Category Archives: ambient music

NORTHWEST, I, TEMPEL ARTS 2018

Prima ancora della musica è notevole, nei Northwest, l’approccio alla musica stessa e all’arte tutta: il duo, nato alla fine del 2015 dal sodalizio fra Ignacio Simón (compositore, multi-strumentista e produttore) e Mariuca García-Lomas (visual artist, cantante e compositrice), è mosso infatti da un vero e proprio spirito d’avanguardia, un approccio sperimentale mai domo che si esprime in ogni aspetto del proprio lavoro e che non si esaurisce nella musica. C’è, evidentemente, molta elaborazione teorica, molta capacità di riflessione sul fare arte al giorno d’oggi (hanno pubblicato ben due manifesti, sul loro sito http://thisisnorthwest.com/, che vi consiglio di leggere in particolare per conoscere la singolare storia della distribuzione di I), e c’è anche un vero e proprio bisogno di esprimersi artisticamente: per questo il lavoro dei Northwest non si esaurisce nell’aspetto musicale, ma coinvolge anche le produzione di video studiati in ogni dettaglio e a loro volta ricchissimi di riferimenti di estrazione colta al cinema, all’arte, alla danza. Definire I un album di musica ambient sperimentale non rende giustizia alla varietà di sonorità che si svelano a poco a poco nel corso della scaletta, ma offre comunque un’idea di quale sia lo sfondo (talora enigmatico, inquietante, altre volte etereo, rilassante) dal quale di volta in volta si staccano dolci beat elettronici (Pyramid), tocchi leggeri di pianoforte o cangianti tappeti di archi. La strumentazione dell’album è infatti molto varia, come dimostra una traccia straordinaria come London, prima lenta e d’atmosfera, poi raffinatissima, poi montante e impetuosa, una cavalcata di 11 minuti, davvero un grandissimo pezzo. (Elisa Giovanatti)

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CANECAPOVOLTO, NORMALE, 2018

Normale

Verrebbe da dire una raccolta di impressioni/schizzi sonori che dall’ormai lontano 1996 ci porta fino all’oggi. La discografia del progetto/collettivo catanese Canecapovolto – attivo anche nel campo delle colonne sonore – non ha l’ambizione di cambiare le vostre idee musicali, ma piuttosto quello di rendere il pubblico aperto a forme d’arte sonora che non necessariamente rientrano nel rassicurante formato canzone. Anzi, nelle diciannove tracce si può solo trovare un sentimento “disturbante” in grado di spingere chi si è messo all’ascolto a proseguire brano dopo brano nella speranza di ritrovare un “porto sicuro”. Prendiamo ad esempio Continuum: si ha la netta impressione di essersi imbucati alla celebrazione di un culto sconosciuto che sazia i suoi fedeli a suon di feedback, distorsioni e lancinanti lamenti elettronici. Nulla appare per quel che è sebbene la musica sia tutt’altro che eterea e suoni come mai terrena e terrestre. Il mio invito è quello di concedersi la curiosità di ascoltare Normale almeno una volta. (Matteo Ceschi)

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PAOLO SPACCAMONTI & JOCHEN ARBEIT, CLN, BORING MACHINES/ESCAPE FROM TODAY 2018

