare nel corso dell’ultima serata del festival. Il premio dedicato agli emergenti, valutato da una giuria composta, fra gli altri anche da Katia Del Savio di Indianamusicmag, è andato dai Pupi di Surfaro (nella foto il cantante Totò Nocera) con “Gnanzou”, brano che narra della fuga di un migrante verso un porto sicuro. Il gruppo di Caltanissetta, con l’album autoprodotto “Nemo profeta”, è anche fra i finalisti del Premio Tenco. Il loro è un tosto “nu kombat folk”  che non lascia indifferenti. Il Premio della Critica è andato al cantautore, anche egli siciliano (di Pantelleria) Danilo Ruggero. Il premio del pubblico è stato assegnato a La Malaleche, trio che propone patchanka folk.

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PAOLO RICCA: FANTASIA E IMPROVVISAZIONE ASPETTANDO I SOFT MACHINE

Rieccoci qui, ad augurarvi una buona estate con il ventottesimo numero di INDIANA MUSIC MAGAZINE, un’uscita di cui siamo particolarmente orgogliosi per la ricchezza dei contenuti: grazie quindi a Paolo Ricca, compositore e arrangiatore torinese che non si è certo risparmiato per questa interessantissima intervista che qui vi proponiamo, in cui si spazia per gli anni ’70, il nuovo disco Mumble, la collaborazione con John Etheridge dei Soft Machine, e molto altro. A seguire una scorpacciata di recensioni e consigli per i vostri ascolti estivi: con Liz Vice, Meganoidi, Foscari, Cimini, Postino e Belize sarete in ottima compagnia, parola di Indiani! Non vi resta che cliccare sulla copertina qui sopra, e buona lettura.

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LIZ VICE, SAVE ME, LIZ VICE MUSIC 2018

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A distanza di quattro anni dal disco di debutto, Liz Vice, da Portland (Oregon), protagonista di una delle prime interviste di Indiana, torna con il secondo album. Una leggera pioggia apre il brano Drift Away, un gospel in cui la voce Liz dimostra di essere evoluta, di aver acquisito una profondità che nel precedente There’s a light mancava ancora. La ragazza cresciuta in una chiesa in Drift away parla della deriva dove rischia di finire chi non riesce ad “ancorare” Gesù. E dopo questo brano emotivamente forte e quasi spettrale la successiva Baby Hold alleggerisce un po’ l’atmosfera con un soul in perfetto stile Stax, con i fiati in evidenza e un coro a sostenere la potente voce di Liz. Brick to brick, dal suono più essenziale ed elettronico, invece, strizza più l’occhio a sonorità contemporanee, e con il suo crescendo non starebbe male anche nelle corde vocali di Adele (decisamente uno dei miei brani preferiti!). Nella successiva Red Roses, la rilassatezza della voce e dell’arrangiamento dolcemente soul richiama invece Sade. Fancy Feet, in bilico fra jazz e soul, è un inno a credere in se stessi prima di aspettarsi qualcosa dagli altri. La title track Save me parte con un intenso duetto fra la voce di Liz e il pianoforte, per allargarsi alla presenza di archi e cori sul finale, una richiesta d’aiuto: “Perché non mi salvi da me stessa”?. Pare sia il primo brano che la Vice abbia mai scritto. Il disco si conclude con Where can I go, un morbidissimo r’n’b che si chiude sfumando troppo velocemente. “Già finito? Ci viene da chiedere…” In effetti otto tracce sembrano un po’ poche per racchiudere il talento di Liz. Rispetto a There’s a light, Save me è più eterogeneo e cupo, come se la cantautrice avesse nel frattempo perso una sorta di spensieratezza e la copertina con l’uccello imbrigliato fra corde strette la dice lunga in questo senso.  Katia Del Savio

 

 

 

 

 

