Category Archives: album

LEWISLAND: DALLA MOTOWN AL SOUND GLOBALE

Vi abbiamo fatto aspettare ma ne è valsa la pena… eccoci qui, con il nuovo numero di INDIANA MUSIC MAGAZINE! Un’uscita di cui siamo particolarmente felici, merito anzitutto di Lewisland, della sua simpatia e della generosità che ci ha dimostrato nell’intervista a lui dedicata: Lewis Enwegbara, cantante, songwriter, rapper e polistrumentista di origine nigeriana trapiantato in Friuli Venezia Giulia, ci racconta qui la sua variegata esperienza di artista, dalle origini fino al suo ultimo lavoro (Fast Forward), passando per attività live, aneddoti, artisti di riferimento e molto, molto altro. Diversi consigli di ascolto, poi, per soddisfare la vostra voglia di novità, ed una succosa novità che riguarda nientemeno che Rick Rubin, uno dei produttori più noti del pianeta. Cliccate sulla copertina, non sarete delusi!

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ALTOPALO, FROZENTHERE, SAMEDI 2018

Dopo un EP che prediligeva sonorità funk ed indie rock, arriva per questo giovane quartetto newyorkese il primo album vero e proprio, e con esso un bel salto di qualità. Si comincia con Blur e Mono, e subito i fan di James Blake vi ritroveranno alcuni degli aspetti della prima e più sperimentale produzione del britannico. Album ricchissimo di un fascino che si svela poco a poco, Frozenthere procede lentamente, come è giusto che sia per un lavoro che parla del disagio con cui viviamo la nostra dipendenza dalla tecnologia, dell’ansia con cui cerchiamo riscontri digitali (like, retweet…) pur consapevoli che la nostra serenità sarebbe da cercare altrove. La bravura degli Altopalo sta proprio in questa lentezza, perché ci cattura. Frozenthere ci costringe all’attenzione, fa venire voglia di prendersi più tempo, alzare il volume, soffermarsi, tornare indietro a riascoltare, cercare di capire ogni dettaglio. È, in effetti, un lavoro molto raffinato, costruito su più livelli, in cui il fiorire di ogni dettaglio è una lenta scoperta. Su ambienti elettronici in blanda pulsazione si innestano motivi funk, soul e rock perfettamente calibrati, che vengono poi riassorbiti fra le pieghe elettroniche in un risultato d’insieme che può stupire e anche disorientare, così come spesso disorienta l’utilizzo della voce di Rahm Silverglade, portatrice di parole ora impercettibili, ora distorte, ora nascoste in un brulicare di dettagli sonori di cui la voce è solo uno dei tanti elementi. Emblematica da questo punto di vista la titletrack (ma anche Frozen away, che la precede). Dopo (Head in a) Cloche, uno dei pezzi più orecchiabili del disco, arriva Pulp, uno squarcio profondo, una sofferta meditazione di grandissimo impatto. Glow e Terra, che esplora le frustrazioni e il senso di inferiorità a cui possono portare i social media (“Scroll down to the picture lost in a feed”, “Scroll down, countin’ thumbs, still dreamin’ of the hearts you hold”), chiudono in bellezza un lavoro consigliatissimo. (Elisa Giovanatti)

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PAOLO RICCA: FANTASIA E IMPROVVISAZIONE ASPETTANDO I SOFT MACHINE

Rieccoci qui, ad augurarvi una buona estate con il ventottesimo numero di INDIANA MUSIC MAGAZINE, un’uscita di cui siamo particolarmente orgogliosi per la ricchezza dei contenuti: grazie quindi a Paolo Ricca, compositore e arrangiatore torinese che non si è certo risparmiato per questa interessantissima intervista che qui vi proponiamo, in cui si spazia per gli anni ’70, il nuovo disco Mumble, la collaborazione con John Etheridge dei Soft Machine, e molto altro. A seguire una scorpacciata di recensioni e consigli per i vostri ascolti estivi: con Liz Vice, Meganoidi, Foscari, Cimini, Postino e Belize sarete in ottima compagnia, parola di Indiani! Non vi resta che cliccare sulla copertina qui sopra, e buona lettura.

