Category Archives: folk

LIBERO, 9 TERRE, TERRA SOLARE 2019

LiberoReina

Nonostante Binnajah (Buona fortuna), scelto come singolo e come brano di apertura ricordi immediatamente ciò che la Bandabardò faceva più di 20 anni fa, basta passare ai brani successivi per capire che Libero ha un modo tutto personale di interpretare la musica folk nel 2019. Cantato spesso in siciliano, 9 terre utilizza tutti gli strumenti del momento per rendersi contemporaneo senza perdere l’ancoraggio alle radici. Non è facile scrivere un album che fonda sonorità tradizionali con la freschezza data dall’uso dell’elettronica. Libero Reina ci è riuscito dai monti Sicani (in provincia di Agrigento) dove vive suonando chitarra acustica, elettrica, mandolino, armonica, ukulele, piano, didjeridoo, Pad e synth elettronici. Alcuni brani hanno un’attitudine lo-fi e sono semplicemente acustici, come Involuzioni, in altri, come la italo-siculo-francese Au Maghreb, è l’elettronica a farla da padrone. In altri ancora acustica, elettrica ed elettronica si fondono. Il risultato è molto interessante: He yama yo ha dentro di sé echi mediorientali e loop alla Fatboy Slim. Il meraviglioso suono del dialetto siciliano è poi l’ingrediente imprescindibile del disco. Ascoltate ad esempio la dolcissima Angela e mi darete ragione. (Katia Del Savio)

https://indianamusicmag.wordpress.com

 

 

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GERARDO BALESTRIERI: PENSARE A UNA MUSICA PER CORTO MALTESE

corto maltese & gerardo balestrieri, december 31, 2018_03 72

Senza perdermi in troppi convenevoli lascio subito la parola a Gerardo Balestrieri affinché spieghi nel dettaglio il progetto/work in progress ispirato a Corto Maltese, il capitano di ventura nato dalla penna di Hugo Pratt protagoniste di avventure in giro per il mondo. 

Appurata, direi, la tua passione per Corto Maltese, una passione che nutro fin da molto giovane anche io, come nasce l’idea di ripercorrere in musica le avventure/viaggi del personaggio di Hugo Pratt? La tracklist ripercorrerà cronologicamente i volumi del fumetto o ti prenderai qualche licenza poetica?

L’idea di pubblicare un disco dedicato a Corto Maltese mi è acquaticamente balenata in mente a Venezia un po’ di tempo fa. Devo scriverti che non fa parte delle mie letture giovanili, l’ho approfondito tardi. Conoscevo Pratt attraverso Paolo Conte… Ma mi son già dedicato a concept album dedicati a qualche precisa figura… Canzoni del mare salato (questo il titolo ) è un disco con 12 canzoni che narra le trame e i personaggi cari a Corto Maltese. La sequenza sarà cronologica ma con dei salti nelle storie. Attraversare con la musica e i testi le storie e i personaggi cari al marinaio creato da Hugo Pratt. Da Pandora a Rasputin, Tristan Bantam, Tiro Fisso e Bocca Dorata, La Casa di Samarcanda, Corte Sconta detta Arcana, l’ Africa, Una favola di Venezia, Morgana, Tango e altro ancora. La figura di Corto Maltese è ovviamente centrale ma lascia ampio spazio agli altri caratteri e alle storie. Nel disco, lo sforzo maggiore è quello di non nominarlo mai col suo nome.

Quanto ti riconosci in Corto?

Nel nome…nel senso che non sono alto di statura 😉 Riporto qui alcuni “perché” e relative risposte riguardo questo progetto
Perché un disco su Corto Maltese?
Per l’infinita ricchezza di elementi nelle sue storie…
Perché non le ho ancora lette tutte.
Per una mia natura apolide che si ritrova nella sua.
E per tutta una serie di coincidenze…
Perché sono del segno dei gemelli come Corto Maltese e come il suo autore Hugo Pratt è nato il 15 giugno. Io son nato l’11 giugno.
Perché vivo a Venezia, da un po’ di anni in Corte Sconta detta Arcana
Perché le amiche, le donne, i compagni e soci d’avventura
Perché sono un fumatore ma non fumo tanto…
Perché ho avuto parecchi gatti…
Per il linguaggio del vento e del mare che avrei voluto conoscere a fondo
ma sono un marinaio di bosco

Il fatto di vivere a Venezia, locations di numerose avventure di Corto, come ha influenzato e continua a influenzare la genesi del progetto che hai in cantiere?

Venezia è la base di tutto. Non credo avrei intrapreso questo progetto vivendo a Monfalcone… Non tanto riguardo Corto Maltese quanto più per il suo autore. Cerco di ripercorrere anche fisicamente i luoghi cari a Pratt. Dalla città, le sue calli, i suoi ponti, palazzi e case, alle isole come Malamocco dove ha vissuto tanti anni.

gerardo balestrieri

Mi sembra di capire che il tuo approccio a Corto sarà un approccio a 360°. Girerai un videoclip e, immagino, infarcirai il libretto del CD di disegni. Cosa mi sono perso?