Arrivo con un leggero ritardo all’ascolto dell’ultimo lavoro di Paolo Spaccamonti e Jochen Arbeit (Einstürzende Neubauten), due talenti eclettici e mai fermi la cui opera d’altronde presuppone e merita un approccio attento, non superficiale. Il titolo dell’album si riferisce alla piazza CLN di Torino, fatta di simmetrie (due fontane dedicate ai fiumi Po e Dora Riparia, due chiese alle spalle), di storia (sede della Gestapo durante l’occupazione tedesca, oggi dedicata al Comitato di Liberazione Nazionale), di arte (vi si svolge una delle scene più famose di Profondo rosso di Dario Argento). Un luogo speciale, quindi, intriso di suggestioni, da cui partono le esplorazioni di Spaccamonti e Arbeit: incontratisi proprio a Torino, i due hanno registrato qualche ora di materiale (pezzi strumentali per due chitarre ed effetti) di cui CLN, con i suoi 7 pezzi, è il distillato; sonorità liquide, distorte, perlopiù scure, vanno a costruire una massa elettrica vigorosa, suddivisa in 7 episodi, che cresce nei dettagli ad ogni ascolto, rivelandosi come singolare risultato di procedimenti rigorosi e libertà improvvisative. Il dialogo fra le due chitarre è un incontro fra due diverse visionarietà, e si ha a tratti l’impressione che l’esplorazione sonora che ne è nata avrebbe potuto continuare ancora per chissà quanto tempo. (Elisa Giovanatti)

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ANGELA KINCZLY, TENSE DISORDER EP, NEUROSEN/SRI PROD’S 2016

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Grazie all’incontro con Francesco D’Abbraccio degli Aucan, l’artista italo ungherese abbandona la lingua italiana per far posto all’inglese e la forma cantautorale più classica che avevano caratterizzato il precedente lavoro, “La visita”, per tuffarsi in sonorità dubstep e techno-ambient. Francesco ha prodotto i primi tre brani dell’EP nei quali Angela si muove in un territorio liquido, ipnotico, affrontando temi quali  nevrosi, paranoia e stalking. Tense Disorder è un pullulare di ritmi frenetici, in Spies invece i tempi sono rallentati, la voce di Angela si fa amalliante e il brano ci ricorda alcune cose del recente disco di Gemma Ray, in Dark Secret Love si racconta l’amore malato, persecutorio e così il ritmo torna a essere martellante e l’atmosfera a tratti più inquietante. A Notion è invece dedicata alla guarigione, alla fine delle tensioni, delle ossessioni e celebra “just you and me”. Anche se l’uso dell’elettronica resta prevalente in questo brano di chiusura, prodotto da La Tarma, emerge maggiormente l’attitudine acustica dalla quale sicuramente è partito il progetto: un omaggio all’amata chitarra, strumento che la cantautrice insegna in diverse scuole di Brescia, la sua città. Ammetto che prima di questo disco non conoscevo Angela Kinczly, ma mi sono davvero incuriosita per la poliedricità del suo percorso artistico, che in passato è stato definito elettrofolk. Se non lo avete già fatto vi consiglio quindi di andarvi ad ascoltare anche la discografia precedente: vi stupirà. Copertina del Cd stupenda! (Katia Del Savio)

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LOCOMOTIF, BE2, MAUDE RECORDS 2016

Locomotif-Be2-cover

Torna con Be2 il trio Locomotif, formazione catanese che si esprime in una musica dal respiro internazionale, un dream pop denso di riferimenti letterari e musicali che trova ispirazione nel mondo anglosassone e lancia più di uno sguardo ancora più su (Islanda, mi verrebbe da dire). Uscito per Maude Records, il lavoro propone sonorità – e con esse le emozioni – sempre sospese, che ne fanno a tratti un disco d’atmosfera (nel senso più nobile del termine), senza disdegnare sconfinamenti nel pop-rock, nel soul (cui ben si presta la voce di Federica Faranda) o addirittura in una sorta di post-rock (Lezioni Americane). Fluido e godibile dall’inizio alla fine, Be2 coglie anche qualche motivetto più catchy pur esprimendo un mood prevalentemente malinconico. Apprezzabile la misura con cui vengono impiegati effetti e riverberi, che così spesso affossano le produzioni pop più “dream” (come se bastasse un riverbero per fare dream pop…), altro segno di accuratezza ed eleganza per questo disco, che tra le sue pieghe nasconde sfumature non banali. Waste, Love Is Over e Sailing Boat le mie tracce preferite di oggi, ma domani chissà. (Elisa Giovanatti)