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MEGANOIDI, DELIRIO EXPERIENCE, LIBELLULA MUSIC 2018

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Inutile perdersi in presentazioni, meglio lasciare partire Delirio Experience e trovare la giusta lunghezza d’onda per farsi coinvolgere dalla band genovese. Sono passati anni dagli esordi discografici, ma i Meganoidi non sembrano avere perso neanche una caloria dell’energia che li aveva sospinti fuori dall’underground fino ad arrivare all’attenzione di un pubblico più ampio. C’è, evidentemente, l’ombra saggia della maturità su questo sesto lavoro in studio che porta a riflessioni  su quanto accade nella quotidianità a partire dal personale per arrivare fino a una visione più ampia della società. Il rock incalzante di Tutto è fuori controllo è un modo di dare forma alla caos e alla cacofonia di una quotidianità che troppo spesso pare avere perso la bussola. In Bye bye presente, altro pezzo tirato,  prevale invece una visione più sarcastica del mondo: il ritornello bye bye presente mi han detto che hai da fare per carnevale e non mi seguirai la dice tutta sul dramma di una contemporaneità in fuga da se stessa verso un futuro che non poggia su salde fondamenta. A volere cercare a tutti i costi un paragone nel panorama attuale, direi che quest’ultima eccellente fatica dei musicisti liguri si avvicina molto al mood blues-rock di Mike Ness e dei Social Distortion. (Matteo Ceschi)

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AUGUSTINE: LA LIBERTÀ NON È GRATIS

Giunto al ventisettesimo numero, INDIANA MUSIC MAGAZINE torna con una ricchissima intervista a Sara Baggini, in arte Augustine: cantautrice italiana dall’originalissima creatività, Augustine racconta le sue fonti di ispirazione, i percorsi della propria creatività ed il suo nuovo Grief and Desire in una chiacchierata davvero densa di spunti. Densa anche la sezione dedicata alle recensioni, che spazia da Generic Animal a Carlot-ta, da Zara McFarlane a Paolo Spaccamonti & Jochen Arbeit, per concludere questa volta con un libro (Matteo Ceschi). Per cominciare: cliccate sulla copertina qui sopra!

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PAOLO SPACCAMONTI & JOCHEN ARBEIT, CLN, BORING MACHINES/ESCAPE FROM TODAY 2018

Arrivo con un leggero ritardo all’ascolto dell’ultimo lavoro di Paolo Spaccamonti e Jochen Arbeit (Einstürzende Neubauten), due talenti eclettici e mai fermi la cui opera d’altronde presuppone e merita un approccio attento, non superficiale. Il titolo dell’album si riferisce alla piazza CLN di Torino, fatta di simmetrie (due fontane dedicate ai fiumi Po e Dora Riparia, due chiese alle spalle), di storia (sede della Gestapo durante l’occupazione tedesca, oggi dedicata al Comitato di Liberazione Nazionale), di arte (vi si svolge una delle scene più famose di Profondo rosso di Dario Argento). Un luogo speciale, quindi, intriso di suggestioni, da cui partono le esplorazioni di Spaccamonti e Arbeit: incontratisi proprio a Torino, i due hanno registrato qualche ora di materiale (pezzi strumentali per due chitarre ed effetti) di cui CLN, con i suoi 7 pezzi, è il distillato; sonorità liquide, distorte, perlopiù scure, vanno a costruire una massa elettrica vigorosa, suddivisa in 7 episodi, che cresce nei dettagli ad ogni ascolto, rivelandosi come singolare risultato di procedimenti rigorosi e libertà improvvisative. Il dialogo fra le due chitarre è un incontro fra due diverse visionarietà, e si ha a tratti l’impressione che l’esplorazione sonora che ne è nata avrebbe potuto continuare ancora per chissà quanto tempo. (Elisa Giovanatti)

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MADBOX, THIS MACHINE? INSANE!, 2018

MADBOX, THIS MACHINE? INSANE!, 2018

Quando un critico musicale incrocia due volte una band, qualche domanda dovrebbe porsela. Che sia tutto merito del suo infallibile fiuto sonoro o della caparbietà del gruppo, ha poca importanza: quello che rimane è pur sempre la certezza di una seconda volta. I MadBox, citando quasi alla lettera il titolo di uno dei loro nuovi pezzi, Blind Man, seguono ciecamente l’istinto finché questo non dà loro ragione. Energici e un po’ pazzi, i ragazzi milanesi rinverdiscono i fasti di un alternative rock molto hardcore tipico degli anni Novanta statunitensi. I Circle Jerks potrebbero essere un buon riferimento per trovare velocemente le coordinate di un ascolto facile e soddisfacente. Somebody Dead Like You, invece, sembra ricalcare l’aggressività dei Refused e spinge le attenzioni della band lontano dalla California fino alla penisola scandinava. Nel complesso, This Machine? Insane! riconcilia il pubblico con quella voglia di essere, citando appunto i californiani Circle Jerks, “wild in the stress.” (Matteo Ceschi)

