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IN PRINCIPIO IL GRUNGE ERA INDIE… ED INDIE È RIMASTO

Un veloce tuffo nella popolosa e trasandata galassia grunge, e in particolare nella sua matrice indipendente, è il centro di questo ventiquattresimo numero di INDIANA MUSIC MAGAZINE, un’uscita che ci permette anche di salutare, con non poco rammarico, Chris Cornell, immortalato con i suoi Soundgarden negli scatti di Matteo Ceschi durante il loro concerto del 2012 a Milano. Una folta sezione di recensioni vi presenterà poi alcuni degli album più interessanti degli ultimi mesi, a cominciare da Mara Redeghieri e Tanika Charles. Non vi resta che cliccare sulla copertina per il download gratuito. Buona lettura! E grazie, Chris.

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NICHOLAS BRITELL, MOONLIGHT (ORIGINAL MOTION PICTURE SOUNDTRACK), LAKESHORE RECORDS 2016

Racconto di formazione, storia di una travagliata ricerca di identità (sociale e sessuale), Moonlight è un bellissimo film che racconta l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta di Chiron, ragazzo nero cresciuto in un sobborgo difficile di Miami, che cerca faticosamente di trovare il suo posto nel mondo. Figlio di una madre tossica, escluso e perseguitato da compagni crudeli, accolto dallo spacciatore Juan e dalla sua fidanzata, Chiron cresce rifugiandosi prima nel mutismo e poi (da adulto) in una corazza di muscoli, tenendo dentro una silenziosa diversità che non sa esprimere in un contesto che ritiene ostile, un mondo da cui si difende in una difesa che somiglia tanto a una rinuncia. Taciturno, solitario, intrappolato in se stesso, Chiron è un personaggio imploso (salvo cedere ad un’esplosione violenta, forse liberatoria, sicuramente dannosa per sé), la cui vulnerabilità viene raccontata con tocco lieve e lirico dalla regia di Barry Jenkins, che piuttosto che rifugiarsi in facili cliché lascia che il suo protagonista si ripieghi su se stesso e fa parlare i corpi (le luci che li illuminano, gli sguardi, il cibo, il contatto fisico) e la musica. In un ritmo lento, che oggi verrebbe da definire anacronistico e che però è il passo delle emozioni più profonde e del loro lavorio, i microepisodi che compongono il racconto di Moonlight affidano alla fisicità degli attori (in particolare i tre che interpretano il protagonista bambino, adolescente e adulto, Little, Chiron e Black) e ancora di più alla pervasività della musica una comunicazione più diretta e più potente di qualsiasi parola. Laddove Chiron ammutolisce e si sottrae la musica è strabordante, e non in senso riempitivo: forza la struttura del film per far dilagare l’emozione, diventa linguaggio di verità dove non si trovano le parole, fa da valvola di sfogo quando l’emozione è troppo grande da contenere. Potevamo aspettarci un pieno di rap e hip-hop, e invece abbiamo di tutto, dalla blaxploitation anni ’70 a Mozart, da Jidenna alle composizioni originali di Nicholas Britell. Proprio nella partitura di Britell troviamo il cuore e l’anima della musica di Moonlight, il tema che identifica il protagonista, un brevissimo motivo delicato e dolente che si presenta in tre varianti: pochi rintocchi di pianoforte bastano per Little, una minima variazione di intonazione rende il tema di Chiron più pieno e un pochino più triste, ancora più vibrante e grondante malinconia è quello di Black, ma chissà se in tutto quel vibrare non ci sia anche della speranza.

Un altro tema importante è The Middle Of The World, che accompagna una scena fondamentale, quella in cui Juan insegna a nuotare al piccolo Chiron: una fantasia di violini molto efficace, intrisa di un certo senso di transitorietà, come del resto i tanti brevi momenti, effimeri, che compongono la partitura di Britell.

