Category Archives: alternative folk

ANDY SHAUF, THE PARTY, ANTI- 2016

AndyShauf_The Party_Album Cover

La festa è quella di una piccola cittadina di provincia in cui tutti si conoscono, un house party i cui personaggi sono la ragazza che balla da sola al centro della stanza, con gli occhi di tutti su di lei (Eyes Of Them All), quello che arriva sempre in anticipo (Early To The Party), la coppia sull’orlo del litigio (The Worst In You), l’amico che si lamenta (Begin Again), la ragazza con cui il “narratore” si ritrova a ballare a fine serata e stranamente assomiglia alla sua ex (Martha Sways). Lo sguardo sul tutto è quello empatico, indulgente, di sincera partecipazione, di Andy Shauf, giovane cantautore canadese che finora si era cimentato in lavori di fattura perlopiù casalinga e che oggi approda finalmente in un vero studio di registrazione. Il risultato è un album dalla scrittura delicatissima e insieme sofisticata, che senza dare nell’occhio tiene insieme tanti piccoli dettagli (canto sommesso, pianoforte, chitarre, clarinetto, archi) avvolgendoli in un’eleganza discreta. Tra influssi indie (sprazzi di Belle & Sebastian, per dirne una) e reminiscenze beatlesiane (The Magician, il piccolo gioiello Begin Again), Andy Shauf ci fa davvero partecipare a questa festa, senza dimenticare di emozionarci anche un po’. (Elisa Giovanatti)

 

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IL RE TARANTOLA, L’ARTISTA IRRIMEDIABILMENTE NELLA MERDA EP, 2016

Il re tarantola

Manuel Bonzi, in arte Il re tarantola, torna con un EP che non tradirà l’attesa dei fans e dei curiosi. Il sound, meno spigoloso e “marcio” rispetto al passato, non pare perdere né il mordente né quelle peculiarità che avevano attirato un po’ di tempo fa la mia attenzione. Il contributo dato da Pietro Paletti, cui è affidata la produzione, suona, infatti, essenziale per l’evoluzione della specie della tarantola ma rispetta in pieno la filosofia lo-fi di un Bonzi sempre poco propenso a “infarcire” troppo le tracce. I testi scoppiettanti e anarchici appaiono sempre poeticamente allucinati tanto da risultare in più di un passaggio visionari. Agguati, brano che chiude l’ascolto, è il migliore premio alla composizione e richiama all’orecchio Bersani e Silvestri. (Matteo Ceschi)

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JENNY PENNY FULL, EOS, VEGGIMAL RECORDS 2016

JENNY PENNY FULL - JEWEL BOX

Bellissima sorpresa questa di Eos, album d’esordio dei Jenny Penny Full registrato e prodotto da Vaggimal Records in collaborazione con C+C=Maxigross (che partecipano attivamente alla traccia Aloud). Il lavoro spazia su più fronti, da un delicato folk semi-acustico fino a un morbido post-rock (splendida Liquefy), rivelando stratificazioni sonore sofisticate, frutto di una già matura capacità di manipolazione dei suoni. Affascinante, e sorprendente, l’abilità nel rendere al meglio gli ampi spazi evocati dai titoli (Far Continents, Of Oceans And Mountains) grazie all’ariosità delle melodie ed ai piccoli, composti crescendo della compagine strumentale, che ben disegnano il movimento dello spalancare e dell’avvolgere, con profondissimi respiri che schiudono orizzonti emozionanti e poi tornano a rassicurarci in un abbraccio, quello della voce avvolgente e vellutata di Giulia Vallisari. E se è vero che Eos trae spunti da diversi modelli preesistenti (senza alcuna preclusione di genere) è altrettanto vero che brilla decisamente di luce propria, una luce a tratti abbagliante. (Elisa Giovanatti)

 

