Category Archives: elettronica

CUCINA SONORA, EVASIONE, TOYS FOR KIDS RECORDS 2017

Evasione come fuga da un luogo, come liberazione da una condizione opprimente o come leggerezza, disimpegno? Sono, forse, tutte queste cose insieme quelle che si trovano nell’album di Cucina Sonora, il progetto solista di Pietro Spinelli, toscano trasferitosi a Berlino, artista di solidissima formazione classica e di più recenti studi di sound engineering, che ha condiviso il palco con artisti come Aucan e Godblesscomputers. Dialogo fra classico e moderno, fra pianoforte ed elettronica, all’insegna della leggerezza e della solarità, Evasione procede prevalentemente su ritmi incalzanti, sostenuti, una sorta di moto perpetuo in cui Spinelli si trova molto a suo agio (fino a correre il rischio, scampato per un soffio, di ripetersi), ma regala emozioni anche laddove rallenta e lascia emergere sprazzi di umanità e preziosa sensibilità: accade per esempio nella bellissima Dissolution, o anche in Cocktail, unica traccia non strumentale del lavoro, che rivisita con classe il trip-hop degli anni ’90 anche grazie alla voce calda e morbida di Ginevra Guerrini. Una voce si era già sentita per la verità nella precedente Sistema Lunare, che esplora uno dei classici tópoi della tradizione elettronica (la luna, appunto, così come gli astri e lo spazio) avvalendosi della registrazione del “Landing a man on the moon” speech di J.F. Kennedy (’61), così come di altri elementi umanizzanti e robotici insieme (conto alla rovescia, procedure di controllo ecc.). Una sensazione di cerebralità senza freddezza pervade tutto il disco, ed era forse il traguardo più difficile da raggiungere per questo tipo di musica: complimenti quindi a Spinelli, alle sue dita che saltellano e si rincorrono sul pianoforte, al suo approccio leggero – che pure nasconde un grande lavoro – e alla sua voglia di giocare. (Elisa Giovanatti)

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CHRYSTA BELL, WE DISSOLVE, AWAL/KOBALTMusic REC 2017

Si torna indietro nei nebbiosi e uggiosi anni Novanta con We Dissolve di Chrysta Bell, artista poliedrica che può vantare un estimatore come il regista David Lynch che l’ha voluta a recitare nella nuova e attesissima serie di Twin Peaks dopo numerosi progetti discografici realizzati in tandem. Lo si intuisce già da Heaven, prima traccia del disco, che non lascia dubbio a riguardo e se ne ha la certezza scorrendo velocemente i nomi di alcune guest: il produttore John Parish e, scusate se è poco, Adrian Utley dei Portishead. Il sound è quello di un pop votato alla contaminazione che cerca il “guizzo assassino” nell’incerto equilibrio del jazz e nella fredde certezze dell’elettronica. Gravity, il singolo che anticipa l’album e che certo non passerà inosservato, possiede nella sua anima “artificiale” il calore della musica da camera. Planet Wide, così lasciva e imprevedibile nella sua aggressività sonora, non ha mai smesso di piacermi fin dal primo istante in cui vi ho posato sopra orecchio. Detto ciò, non grido certo al miracolo anche se sono conscio di avere in cuffia un album solido e ben realizzato che non manca certo di un paio di acuminate frecce per trapassare il muro dell’indifferenza sonora che, ahimè, troppo spesso ci circonda e ci rende pigri di fronte all’esplorazione sonora. (Matteo Ceschi)

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PICCOLI ANIMALI SENZA ESPRESSIONE, SVEGLIO FANTASMA, SUSSURROUND 2017