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GENERIC ANIMAL, GENERIC ANIMAL, LA TEMPESTA DISCHI 2018

Il primo disco solista di Luca Galizia, ventiduenne già chitarrista dei Leute che si nasconde dietro il progetto Generic Animal, è per la verità un lavoro di squadra: i testi musicati da Luca arrivano nientemeno che dalla penna di Jacopo Lietti dei Fine Before You Came mentre l’ottima produzione è stata curata da Marco Giudici e Adele Nigro (Halfalib, Any Other). Le tante mani all’opera però non inficiano l’immediatezza del risultato: Generic Animal è un lavoro fresco e insieme malinconico, sfrontato e insieme vulnerabile, proprio come la voce di Luca. È anche stralunato e preciso: l’andamento stiracchiato della voce, le metriche originali, i ritmi sbilenchi e sincopati, i testi nudi e diretti, inizialmente nascondono sotto un’apparenza lo-fi quelle che sono invece scelte più che ragionate; solo dopo un ascolto più attento tutto questo diventa un preciso intento, un utilizzo creativo e interessante di stilemi dalla provenienza più disparata (hip-hop, soul, anche jazz), un impianto sonoro assolutamente contemporaneo e internazionale, mentre proprio quella sensazione irrisolta che deriva da questo insieme tanto sgraziato di parole e arrangiamenti finisce per costituire grande parte del fascino dell’album. L’atmosfera urbana, il grigiore, l’asfalto, la pioggia, ma anche tanta vita e tanto cuore, insomma la quotidianità che si fa racconto, completano poi il quadro di un ottimo lavoro, che può sicuramente fare presa sul pubblico. (Elisa Giovanatti)

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HOLBROOK: UNA MUSICA IN TESTA CHE CI GUIDA

Eccoci di nuovo qui, per chiudere in bellezza il 2017 con un nuovo numero di INDIANA MUSIC MAGAZINE: incontriamo questa volta gli Holbrook, formazione nata a Parigi all’insegna del melting pot culturale e della commistione di generi, una natura sincretica e multiforme che in epoca attuale si carica ancor più di significato. Ali Chafik e Arnaud Jacques (cugini canadesi/marocchini), con Nycollas Medeiros (brasiliano) e diversi altri featuring ci mostrano nel loro Hello//Angel la loro originale proposta, che qui ci raccontano in una bella intervista. Tutta italiana, invece, la sezione recensioni, con l’ultimo lavoro di Colapesce, i Bee Bee Sea e Gabriele Mitelli. Non vi resta che cliccare sulla copertina qui sopra. Buona lettura e buone feste!

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BEE BEE SEA, SONIC BOOMERANG, DIRTY WATER/WILD HONEY 2017

Ci avevamo visto bene quando su queste pagine avevamo apprezzato il bel disco d’esordio dell’allora semi-sconosciuto trio mantovano. Trascorsi due anni, passati perlopiù sul palco (anche a fare da spalla a gruppi del calibro di Black Lips e Thee Oh Sees), i Bee Bee Sea tornano con Sonic boomerang confermando quanto di buono avevano già mostrato: abbiamo qui otto tracce dall’energia esplosiva, che se possibile velocizzano ulteriormente il garage rock del primo lavoro, e lo condiscono con una certa vena psych e qualche incursione punk (No fellas); resta intatta l’attitudine alle belle melodie e ai ritornelli accattivanti, che i tre azzeccano sempre con un talento naturale e senza rinunciare all’indole sguaiata e rumorosa. La spavalderia con cui i Bee Bee Sea ci sbattono in faccia tutta la loro ruvidezza rischia addirittura di nascondere, qualche volta, quanto di più interessante possiamo ritrovare in Sonic boomerang, ossia l’ulteriore margine di crescita, di maturazione, le potenzialità compositive ed esecutive per niente indifferenti (provare This dog is the king of the losers o I shouted per farsi un’idea). Insomma il materiale è ottimo e ancora una volta lascia ben sperare. Tutte le anteprime di questo secondo album sono uscite su testate americane (NPR, Northern Transmissions, Brooklyn Vegan…), mentre l’angloamericana Dirty Water si è scomodata per la distribuzione del disco, e con tutte le buone premesse di cui sopra non stupisce affatto l’interesse riscosso al di là dell’Atlantico, verso cui del resto guarda prevalentemente il sound del trio, con puntate su entrambe le coste statunitensi. A casa nostra, intanto, vi invitiamo ad alzare il volume, o, ancora meglio, a seguire i Bee Bee Sea dal vivo. (Elisa Giovanatti)

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