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MÈSICO, A LONG BETRAYAL, UPUPA PRODUZIONI/RIFF RECORDS 2016

mesico

Per chi si avvicina al progetto solista di Paolo Mazzacani (fondatore, con Luciano Ermondi, dei Tempelhof) aspettandosi una sorta di continuazione del lavoro fatto col duo elettronico, la sorpresa è assicurata: imbracciata una chitarra acustica, Mazzacani scopre una vena cantautorale dolce e profonda, accompagnato in questo nuovo viaggio da qualche ospite d’eccezione come Gionata Mirai de Il Teatro degli Orrori, Stefano Pilia (Massimo Volume, Afterhours) ed altri ancora. Proprio da un viaggio deriva il nome scelto, Mèsico, il nonno dell’artista, venuto al mondo nel mezzo dell’oceano sul ponte di una nave che riportava a casa la sua famiglia, emigrata in Brasile; nella campagna mantovana un posto esotico valeva l’altro: “fosse Cile o Argentina, Brasile o Messico, appunto, non faceva alcuna differenza, così eccolo marchiato a vita: Mèsico, con una esse sola, come vuole la spiccia fonetica del poco cerimonioso dialetto padano. E Mèsico fu mio padre e Mèsico sono anch’io”. Le brevi ballad che compongono l’album svelano una felice attitudine evocativa, l’abilità nell’offrire una vera e propria colonna sonora a storie che nascono dall’ispirazione più intima; non a caso, uno dei piccolissimi gioielli di questo A Long Betrayal è il primo frammento strumentale: offerto forse senza alcuna pretesa colpisce decisamente nel segno per essenzialità e incisività, come del resto sanno fare tutti gli altri brani a partire dal primo, No Pain In The Sea. È una musica dall’approccio delicato, che va lasciata sedimentare: cresce, poi, ascolto dopo ascolto, insinuandosi nella nostra memoria, nei momenti di pausa dalla frenesia contemporanea. E fa venire voglia di concedersela, quella pausa. (Elisa Giovanatti)

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SAINT HUCK, BROKEN BRANCHES, VICEVERSA 2015

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Sotto il nome d’arte caveiano si nasconde Livio Lombardo, già voce e chitarra dei Fräulein Alice, alle prese qui con un progetto solista in cui è coadiuvato dall’ottimo Carlo Natoli (Gentless3) alla produzione artistica e da una folta schiera di collaboratori cui sono affidati molti dei variegati innesti sonori del disco (contrabbasso, mandola, clarinetto, slide guitar, organo). Al centro di Broken Branches, però, è senza discussione proprio Saint Huck, che nel suo impasto di stile vocale e chitarristico crea un suono onirico e plumbeo, che per la raffinatezza della composizione sfugge a qualsiasi facile inquadramento. Un disegno complesso sorregge ciascuno dei 9 episodi che compongono il lavoro: è evidente nei brani più tortuosi (The Deepest Sea su tutti), ma non sono da meno i pezzi di ascolto più immediato (l’accattivante Hidden Words, l’essenziale Hangovers); parte come una ballata folk Christine ma con lo scorrere del tempo rivela anch’essa la sua natura multiforme, così come la desertica Glory Not Found svela piano piano impreviste stratificazioni. Profondamente intriso di blues e malinconia il suono di Broken Branches crea atmosfere scure e intriganti, lontane dalle mode, catturando le sensibilità più attente ed esigenti. (Elisa Giovanatti)