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A partire dal nome, preso in prestito dall’omonimo racconto di David Foster Wallace, il gruppo toscano mette subito in chiaro la sua vocazione alta, a gettare l’arte oltre l’ostacolo. D’altra parte uno dei fondatori è il bassista Andrea Fusario, ex Virigniana Miller, e i nostri alle spalle hanno già due album, This incanto e Cerco casa vista Marte con la collaborazione di Robin Guthrie dei Cocteau Twins (mica pizza e fichi!). Sveglio fantasma prosegue il progetto ambizioso dei Piccoli Animali Senza Espressione fornendo agli ascoltatori molto materiale da assimilare, elaborare, studiare, fra cantautorato, pop ed elettronica che non annoiano mai. Ogni brano ha senso di esistere con la sua ricerca sonora, che attinge a diversi mondi – musica mediterranea (Oltremare), drum ’n bass (La teoria delle stringhe), mediorientale “battiatiana” (Luminoso, con Nabil Salameh alla voce), rock (la misteriosa, inquietante e intrigante Lupa) – e riferimenti artistici e letterari, da Kafka che si muove per le strade della sua Praga (Vicolo d’oro) a Kandinski che viaggia dalla Russia all’Oriente (ancora Luminoso) fino alla Flatlandia di Edwin Abbott Abbott (Come il quadrato), o geografici (La mia parte lagunare, In cammino). L’album si chiude con un omaggio alla natura ispiratrice, con la sua “pura geometria” celebrata nel brano solo piano e voceTracce separate. L’uso dell’elettronica è preponderante ma quasi mai invadente, umanizzato dalla presenza degli strumenti “veri” e dalla voce adulta e senza tempo di Edoardo Bacchelli. (Katia Del Savio)

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PAOLO TARSI: LA MIA STANZA DELLE MERAVIGLIE

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Torna, con un numero breve ma ricco, l’appuntamento con INDIANA MUSIC MAGAZINE: il protagonista di questo mese è Paolo Tarsi, compositore, pianista e organista, allievo di Luis Bacalov, autore e interprete di performance e installazioni presentate in musei, gallerie d’arte, aeroporti; Paolo Tarsi ci presenta qui il suo nuovo lavoro Petite Wunderkammer e ci dà modo di fare una veloce ma intensa puntata nel suo interessantissimo mondo, fatto di musica classica, contemporanea, jazz, rock, elettronica, ma anche di cinema e di arte. A seguire, come sempre, i nostri dischi preferiti: Sampha, Nicolas Michaux e Peter Piek. Per il download gratuito del magazine basta cliccare sulla copertina qui sopra.

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SAMPHA, PROCESS, YOUNG TURKS 2017

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Fra i terreni più fertili e innovativi degli ultimi anni, la black music (hip hop e r&b) è stata graziata di recente anche dal tocco di Sampha, artista londinese che prima di arrivare a questo suo primo LP ha prestato voce e talento ad alcuni dei più grandi ed interessanti nomi contemporanei, fra cui SBTRKT, FKA twigs, Drake, Kanye West, Frank Ocean e le sorelle Knowles (Beyoncé e Solange). Process racconta, fin dal titolo, come questo album sia il frutto di un lungo processo di costruzione, un percorso di maturazione musicale e, prima ancora, personale. Il lavoro ha una doppia faccia: colpisce per la straordinaria intimità di quel che racconta, la tribolata vicenda umana di Sampha (le dolorose perdite che ha dovuto affrontare, la faticosa costruzione di se stesso), con testi brutalmente sinceri e una voce capace di esprimere al meglio tutto il range delle emozioni, conferendo a Process una dimensione di rarissima intensità; l’aspetto puramente musicale, invece, sembra il frutto di un perfezionismo quasi ossessivo, in cui gli strumenti primari di Sampha (voce e pianoforte) sono affiancati da un fiorire di piccoli particolari tutti al posto giusto, studiati e pensati in ogni minimo dettaglio, per un raffinato mix di soul, r&b ed elettronica. Questo scrupolosissimo lavoro di composizione, però, non tocca minimamente l’atmosfera meditativa dell’album, nemmeno nelle sue tracce più movimentate (Blood on me, Kora sings, Timmy’s prayer), in cui si ha comunque la sensazione di essere nei pensieri, nelle paure e nelle tribolazioni dell’artista. Basta poi ascoltare pezzi come (No one knows me) Like the piano e sembrerà di essere da soli con Sampha al pianoforte, per sentirlo cadere, rialzarsi, avere paura, crescere, cercare di andare avanti. (Elisa Giovanatti)

