Category Archives: Canada music scene

TANIKA CHARLES, SOUL RUN, RECORD KICKS 2017

Album di debutto della canadese Tanika Charles, pubblicato dall’italianissima Record Kicks, Soul Run ci regala una quarantina di minuti di ottima musica splendidamente interpretata, guadagnandosi con questo una nomination come miglior album R&B/Soul ai Juno Awards (i Grammy canadesi). Sorta di “concept sentimentale”, il disco nasce dalla fine travagliata di una relazione ma ciò che racconta è soprattutto la ricostruzione e l’inizio di una nuova vita. La produzione, affidata ad un folto numero di personaggi fra cui spicca Slakah The Beatchild (noto per le collaborazioni con Drake), è molto intelligente e misurata nel mescolare le atmosfere calde e vintage del soul anni ’60 con una freschezza tutta moderna fatta di battiti hip-hop, cui si aggiunge tutta la contemporaneità dei testi delle canzoni, veri, schietti ed efficaci nell’avallare un forte punto di vista femminile sul mondo. Dopo una breve Intro che imposta la scena, Tanika infila subito un poker di canzoni da fare invidia all’artista più navigato: l’ipnotica title track, con uno sfoggio di doti canore piuttosto impressionante, la schietta ed energica Two Steps, pesantemente venata di Motown, i ritmi funky della bellissima Sweet Memories e la malinconica, dolente More than a man rimangono in mente ben oltre la loro durata e regalano lampi di meraviglia ed emozione. Si procede altrettanto bene, fra strizzate d’occhio a Lauryn Hill, Amy Winehouse e Stevie Wonder ed un songwriting particolarmente ispirato, con una serie di pezzi contagiosi (Money, Love Fool, Waiting), di breve durata e perlopiù uptempo, fino alla sorpresa finale, Darkness And The Dawn, brano interamente scritto da Tanika, che si discosta dai precedenti per la complessità di luci ed ombre che mette sul tavolo, e per la coda strumentale che sembra già preludere a nuovi sviluppi per la musica di Tanika Charles. Sviluppi che sicuramente terremo d’occhio. (Elisa Giovanatti)

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CORB LUND, THINGS THAT CAN’T BE UNDONE, NEW WEST REC. 2016

Corb Lund

Ascoltando Things that Can’t Be Undone si ha subito la piacevole sensazione di essere stati iniziati a un viaggio, un cammino lungo e faticoso, verso le radici sonore nord-americane, un tragitto che al contempo pare capace di colorare cartoline in b&w in cangianti diapositive a colori 2.0. Il canadese Corb Lund, bisogna ammetterlo, suona decisamente più americano del più incallito Kentucky kid sciorinando una sequenza di baldanzosi brani country-rock – volete chiamarle ballads, fatelo pure! – che solo qua e là si concedono divagazioni Seventies verso quella che potremmo azzardare a definire una tarda vena psichedelica folk. Per tutta la lunghezza dell’album Lund vuole accompagnare l’ascoltatore alla scoperta di angoli nascosti dove la passione sembra sgorgare ovunque in refrigeranti fiotti creativi. Dotato di una voce pacata ma non per questo priva di profondità, il cantautore dell’Alberta riesce ancora a sorprendere quanti pensavano di avere appreso tutto quanto necessario della tradizione americana. Sadr City, e Talk Too Much, brano che abbraccia incondizionatamente il pop-rock dei Sixties, sapranno forse catturare più di altre tracks le fantasie di noi cowboy di città! HYIIIII AHHHH! (Matteo Ceschi)

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PAUPIÈRE, JEUNES INSTANTS EP, ENTERPRISE REC./LISBON LUX REC.

Jeunes Instants

Eclettica formazione, un trio per la precisione, canadese che si ispira apertamente alle sonorità pop-dance della Francia degli anni Ottanta. L’impatto con le quattro tracce dell’EP è gradevole e non accende l’allarme del “già sentito”. La matrice elettronica seppure marcata non è eccessivamente invasiva e si mantiene rispettosa delle trame melodiche che continuano a sorreggere lavoro della band di Montreal. Il musicista Pierre-Luc Bégin accompagnato dalla visual artist Julia Daigle e dalla perfomer Éliane Préfontaine riesce nell’intento di rinverdire i fasti sonori di una generazione, quella degli Eighties, al tempo stesso musicalmente lasciva ma capace di accendere le fantasie del pubblico. La title track e Quinte sono due occasioni per tornare giovani e per presentare a chi non le avesse vissute le mille sfumature di uno dei decenni più pop della contemporaneità. (Matteo Ceschi)

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NAP EYES, THOUGHT ROCK FISH SCALE, PARADISE OF BACHELORS 2016

napeyes

Ha detto bene Stuart Berman su Pitchfork: se la vostra serata-tipo si svolge sul divano, a leggere un articolo su iPad con la televisione accesa sullo sfondo, mentre le conversazioni su smartphone proseguono senza tregua, allora questo disco potrebbe essere un primo passo nella vostra riabilitazione dal sovraccarico di informazioni. Canadesi di Halifax, Nuova Scozia, i Nap Eyes sono guidati dal frontman e paroliere Nigel Chapman, narratore-incantatore a dir poco intrigante che, per cominciare (Mixer), ci conduce per mano a una festa: nemmeno il tempo di entrare, però, che subito scatta la sensazione di trovarsi nel posto sbagliato, mentre siamo – rasenti al muro – osservatori degli altri e di noi stessi, soli tra la folla. Inizia così, con un gran senso di solitudine, il percorso di ricerca di identità che attraversa i 35 minuti scarsi di questo Thought Rock Fish Scale, cammino che passa in rassegna sogni e disillusioni, deliri e frustrazioni di vite galleggianti in una condizione di auto-inganno. Ed è proprio qui che la forza del disco colpisce come uno schiaffo: i testi asciutti, diretti, spogli, penetranti come raramente accade, privi di qualsiasi retorica, colpiscono al cuore, “feroci” nella purezza della visione, fulmini a ciel sereno in una società incentrata sulla distrazione di massa. Al cuore, per la maggior parte dell’album, di strutture basilari, le parole risaltano, circondate da una musica rilassata, sonnolenta, pigra: “idiot, slow down” invocava Thom Yorke quasi 20 anni fa in un capolavoro di rappresentazione dell’alienazione (OK Computer), perché la lentezza è una forma di difesa e un atto rivoluzionario nell’iperattività e ipervelocità della vita contemporanea. I Nap Eyes non solo rallentano, ma abbassano il volume e si sbarazzano di tutto quel sovraccarico di effetti e post-produzione oggi così in voga, mantenendo dall’inizio alla fine un profilo basso, il registro contemplativo del pensare tra sé e sé e il tono confidenziale dell’incisione casalinga (l’album è registrato in presa diretta, senza sovra incisioni). Le soluzioni musicali cambiano verso metà disco con Alaskan Shake e Click Clack, più complesse, imprevedibili, e mentre un flusso di coscienza intreccia presente, passato e futuro sentiamo un profondo senso di connessione, in barba alla mancanza di logica narrativa. Sarà anche per quelle continue ripetizioni (“my old great great great great great grandmother mother mother mother mother…”), specie di mantra per un Chapman alla ricerca di se stesso, con un lessico così nudo da farsi a volte enigmatico, allegorico o mistico. “Won’t you trust trust trust me, c’mon…”, si chiude così il disco. Io non lo so se mi fido, intanto lo riascolto, perché non ho ancora decifrato tutto di Thought Rock Fish Scale, lavoro ricchissimo in abito casual. (Elisa Giovanatti)

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