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STEVEN LIPSTICKS AND HIS MAGIC BAND, AUTOPRODUZIONE 2015

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Come promesso, eccoci qui a segnalare uno dei più meritevoli artisti che hanno partecipato all’INDIANA MUSIC CONTEST 2014/15: si tratta di Stefano Rossetti, in arte Steven Lipsticks And His Magic Band, una one-man-band che già solo per il nome – un po’ ironica traduzione (nome e cognome) e un po’ affettuoso tributo (Captain Beefheart) – merita una citazione. E del resto il nome racchiude molto dell’attitudine di Stefano Rossetti e di quello che ritroviamo nella sua musica: il tocco leggero, l’approccio modesto, l’amore per la musica e i suoi grandi protagonisti, l’ironia garbata. In una parola, Steven Lipsticks And His Magic Band è puro. I suoi meriti, però, non finiscono qui: la chitarra dell’Intro e Riding The Tide sono un inizio azzeccatissimo, così come piccoli gioielli sono le successive Dec. 8th e Jar Of Poetry Revisited (che risentiamo alla fine, spogliata ed essenziale, come ghost track), tutti brani che dichiarano nettamente le loro fonti di ispirazione ma suonano al contempo molto personali, per la capacità di giocare coi generi, per l’efficacia delle melodie, per l’andamento un po’ svogliato e così sincero, di quella sincerità di approccio che sarebbe bello trovare molto più spesso. In un album realizzato in casa e quasi interamente suonato dallo stesso Steven/Stefano c’è spazio anche per i 7 minuti di Aliens Hypnotizing Me (Parts I, II and III), complessa architettura psichedelica che pure non perde in immediatezza, mentre l’attitudine lo-fi (parte integrante della sensazione di purezza che si sprigiona all’ascolto) non inficia la qualità sonora del tutto. Un ottimo inizio per un indipendente vero. (Elisa Giovanatti)

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LA MAISON, VAINE HOUSE, TROVAROBATO 2015

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Formazione livornese precedentemente nota come Brondi Bros, La Maison presenta il suo primo a dir poco funambolico disco, Vaine House, chiamato come quel blocco di case popolari dell’East London in cui i nostri hanno condiviso l’appartamento durante il loro recente passato londinese, durante il quale si sono esibiti come busker e hanno incontrato l’umanità più varia. Un bagaglio di esperienza che si riversa completamente in questo lavoro, registrato da Taketo Gohara e prodotto da Enrico Gabrielli. Grottesco, folle, irruento, Vaine House è quanto di più imprevedibile ci sia in circolazione, tanto che alla fine i pezzi che più degli altri lasciano una sensazione straniante sono quelli che più assomigliano a qualcosa di convenzionale e irreggimentato (Rebs, Like A Snake e Valentine Road). Perché qui siamo in un mondo sonoro sghembo e capovolto, senza regole, in cui a farla da padrone sono forme impazzite, vortici indiavolati e attitudini giocoliere (Zingaraje, Richmond, Sarajevo). Inconsueti sono anche gli strumenti utilizzati, che nella loro varietà includono trombe, accordion, violino, violoncello, mandolino e quant’altro, per un folk-rock che guarda molto più alla tradizione gitana ed est-europea piuttosto che a quella americana. Al di sotto di tutto, come se non bastasse, scorre un filo inquietante e decadente (Devil, Frankie), a complicare ancora di più il lavoro di chi vi vuole presentare questo disco. Meglio lasciar parlare La Maison. (Elisa Giovanatti)

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C+C=MAXIGROSS, FLUTTARN, TROVAROBATO/VEGGIMAL 2015

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Dopo Singar (cantare) e Ruvain (far rumore) – e dopo un fantastico An Instantaneous Journey con Martin Hagfors, che trovate qui – Fluttarn (fluttuare) chiude la trilogia della Lessinia e apre nuove prospettive nella carriera dei C+C=Maxigross. L’album arriva dopo centinaia di date live in tutta Europa, in cui la formazione ha aperto le porte a diversi musicisti (lo stesso Hagfors, Phill Reynolds, Miles Cooper Seaton e molti altri) e a sperimentazioni continue, mostrando ancora una volta una grande propensione alla ricerca. Ritroviamo molti di questi artisti – e qualche altro nome, Marco Fasolo in primis – in Fluttarn, in cui si scovano anche una miriade di interscambi con gli amori del passato (dai Beatles alla scena di Canterbury, dai Pink Floyd ai Grateful Dead), ma in cui emerge soprattutto il presente luminoso dei C+C. Born Into It, Bruce Skate e Every Time I Listen To The Stones ci fanno immediatamente gioire e siamo solo all’inizio. L’attitudine naif della band è sempre viva, nel gioco e nella manipolazione dei materiali musicali, nelle linee a volte sghembe, nel sapore ironico di certi scorrazzamenti fra i generi, ma è un gioco raffinatissimo, che solo una tecnica solidissima e una piena consapevolezza possono rendere così facile e spontaneo. Forme complesse e anarchiche, fantasie rapsodiche, colpi di genio e arrangiamenti finemente curati sono il coloratissimo risultato di questo libero fluttuare sulle note con tocco quasi magico. Sono tutte sensazioni confermate non solo nell’impegnativo terzetto conclusivo (straordinarie An Afternoon With Paul, Moon Boots e Rather Than Saint Valentine’s Day Part III), ma in ogni singolo brano di questo Fluttarn, in uno svolazzare leggero che fa completamente dimenticare il lavoro che sta dietro a un simile risultato. Ma ormai l’abbiamo capito: non si tratta affatto di uno scherzo. (Elisa Giovanatti)