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NICOLAS MICHAUX, A LA VIE A LA MORT, TÔT OU TARD 2017

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Belga giramondo dalla personalità eclettica, Nicolas Michaux guarda senza timore di offendere la madrepatria alla Francia di Serge Gainsbourg e agli States post-grunge di Elliott Smith. E lo fa con una voce felina che ricorda un po’ lo scostante distacco di Carla Bruni. Le sonorità dell’album rispecchiano in pieno le caratteristiche del suo creatore: si passa dal pop minimale ricco di spunti danzerecci “da camera” della title track e di Un imposteur al folk sbarazzino di Croire en ma chance con un chitarra che suona deliziosamente “sgangherata”. Poi quando meno te lo aspetti arriva il rock più profondo e cavernoso un po’ in stile Television di Les îles désertes, il migliore pezzo dell’intero disco che pur si mantiene su standard decisamente elevati. A la vie, à la mort, sebbene non riscriva le regole del gioco, quantomeno ha i numeri per restituire a chi si pone l’ascolto validi strumenti per leggere ed interpretare le note che verranno. Se Nicolas non dovesse raggiungere il più grande pubblico sarebbe un peccato mortale per l’intero panorama europeo che, ahimè, rimarrebbe prigioniero dei suoi peggiori incubi televisivi. (Matteo Ceschi)

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BON.NOT, TRE, AUTOPRODUZIONE 2016

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In questo inizio 2017 mi trovo ad ascoltare un disco che recupera dichiaratamente frammenti di gruppi che hanno fatto grande la scena indipendente italiana nei gloriosi anni ’90 (CSI, Posse varie, ecc.) associandoli a elettronica sempre di quegli anni (trip-hop in particolare) e a sonorità più contemporanee. Nonostante le atmosfere crepuscolari e i testi poco consolanti (tutti rigorosamente in italiano), quello che esce dalla mescolanza di beat, campionamenti e strumenti è un suono fresco, che fonde elementi industriali con il fattore umano. I Bon.Not, che da due sono diventati quattro, dimostrano di sapere esattamente ciò che vogliono, attenti ai dettagli, come si evince dall’autopresentazione pubblicata sul sito bonnotband.it, non scimmiottando l’elettronica trendy un po’ fine a se stessa, ma utilizzando tutti gli strumenti a disposizione di un artista oggi, per comunicare qualcosa, per inventare qualcosa, o almeno per provarci. La voce ossessionante di Ruberemo, i suoni martellanti de La preda, l’apparente distensione di Fino in fondo, il suono angosciante e claustrofobico de L’impiccato sono i momenti più interessanti dell’ep. (Katia Del Savio)

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TASH SULTANA, NOTION EP, AUTOPRODUZIONE 2016