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PAOLO TARSI, FURNITURE MUSIC FOR NEW PRIMITIVES, CRAMPS/RARA RECORDS 2015

Paolo Tarsi - Furniture music for new primitives (cover)

Per gli amanti di avant pop e musica contemporanea segnaliamo oggi l’ultimo lavoro di Paolo Tarsi, compositore, organista e pianista, collaboratore di artisti quali Tullio Pericoli e Marco Tirelli, compositore di musiche per mostre di Paolo Cotani, Mario Giacomelli, Andy Warhol, autore di performance e installazioni per gallerie e musei d’arte contemporanea, allievo di Luis Bacalov negli studi di composizione di colonne sonore per il cinema. È tuttavia il rapporto con la narrazione scritta quello che Tarsi indaga in questo Furniture Music For New Primitives, uscito per la collana POPtraits Contemporary Music Collection di Cramps Music e l’etichetta Rara Records e ispirato al romanzo Le città della notte rossa (1981) di William S. Borroughs: un testo che qui è punto di riferimento soprattutto sul piano formale, con i brani di Tarsi a restituire a loro modo la scrittura sperimentale dello scrittore Beat, lo sfondo cupo delle tematiche più esistenziali, il senso di alienazione e le scorribande oniriche. Il tutto con un lavoro molto fine di scambi e influenze fra avanguardie colte e linguaggi pop. Lunghissima la lista di collaboratori, dal quartetto Junkfood a Paolo Tofani (Area), da Enrico Gabrielli (Calibro 35, ex Afterhours) a Sebastiano De Gennaro (Baustelle, Le Luci Della Centrale Elettrica), solo per fare alcuni nomi. (Elisa Giovanatti)

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LUCA OLIVIERI, LA SAGGEZZA DELLE NUVOLE, AG PROD. 2015

Disco strumentale con due inserti vocali, l’ultima, la terza, per l’esattezza, fatica di Luca Olivieri gode di un respiro profondo e cosmopolita sebbene rimanga evidente e forte tutta la sua matrice nostrana. Definire “ambient” le nove tracce sarebbe davvero riduttivo nella misura in cui a sorprendere di più nel corso dell’ascolto non è la sola atmosfera piuttosto un mosaico di trame melodiche e ritmiche, inserite alla perfezione tra l’elettronica e la classica, che richiamano al dinamismo del cinema e non a un mero esercizio di maniera. Olivieri, accompagnato da collaboratori del calibro del trombettista Giorgio Li Calzi e Cesare Malfatti, giusto per nominarne due più noti al pubblico, non solo svela la sua ambizione di volere dare un’inquadratura e un volto alla musica che sta suonando ma ammette in tutta franchezza sonora l’incapacità di resistere al fascino delle sue stesse creazioni. La saggezza delle nuvole vi accompagnerà in un viaggio senza ritorno verso una nuova ed inedita dimensione del suono e della parola. (Matteo Ceschi)

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ATTENTION SLAP, THE ANIMAL AGE, AUTOPRODUZIONE 2015

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Concept album frutto di una fantasia visionaria e di amate letture orwelliane, The Animal Age ci catapulta in un mondo sinistro non troppo dissimile dal nostro: un topo, un coniglio, un asino e un maiale sono i protagonisti – insieme a un Okapi, rivoluzionario su cui sono riposte le speranze di cambiamento – del racconto allegorico che accompagna l’uscita del primo full length degli Attention Slap, lavoro interamente strumentale (salvo qualche inserto vocale in cui la voce, però, è in verità uno strumento aggiuntivo) che con una grande capacità narrativa e insperata immediatezza restituisce il senso di un universo corrotto e opprimente, popolato da loschi personaggi. Chitarre, sassofono, basso, synth e batteria dialogano tra loro in una sapiente e disinvolta commistione di generi, dall’acid-jazz al rock, dal funk al prog, per una musica dal fortissimo impatto visivo, che se non può fare a meno di richiamare il già citato Orwell, sa anche disegnare davanti ai nostri occhi le luci al neon e la contemporaneità dolente di un Hopper. Per la maestria tecnica e la complessità del progetto, questo coraggioso quartetto pavese merita davvero i nostri complimenti. Dal vivo promettono show esplosivi. (Elisa Giovanatti)