Girerò un videoclip a Venezia e dintorni. Il booklet non conterrà invece disegni ma fotografie originali scattate a Venezia. Non attingo dai disegni di Pratt né cerco imitatori per ricordarlo. Dai suoi testi e personaggi vado incontro alla sintesi della canzone. Un lavoro un po’ “giapponese” haiku.

Come hai scelto la piattaforma on-line per le donazioni a sostegno del tuo progetto? Pensi che le nuove possibilità offerte dal web nel campo della produzione, del finanziamento di un progetto discografico e della sua promozione significhino un ulteriore declino dei canali tradizionali della musica?

Il giorno stesso in cui si è tirata indietro la casa editrice con cui stavo affrontando il progetto ho cercato sul web il mondo del crowdfunding. Produzioni dal basso mi è sembrata la piattaforma più attinente. Una raccolta dilatata nel tempo e non limitata a pochi mesi. Un anno per scrivere, incidere e stampare il disco, nel contempo organizzare la raccolta che permette di avere prenotazioni e donazioni. Saltare così tutta una serie di sovrastrutture (etichetta, distribuzione, royalties, ecc.) che tra l’altro per me si son rivelate abbastanza inutili e anzi piuttosto complesse nei loro rapporti. Sarà un disco che non metterò su Spotify, Youtube ecc. Chi vuole lo prenota…Un disco per chi ama Corto Maltese e vuole contribuire realmente al progetto. Un disco a cui ne seguiranno altri due… per completare tutte le storie dedicate al gentiluomo di Fortuna… Se un po’ ne avremo… Approfondite, diffondete e sostenete… Abbracci.

(Testo: Matteo Ceschi)

* PER SOSTENERE IL PROGETTO MUSICALE DI GERARDO BALESTRIERI VISITATE IL SITO PRODUZIONI DAL BASSO *

(Disegno: Matteo Ceschi – Foto: Archivio Gerardo Balestrieri)

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MATTEO CESCHI, UN’ALTRA MUSICA. L’AMERICA NELLE CANZONI DI PROTESTA, MIMESIS 2018

Lungo una parabola che va grossomodo dal secondo dopoguerra – con un ovvio sostare sugli anni ’60-’70 – fino ai giorni nostri, il collega Matteo Ceschi (storico, americanista, giornalista musicale, fotografo, già autore di diversi testi dedicati alla controcultura statunitense) in Un’altra musica esplora le dinamiche attraverso cui una canzone diventa una canzone di protesta, restituendoci un’ampia fetta di storia americana contemporanea. Si tratta di un percorso affascinante, condotto non come un saggio esaustivo – non è questa l’intenzione – ma come una narrazione per immagini e casi esemplari, spesso ad alto contenuto simbolico: è, in particolare, l’analisi di tre brani leggendari (This land is your land di Woody Guthrie, Blowing in the wind di Bob Dylan e Kick out the jams degli MC5) a reggere lo snodarsi della narrazione di Matteo ed il suo addentrarsi nelle innumerevoli pieghe del rapporto dialettico musicista/ascoltatore. Proprio in questo rapporto, nel ruolo attivo del pubblico, nel suo appropriarsi di una canzone, si annidano gli elementi chiave che permettono di definire cosa sia una canzone di protesta; proprio lì, nello scambio autore/pubblico, avviene la fondamentale costruzione di senso che tramuta una canzone in inno generazionale, tanto che sono moltissimi i casi di canzoni che acquistano una sorta di vita propria, che trascende non di poco l’intenzione del loro stesso autore e che le riporta in vita in momenti diversi della storia di un Paese. La prosa sempre ricca e succosa di Matteo Ceschi, coadiuvata da interviste con alcuni autori e interpreti (Wayne Kramer degli MC5, “Country Joe” McDonald e il folk singer Jim Collier), restituisce in pieno il clima di impegno, cambiamento e passione che si è respirato e talora si respira ancora in frangenti più o meno recenti della storia americana. È bello lasciarsi andare alle riflessioni e agli spunti suggeriti dall’autore facendo riecheggiare, nell’aria e nell’anima, le varie canzoni citate, a cui possiamo anche aggiungerne delle altre, grazie agli strumenti critici che ci fornisce la lettura. E chissà che non si risvegli, così, qualche coscienza sopita. (Elisa Giovanatti)