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PHILL REYNOLDS, LOVE AND RAGE, LOCOMOTIV RECORDS 2015

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Dopo due Ep e due split (quello con Threelakes recensito su Indiana a inizio anno) ritroviamo con piacere Phill Reynolds, che torna con quello che ufficialmente è il suo primo album, e un po’ stupisce che si tratti dell’esordio solista, vista la maturità dell’artista vicentino (all’anagrafe Silva Cantele) e la quantità di concerti alle spalle, divisi tra Italia, Europa e States. Love And Rage, amore e rabbia, è il titolo di un album che narra l’umanità dei vinti, degli ultimi, ma che – nelle parole dello stesso Reynolds – cerca anche la luce, nella fisicità dei baci, nei legami sacri dell’amicizia, nei percorsi di liberazione personale e collettiva. Cercarvi poi una semplice dualità sonora, oltre che tematica, è facile ma non del tutto appropriato, anzi un po’ superficiale, perché le sfumature in gioco sono moltissime e la profondità di sguardo di Reynolds non se le lascia certo scappare. Armato di chitarra e banjo, l’artista indaga le pieghe dell’animo umano con grande sensibilità, muovendosi in una gamma espressiva folk-blues che assimila e reinterpreta felicemente la tradizione d’oltre oceano. La vocalità profonda, striata da una onnipresente malinconia, arricchisce in ugual modo l’impegno di pezzi come Freedom’s Path o l’introspezione di ballate come Black Sea, muovendosi nello spettro dei sentimenti umani con una disinvoltura degna di un artista consumato. Ottimo piglio da cantastorie e buona capacità compositiva per dieci brani che val la pena di ascoltare. (Elisa Giovanatti)

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FRASER A. GORMAN, SLOW GUM, MARATHON ARTISTS 2015

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23enne di Melbourne, amico di Courtney Barnett – con la quale condivide etichetta ed alcuni stilemi, e spesso e volentieri anche il palco – Fraser A. Gorman debutta con Slow Gum, un album che ha in Bob Dylan, Neil Young, The Band, l’Americana e il miglior folk-roots anni ’70 la principale (ma non unica) fonte d’ispirazione, insieme a qualche richiamo black. Basta guardarlo, nelle numerose foto seppiate o in bianco e nero, coi riccioli alla Dylan, le giacche di jeans o i maglioncini anni ’70, per vedere tutto il suo amore per la tradizione musicale a stelle e strisce: chitarra acustica, lap-steel, organo hammond o piano rhodes, armonica e melodie senza tempo fanno il resto, eppure non è semplice revival. C’è a volte un sottile piglio ironico, uno sguardo stralunato, un modo un po’ svogliato e un’aura vagamente crepuscolare, che a tratti ricordano un certo Lou Reed, il più delle volte suonano originali; c’è, soprattutto, una grande capacità e scioltezza nella scrittura di testi dal fascino indiscutibile, soprattutto laddove sono musicati nella maniera più scarna.  L’album vacilla leggermente in alcuni pezzi della parte centrale, offrendo le sue perle, invece, all’inizio e alla fine: Big Old World, l’acclamato singolo Book Of Love e la struggente, conclusiva Blossom & Snow, i brani più schietti ed essenziali. (Elisa Giovanatti)

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