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MEGANOIDI, DELIRIO EXPERIENCE, LIBELLULA MUSIC 2018

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Inutile perdersi in presentazioni, meglio lasciare partire Delirio Experience e trovare la giusta lunghezza d’onda per farsi coinvolgere dalla band genovese. Sono passati anni dagli esordi discografici, ma i Meganoidi non sembrano avere perso neanche una caloria dell’energia che li aveva sospinti fuori dall’underground fino ad arrivare all’attenzione di un pubblico più ampio. C’è, evidentemente, l’ombra saggia della maturità su questo sesto lavoro in studio che porta a riflessioni  su quanto accade nella quotidianità a partire dal personale per arrivare fino a una visione più ampia della società. Il rock incalzante di Tutto è fuori controllo è un modo di dare forma alla caos e alla cacofonia di una quotidianità che troppo spesso pare avere perso la bussola. In Bye bye presente, altro pezzo tirato,  prevale invece una visione più sarcastica del mondo: il ritornello bye bye presente mi han detto che hai da fare per carnevale e non mi seguirai la dice tutta sul dramma di una contemporaneità in fuga da se stessa verso un futuro che non poggia su salde fondamenta. A volere cercare a tutti i costi un paragone nel panorama attuale, direi che quest’ultima eccellente fatica dei musicisti liguri si avvicina molto al mood blues-rock di Mike Ness e dei Social Distortion. (Matteo Ceschi)

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FOSCARI, I GIORNI DEL RINOCERONTE, LA CHIMERA DISCHI/TERRE SOMMERSE 2018

Foscari

L’attacco di Particelle, prima track del disco, parte con vaghi richiami agli Smashing Pumpkins per poi aprirsi gioiosamente una finestra sul mondo pop che molto, e dico molto, deve a quel genio che risponde al nome di Cesare Cremonini. Detto questo il disco di Marco Foscari non lascia così facilmente quella radice rock che evidentemente rappresenta una parte importante della formazione del suo autore: Trasparente ne è un ottimo esempio con la chitarra elettrica di Davide Sparpaglia a sostenerne le idee più audaci. Poi, quando meno te lo aspetti, sul finire del disco, arrivano un paio di canzoni “ibride” dall’atmosfera intimista che mantengono alto l’interesse dell’ascoltatore fino all’ultimo secondo: Eliot con le sue pennellate elettriche strizza l’occhio a Samuele Bersani mentre Te lo confesso si perde placidamente tra un ricordo beatlesiano e improvvisazioni vocali à la Pino Daniele. (Matteo Ceschi)

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INDIANA PLAYLIST PRIMAVERA 18

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Attenzione! Gli Indiani sono tornati con la loro nuova spumeggiante Playlist. Fatevi trasportare dalla musica indie che abbiamo selezionato per voi. Come sempre ce n’è per tutti i gusti: da Jack White ad Alessio Alessandra, da Mimosa a Fantastic Negrito. Pronti a schiacciare play?

 

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CIAO MARIO

20180411_152146-1-1-1Il 10 aprile se n’è andato Mario De Luigi, direttore ed editore di Musica e Dischi, il mensile dove noi tre Indiani abbiamo lavorato o collaborato e dove ci siamo conosciuti. Per ricordarlo pubblichiamo questi nostri pensieri.

<Ti devo dare una bella notizia e una brutta notizia. Quale vuoi sentire prima, dimmi tu?> Mario voglio ricordarlo così, in plancia di comando a M&D, nel suo ruolo naturale di capitano. Quella volta volli sentire prima la brutta notizia – dovevo riscrivere il mio pezzo – e poi la buona – era pronto il mio compenso. Mario è stato un maestro, uno dei tanti che ho avuto la fortuna di incontrare. Quel giorno, lui non me lo disse ma me lo fece intuire, dietro la porta della redazione di via De Amicis c’era una coda di giovani critici pronti a prendere il mio posto dopo il passo falso appena compiuto. Me lo fece capire, come solo i veri maestri sanno fare. Tornai a casa e riscrissi l’articolo da capo contento della seconda occasione che mi aveva concesso. Se oggi continuo a occuparmi di musica su riviste e libri lo devo anche a lui e a quella sua ferma quanto gentile bacchettata. Un rimprovero che ogni tanto sento vibrare quando talvolta la pigrizia sembra vincermi. Allora penso a Mario e mi diverto ad immaginare i volti di quanti, dietro a quella porta, non hanno avuto l’occasione. (Matteo Ceschi)