A catapultarci nell’ambiente in cui vive Chiron è però Every N****r Is A Star di Boris Gardiner, canzone che sentiamo nella primissima scena del film: è un pezzo tratto da un film blaxploitation degli anni ’70, recentemente ripreso da Kendrick Lamar, che in un miscuglio di solitudine, senso di esclusione, rabbia, questione razziale, ma anche calore e speranza, stabilisce brillantemente il contesto interno ed esterno in cui si svolgerà la vicenda. È la prima di una serie di musiche non originali utilizzate in Moonlight, con scelte che passano dal Laudate Dominum di Mozart (Vesperae Solennes De Confessore, K339) che accompagna i ragazzini che giocano a pallone a Hello Stranger, hit del ’63 di Barbara Lewis che avvolge l’importantissimo re-incontro con Kevin (amico d’infanzia, primo e unico amore, unica occasione di conoscenza e riconoscimento nello sguardo dell’altro da parte di Chiron), fino a Cucurrucucu Paloma di Caetano Veloso (dichiarato omaggio a Happy Together di Wong Kar-wai) durante il viaggio in macchina di Black. Proprio nell’ambiente chiuso della macchina Black, ormai a sua volta muscoloso spacciatore, fa sfoggio di ascolti hip-hop (Cell Therapy di Goodie Mob e Classic Man di Jidenna) che sembrano voler proiettare, per se stesso e per gli altri, un’idea ipermascolina dell’essere uomo e dell’essere nero.

Da notare in particolare la versione “chopped and screwed” di Classic Man: si tratta di una tecnica di remixaggio, tipica del rap del Sud degli USA, che rallenta la versione originale, ne varia (abbassandola) l’intonazione, e aggiunge spesso qualche ulteriore distorsione che crea atmosfere completamente nuove. Nicholas Britell la utilizza addirittura per il tema di Chiron, che compare anche in una efficacissima versione chopped and screwed. Tornando alla scena qui sopra, un pezzo trendy come quello di Jidenna diventa qui più duro, nelle intenzioni di Chiron, che forse tuttavia mentre crede di fare una cosa ne sta facendo un’altra, come suggerisce lo stesso Jenkins in un’intervista a Pitchfork: rallentare fa sì che le emozioni si mostrino in tutta la loro potenza, rivela sensibilità e pulsioni che diversamente non si notano, espone Black – che pure alza il volume, per sfuggire a una domanda di Kevin – in tutta la sua vulnerabilità. Il cuore di Chiron è pieno di amore, pieno di dolore, e diviso tra i due. Di quell’amore si porta però dietro la possibilità: “tu sei l’unico che mi abbia mai toccato”, dice alla fine Chiron a Kevin, ed è una dichiarazione d’amore, nel nome di quel contatto, l’incontro con l’altro, per cui si può anche attendere una vita intera. (Elisa Giovanatti)

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LA MIA NON-INTERVISTA A SHILPA RAY

Shilpa Ray 02

Quando, un anno fa, mi sono imbattuta in Last Year’s Savage di Shilpa Ray (cliccate qui per saperne di più), ho sperato in cuor mio che l’artista capitasse in Italia, in modo da poter scambiare due parole con un essere umano tanto tormentato, affascinante e inafferrabile. Ecco, inafferrabile è la parola giusta. Il mese scorso, con le date italiane dell’artista lanciata da Nick Cave, l’occasione era arrivata e mi ero accordata col suo management per un’intervista. O meglio, avremmo dovuto dedicare a Shilpa Ray intervista, session fotografica e copertina di Indiana Music Mag. Il giorno convenuto, armato di fotocamere, il nostro Matteo Ceschi si è sorbito qualche ora di un evento privato milanese prima di riuscire, faticosamente, a scattare delle foto e tornarsene mestamente a casa, senza intervista. Avventura poco invidiabile, che il nostro ha superato con una pazienza che nessuno di noi gli avrebbe mai riconosciuto (più qualche sfogo irripetibile via Whatsapp). E chissà se gli hanno almeno offerto un drink.  Ad ogni modo (lascio a lui il racconto del secret party) a me, promotrice dell’iniziativa, non restava che prendere nuovi accordi col management di Shilpa: poche domande per iscritto, e avrai risposta. Bene, non sto a riassumervi le peripezie varie, ma risposte non ne ho avute, ho anche cominciato a pensare che intervistare Madonna (o LA Madonna) potesse essere più semplice, e mi stavo arrovellando su un pezzo da scrivere circa tutta la vicenda, senonché un giorno appare sui profili social di Shilpa questo messaggio:

ShilpaRay comment

Fantastico, ho avuto una non-risposta alla mia non-intervista, peraltro all’unica domanda a cui Shilpa Ray ha deciso di non rispondere (le altre, a carattere musicale, sono ancora sospese nell’etere). Ebbene sì, l’ho fatto: ho chiesto a Shilpa Ray (che sì, è nata nel New Jersey da immigrati indiani) un commento sulla crisi dei rifugiati e sull’innalzamento più o meno metaforico di barriere, muri fisici e mentali di protezione (da cosa?).  Ho sbagliato? È una domanda stupida? Banale? Semplicemente inappropriata? Che poi se non glielo chiedi si offende, perché diciamocelo subito, con una come Shilpa Ray si sbaglia comunque…  Non lo so e sono domande che mi faccio qui con voi. Capisco molto bene la sua rabbia nel sentire di dover vedere il mondo attraverso determinate categorie, imposte da altri, ma non era quello il senso delle mie parole. Insomma non so dire se la mia era una domanda da porre o meno, ma io vivo qui, nell’Europa della crisi dei rifugiati, degli Stati che chiudono le frontiere, o anche di Fuocoammare che vince a Berlino, e quello che non vivo direttamente lo leggo, e sento di un’America in cui un certo signore parla di un muro al confine col Messico (da far pagare ai messicani!), e quindi sì, stanti così le cose ho pensato che una come Shilpa Ray potesse avere una sensibilità particolare a riguardo, e qualcosa di interessante da dire, per il suo vissuto personale, o per le sue scelte artistiche, o semplicemente perché di solito questo gli artisti hanno, qualcosa di interessante da dire.

E qui certo ho sbagliato, perché come molti altri artisti Shilpa vive nel SUO mondo, una realtà a forti tinte persecutorie da cui non ha alcuna intenzione di emergere. Shilpa Ray è autrice di uno strano miscuglio di blues, soul e punk che si è rivelato essere una delle proposte più interessanti degli ultimi tempi, un rockaccio sporco abitato da ossessioni per sesso, tradimento, morte, sangue ed elementi materici e corporali di ogni tipo, dai titoli provocatori e dallo humour beffardo, scuro e decadente, musica che, se si regge il primo schiaffo, sa conquistare. Immersa in quella realtà, quando scrive testi scostanti o quando infiamma il palco imbracciando l’harmonium indiano, Shilpa Ray ha sempre ragione, come ogni artista vero, e di cose da dire ne ha a tonnellate. È quando deve relazionarsi con l’altra parte della barricata (perché, dimenticavo, lei è in guerra) che cominciano i problemi.

Shilpa Ray 01

In quest’altro mondo, quello dei rifugiati, di Trump, di Parigi e di Bruxelles, del Bataclan e di Charlie Hebdo, dei contratti a progetto e di un futuro non più lungo di 6 mesi, vivo io, che appartengo a pieno titolo a quella generazione di trentenni derubati del proprio futuro che si destreggiano tra desideri non realizzati e asfissianti incombenze quotidiane. Qui, a differenza che nel mondo di Shilpa, è tutto molto più sfumato, e dire chi ha ragione è impossibile. Faccio questo lavoro con molta serietà e naturalmente ne faccio anche un altro, con altrettanta serietà, per mantenermi. Utilizzo ogni giorno un decimo delle mie qualità perché con i nove decimi tengo a bada le frustrazioni e mi barcameno nelle ansie quotidiane, riservando il mio meglio per un futuro che non ho il tempo di costruirmi e una vita che non è mai ora, è sempre dopo. Andrò in pensione a 174 anni con un assegno insultante. Quindi, Shilpa, non dico che tu mi debba ringraziare per le domande che ti rivolgo o lo spazio che ti dedico, ma deponi l’ascia di guerra, perché sappi che tu stai dalla mia parte come io sto dalla tua, non attaccare a priori, tu che canti ingiustizie e frustrazioni, rabbia e rassegnazione, perché se mi conoscessi staresti con me, credimi.

E poi, diciamolo, prendersela coi giornalisti (giornalista, io? Non so nemmeno io cosa sono, e indugio qui mentre cerco strade alternative, o alibi per non cercarle) quando hai management, ufficio stampa, staff e quant’altro che altro non fanno che sfinirci per ottenere spazi, recensioni, interviste, non è proprio una furbata. Fatti le domande e datti le risposte, verrebbe da dire, ma d’altronde mi rendo conto che è sempre un po’ così con chi dev’essere ribelle e alternativo a tutti costi, e vive in un mondo persecutorio/vittimistico che all’occasione si rivela comodo per sfuggire a responsabilità di qualsiasi tipo, fossero anche tre semplici domande; non è una novità e va bene così, è nel gioco delle parti.

Di buono c’è da dire che mentre scrivo sto riascoltando Last Year’s Savage e suona bene oggi come un anno fa, il che è un ottimo segno. Burning Bride, Pop Song For Euthanasia, Nocturnal Emissions, Johnny Thunders Fantasy Space Camp… non ce la faccio, Shilpa, a non volerti bene, e anche oggi, come in passato, ti sto facendo un buon servizio. Le risposte vere, se vuoi, cantamele nel prossimo album. Love, Elisa

(testo di Elisa Giovanatti, foto di Matteo Ceschi)

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