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PAOLO SPACCAMONTI, RUMORS, SANTERIA/ESCAPE FROM TODAY 2015

spaccamonti copertina CD

Più della delicatezza malinconica – pur molto presente in vari brani del disco – è il lato oscuro, inquieto e cupo a offrire la giusta chiave di lettura di Rumors, terzo album solista di Paolo Spaccamonti: “non è facile per me spiegare questo disco, credo abbia a che fare con l’assenza e la disperazione, la malattia e il dubbio. Come la tenacia con cui a volte ci si alza dal letto per scansare la pazzia. Tutto il resto è brusio di fondo, chiacchiericcio, rumors…”, spiega Spaccamonti; ed è in Croci/Fiamme, Sweet EN e Il Delinquente Va Decapitato che viene fuori il sofferto tentativo della vita, quella vera, di emergere da quel soffocante strato di quotidianità inessenziale e futile, in uno sforzo immane (ma necessario) di conciliazione fra dentro e fuori, per superare il brusio di fondo e ritrovare noi stessi. Sono pezzi scurissimi, sulfurei, in cui assistiamo a un’irrequietezza montante grazie ad accumuli di linee strumentali e tensione, sferzate metalliche ed espedienti vari, che si fermano appena prima della soglia del rumorismo, in un intelligentissimo e complesso equilibrio espressivo. Sono pezzi così efficaci che ci sorprende, poi, la schiarita di brani come Io Ti Aspetto (un bel dialogo, delicato e malinconico, fra la chitarra di Spaccamonti e il violoncello di Julia Kent) o il vago esotismo di Giorni Contati, le due tracce che più si discostano dal procedimento compositivo alla base dell’album: affastellamento e sovrapposizione di linee strumentali, appunto, in processi di accumulo perfettamente percepibili sin dall’iniziale titletrack o, ancora, in Seguiamo Le Api (e le seguiamo davvero, in mille fili e percorsi diversi). Una grande dimostrazione di maturità, una potente prova di quanto si possa dire senza usare le parole. (Elisa Giovanatti)

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PARBAT, SEASON OF K2, SEAHORSE RECORDINGS/AUDIOGLOBE 2015

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Da amante delle avventure in quota di Reinhold Messner, non ho saputo resistere né al nome del gruppo né all’invitante titolo dell’album. Da critico, invece, dovrei chiedermi cosa possano mai avere tre ragazzi di Catania in comune con il grande scalatore e con le vette magiche del subcontinente indiano. Comunque la mettiate, i Parbat – la “Montagna del destino”, il Nanga Parbat, vegli su di loro! – sono riusciti a creare con le note quello che in milioni di anni movimenti tellurici e smottamenti hanno sollevato sulle teste del genere umano arrivando a rendere tangibile il concetto elevato di paradiso. Il trio, proprio ispirandosi alle ripide pareti dei monti più alti del mondo, riesce a rendere il metal a tal punto rarefatto da riprodurre nella testa di chi ascolta ogni singola asperità del terreno aprendo la mente al concetto di una fusion dolcemente aggressiva – post-rock la si potrebbe definire – nelle sue nuove forme. Himalaya e 8611– composizione che prende il la dall’altitudine del K2, seconda vetta più alta della Terra – sono brani che mantengono intatta l’epica verticale della corsa al Tetto del mondo che vide europei e asiatici competere nel secolo scorso. I Parbat suonano per rievocare con rispetto tutti coloro che uscirono vincenti e perdenti dall’ardua sfida, ma non solo. Nella loro musica emerge un amore sincero per luoghi lontani che per rimanere magici dovrebbero mantenersi i più incontaminati possibile. (Matteo Ceschi)

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