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Ammetto di averla scoperta per caso, shazamando una canzone che stava passando su Lifegate Radio mentre ero al volante; poi, come sempre, Google e YouTube mi sono venuti in soccorso, rivelandomi una storia personale difficilissima che per fortuna si è convogliata positivamente, nella musica, dopo anni di droghe e quant’altro. Tash Sultana è una giovanissima australiana che ha suonato per anni come busker sulle strade di Melbourne ed è ora un vero e proprio astro nascente, con numeri impressionanti su YouTube e Spotify. Sta girando il suo Paese in un tour imponente e ha in programma una tournée internazionale nel 2017, con parecchie date negli USA e 3 date in Italia la prossima estate. Vocalist e multistrumentista, si fa notare per i virtuosismi alla chitarra e nell’uso della pedaliera (loop e riverbero), costruendo la sua musica su ostinati e stratificazioni successive di linee di chitarra. Synergy, il pezzo di apertura dell’Ep, mette subito in chiaro quale sia il metodo, e se la formula bene o male è sempre la stessa, il risultato ha sempre una certa freschezza, con il talento di Tash che riesce a ricavare una notevole varietà, passando da ritmi funky a pezzi quasi ska o reggae (il singolo Jungle) fino alla rilassatezza di Gemini (dove la sentiamo anche alla tromba) o Notion, con un bell’assolo conclusivo, altro elemento ricorrente. Interessantissimi anche i due brani live (Big Smoke Pt 1 e Pt 2), sempre interamente suonati da Tash. Una bellissima scoperta che non vediamo l’ora di vedere più da vicino. (Elisa Giovanatti)

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JOAN AS POLICE WOMAN & BENJAMIN LAZAR DAVIS, LET IT BE YOU, REVEAL REC./BERTUS 2016

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Sodalizio artistico nato dalla comune passione per la sperimentazione e il viaggio, Let It Be You, vede collaborare con ottimi risultati Joan Wasser, meglio conosciuta come Joan as Police Woman, una delle più conturbanti star della indie music statunitense, e il polistrumetista Benjamin Lazar Davis. Il disco, cominciamo fin d’ora a dirlo, appare molto convincente per tutta la sua lunghezza con la sola esclusione di Overloaded, brano, passate il termine non proprio da educanda, “paraculo”. Il richiamo più evidente per la commistione tra rock, elettronica, pop e, mettiamocela pure dentro visto il tema del viaggio, world music è sicuramente Nina Hagen anche se l’impronta vocale e stilistica di Miss Wasser non viene mai schiacciata: Magic Lamp, terza traccia, è una gemma di potenza e delicatezza allo stesso tempo capace di definire nuovi schemi e mode sonore. Satellite, oltre la metà dell’album, è la composizione che meglio regge alla fusione degli ego dei due artisti. Provare Let It Be You, non vi costerà niente, magari a cominciare dal singolo Broke Me In Two… e se poi dovesse piacervi… (Matteo Ceschi)

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JAZZ PER AMATRICE

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La giornata meteorologicamente parlando non è delle migliori. Cielo grigio e lattiginoso e un notevole teso di umidità su Milano. Arrivo al Teatro Continuo, al centro del Parco Sempione, che il set di Giovanni Falzone e Enrico Intra è appena iniziato. Il primo, un ragazzone ormai maturo che sembra essere un rapper del Bronx – i suoni che escono dalla sua tromba non nascondono l’ammirazione per l’ultima incarnazione della black music. Il secondo con la sua chioma bianca, invece, ricorda Gil Evans e armeggia come mago Merlino al piano. Il set dura 15 minuti, forse, 20. Improvvisazione allo stato puro che lascia ammirata la platea assiepata sull’erba. Suonano per raccogliere fondi per ricostruire il Teatro Giuseppe Garibaldi di Amatrice devastato dal terremoto (la maratona jazz è stata promossa dall’associazione I-Jazz e coordinata da Antonio Ribatti direttore artistico del Milano Jazz Festival). Falzone e Intra si esibiscono con vigore e energia. Quasi a volere opporre alla forza distruttrice del sisma quella rigenerante e confortante della musica. Scatto e ascolto. Non potrei fare altrimenti. Scatto e continuo ad ascoltare cercando di catturare un frame di quell’energia. Scatto e poi smetto al primo applauso. L’esibizione è finita, certo. Per la ricostruzione ci vorrà ancora molto. Lo sanno loro, gli artisti che lasciano il palco ai colleghi. Lo sa il pubblico. Lo sa il fotografo. Non sono il solo a guardare in alto. Immagino le note volare verso Amatrice… (Matteo Ceschi)

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