Aveva modi gentili Mario De Luigi, gentili e fermi: “Ne ho visti tanti di laureati che non sanno scrivere. Ora passi delle belle vacanze, segua l’attualità, ci scriva su qualcosa e me lo mandi. Se mi convince ne riparliamo a settembre”. Ho cominciato così a lavorare sotto la sua direzione in Musica & Dischi, giovane, ultima arrivata nella squadra. Sotto il suo sguardo attento sono stata accolta, messa alla prova, apprezzata e valorizzata, e non bastano certo poche righe per raccontare il bagaglio umano e professionale che da allora porto con me. Restano la mia profonda gratitudine e il ricordo di un uomo colto, onesto, orgogliosamente indipendente. Un uomo buono a cui ho voluto bene. (Elisa Giovanatti)

Io sono un’accumulatrice seriale. Così, quando ho saputo che te ne eri andato, Mario, sono scesa in cantina e ho recuperato un po’ dei vecchi numeri di Musica e Dischi ai quali avevamo lavorato insieme (dai quali ho preso questa foto che ti fece Bruno Marzi e che qui appare in una forma un po’ “vintage”), compreso lo splendido speciale per i 50 anni della rivista, nel 1995, quando io ero una ventenne alle prime armi e con tutta la redazione organizzammo una bellissima cena di gala nelle sale affrescate del Museo della Scienza e della Tecnica di Milano per festeggiare. In vent’anni di lavoro nella “rivista per gli operatori del settore musicale” ho ovviamente accumulato tantissimi ricordi accanto a te, Mario, direttore schivo, pacato, a volte un po’ troppo distaccato e quasi sempre refrattario alle novità, cosa che ci faceva spesso scontrare nelle mitiche riunioni di redazione, momento che a me piaceva comunque sempre moltissimo perché amavo il confronto con te e con gli altri carissimi colleghi, che in questi giorni tristi ho risentito quasi come se fossero di famiglia. Sì, perché, anche se non te ne rendevi conto, avevi formato una bella squadra, soprattutto di donne, che ora che non ci sei più si sente un po’ orfana. Lavorando per Musica e Dischi ho avuto la possibilità di conoscere il mondo della musica “dal di dentro”, di imparare da te molte cose del mestiere di giornalista (che qualcuno ha definito come “il più bello del mondo”), anche se tu non amavi dirci direttamente come le cose andavano fatte, lo dovevamo capire da soli, sbagliando, attraverso una sorta di “metodo Montessori”. Grazie Mario, anche se forse non lo sapevi, ci mancherai. P.S. E’ stato bello vederti solo pochi mesi fa alla mostra dedicata alle  foto dell’archivio di M&D e spero che la tua preziosa eredità non vada perduta. (Katia Del Savio)

 

AUGUSTINE: LA LIBERTÀ NON È GRATIS

Giunto al ventisettesimo numero, INDIANA MUSIC MAGAZINE torna con una ricchissima intervista a Sara Baggini, in arte Augustine: cantautrice italiana dall’originalissima creatività, Augustine racconta le sue fonti di ispirazione, i percorsi della propria creatività ed il suo nuovo Grief and Desire in una chiacchierata davvero densa di spunti. Densa anche la sezione dedicata alle recensioni, che spazia da Generic Animal a Carlot-ta, da Zara McFarlane a Paolo Spaccamonti & Jochen Arbeit, per concludere questa volta con un libro (Matteo Ceschi). Per cominciare: cliccate sulla copertina qui sopra!

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PAOLO SPACCAMONTI & JOCHEN ARBEIT, CLN, BORING MACHINES/ESCAPE FROM TODAY 2018

Arrivo con un leggero ritardo all’ascolto dell’ultimo lavoro di Paolo Spaccamonti e Jochen Arbeit (Einstürzende Neubauten), due talenti eclettici e mai fermi la cui opera d’altronde presuppone e merita un approccio attento, non superficiale. Il titolo dell’album si riferisce alla piazza CLN di Torino, fatta di simmetrie (due fontane dedicate ai fiumi Po e Dora Riparia, due chiese alle spalle), di storia (sede della Gestapo durante l’occupazione tedesca, oggi dedicata al Comitato di Liberazione Nazionale), di arte (vi si svolge una delle scene più famose di Profondo rosso di Dario Argento). Un luogo speciale, quindi, intriso di suggestioni, da cui partono le esplorazioni di Spaccamonti e Arbeit: incontratisi proprio a Torino, i due hanno registrato qualche ora di materiale (pezzi strumentali per due chitarre ed effetti) di cui CLN, con i suoi 7 pezzi, è il distillato; sonorità liquide, distorte, perlopiù scure, vanno a costruire una massa elettrica vigorosa, suddivisa in 7 episodi, che cresce nei dettagli ad ogni ascolto, rivelandosi come singolare risultato di procedimenti rigorosi e libertà improvvisative. Il dialogo fra le due chitarre è un incontro fra due diverse visionarietà, e si ha a tratti l’impressione che l’esplorazione sonora che ne è nata avrebbe potuto continuare ancora per chissà quanto tempo. (Elisa Giovanatti)

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MATTEO CESCHI, UN’ALTRA MUSICA. L’AMERICA NELLE CANZONI DI PROTESTA, MIMESIS 2018

Lungo una parabola che va grossomodo dal secondo dopoguerra – con un ovvio sostare sugli anni ’60-’70 – fino ai giorni nostri, il collega Matteo Ceschi (storico, americanista, giornalista musicale, fotografo, già autore di diversi testi dedicati alla controcultura statunitense) in Un’altra musica esplora le dinamiche attraverso cui una canzone diventa una canzone di protesta, restituendoci un’ampia fetta di storia americana contemporanea. Si tratta di un percorso affascinante, condotto non come un saggio esaustivo – non è questa l’intenzione – ma come una narrazione per immagini e casi esemplari, spesso ad alto contenuto simbolico: è, in particolare, l’analisi di tre brani leggendari (This land is your land di Woody Guthrie, Blowing in the wind di Bob Dylan e Kick out the jams degli MC5) a reggere lo snodarsi della narrazione di Matteo ed il suo addentrarsi nelle innumerevoli pieghe del rapporto dialettico musicista/ascoltatore. Proprio in questo rapporto, nel ruolo attivo del pubblico, nel suo appropriarsi di una canzone, si annidano gli elementi chiave che permettono di definire cosa sia una canzone di protesta; proprio lì, nello scambio autore/pubblico, avviene la fondamentale costruzione di senso che tramuta una canzone in inno generazionale, tanto che sono moltissimi i casi di canzoni che acquistano una sorta di vita propria, che trascende non di poco l’intenzione del loro stesso autore e che le riporta in vita in momenti diversi della storia di un Paese. La prosa sempre ricca e succosa di Matteo Ceschi, coadiuvata da interviste con alcuni autori e interpreti (Wayne Kramer degli MC5, “Country Joe” McDonald e il folk singer Jim Collier), restituisce in pieno il clima di impegno, cambiamento e passione che si è respirato e talora si respira ancora in frangenti più o meno recenti della storia americana. È bello lasciarsi andare alle riflessioni e agli spunti suggeriti dall’autore facendo riecheggiare, nell’aria e nell’anima, le varie canzoni citate, a cui possiamo anche aggiungerne delle altre, grazie agli strumenti critici che ci fornisce la lettura. E chissà che non si risvegli, così, qualche coscienza sopita. (Elisa Giovanatti)

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