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GINEVRA DI MARCO, LA RUBIA CANTA LA NEGRA, FUNAMBOLO 2017

GinevraDiMarco

Ginevra Di Marco ed io abbiamo una cosa in comune. Anni fa l’ascolto di Gracias a la vida di Mercedes Sosa ci fece commuovere. La cantante argentina, dalla voce magnifica e dotata di una forte umanità, tanto da diventare bandiera della resistenza e della libertà all’epoca della dittatura del suo Paese, è la protagonista di questo nuovo album di Ginevra, cantautrice e interprete italiana mai abbastanza celebrata, che a ogni suo lavoro discografico o concerto porta e avanti la cultura delle musiche del mondo e delle nostre radici italiane. La rubia canta la negra contiene dieci fra i più celebri brani interpretati dall’artista scomparsa nel 2009 scritti da cantautori e poeti sudamericani come Vicor Jara (Te recuerdo Amanda), Atahualpa Yupanqui (Luna Tucumana), Alfredo Zitarrosa (El Violìn de Becho) e molti altri, e tre inediti, Fuoco a mare, su testo dello scrittore Marco Vichi dedicato proprio alla figura di Ginevra, il tango Sulla corda, e Saintes Maries de la mer, sulla festa gitana di Santa Sara: tre brani che ben si integrano con l’omaggio alla Sosa. Dell’artista argentina si innamorò anche Franco Battiato, che duettò proprio con lei in Lejanias Azules, e Nanni Moretti, che inserì l’altrettanto commovente Todo cambia nel film Habemus Papam. Quest’ultimo brano è una sorta di “manifesto” dell’artista argentina, sebbene sia stato scritto dal musicista e intellettuale cileno Julio Numhauser per parlare del suo esilio lontano dalla dittatura di Videla, che Mercedes la fece sua durante l’esilio europeo. Ginevra lo interpreta in italiano sul testo scritto da Teresa De Sio e finisce, come l’originale, con un canto liberatorio del pubblico dal vivo. Razon de vivir  di Victor Heradia ricorda lo stesso intento e la stessa intensità della già citata Gracias a la vida, stranamente assente in questo omaggio. Molti gli ottimi musicisti che accompagnano l’ottima interpretazione di Ginevra in questo malinconico, emozionante viaggio di scoperta di una cultura affascinante come quella sudamericana. Molto ben fatto anche il libretto del Cd con brevi ma fondamentali annotazioni sugli autori delle canzoni. (Katia Del Savio)

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CESARE BASILE, U FUJUTU SU NESCI CHI FA?, URTOVOX 2017

Sono passati ad occhio e croce due anni dall’ultimo lavoro del musicista siciliano. Mese più o mese meno. Ed ecco, quando meno te lo aspetti, che Cesare Basile torna a farci visita con un album densamente popolato dalle voci della terra d’origine: U fujutu su nesci chi fa? va però ben oltre la semplice claustrofobia dialettale per spingersi ancora una volta verso una definizione che non potrebbe essere altro che mediterranea. Il Mare nostrum, intendiamoci, è inteso da Basile come un’area comune d’incontro senza limitazioni al meticciato culturale e alla comunicazione, un concetto egregiamente espresso da un brano come Ljatura, un’ipnotica melodia che idealmente si protende ad abbracciare la saggezza dei griots africani e il sudore esistenziale dei bluesmen neri americani. Se con U scantu la tradizione sonora isolana per un istante si rafforza, bastano pochi minuti per tornare con la title track ad abbracciare le infinite sfumature della world music che strizza l’occhio al rock. Senza cercare forzati paragoni con cose già ascoltate, il disco di Cesare Basile si presenta come null’altro che un invito a spogliarci dei pregiudizi per poter infine ballare più liberi e leggeri. (Matteo Ceschi)

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HIBOU MOYEN, FIN DOVE NON SI TOCCA, PRIVATE STANZE 2016

Giacomo Radi dopo anni di musica rock (Dafne, Sistema, Rosemary’s Lane) si è preso una pausa per assecondare una sempre più pressante esigenza di scrivere canzoni: è così che è nato il progetto solista Hibou Moyen, con le sue trame acustiche e intimistiche, giunto qui al secondo album. Con la produzione artistica di Umberto Maria Giardini – precedentemente noto come Moltheni – la musica di Hibou Moyen guadagna in varietà di registri, perché è vero che il tono dell’album è perlopiù delicato, intimo, introspettivo, ma qualche virata energica c’è e non poteva essere altrimenti, per un lavoro che con sincerità e passione si immerge nelle profondità dell’animo umano, scandagliando vette e abissi di tutto lo spettro dei sentimenti. Il colore generale è in prevalenza plumbeo, come la copertina lascia intuire, ma non mancano momenti più lievi e ariosi (Miei nodi, per esempio). Il titolo del lavoro è preso in prestito da un verso della bellissima Il naufragio del Nautilus, pezzo d’apertura fra i più riusciti dell’intero album. (Elisa Giovanatti)

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LE OMBRE DI ROSSO, MOMENTI DI LUCIDITÀ, AUTOPRODUZIONE 2016

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Debutto discografico del sestetto trevigiano Le Ombre Di Rosso, Momenti di lucidità è un album sorprendentemente maturo, erede da molti punti di vista del migliore e più alto cantautorato nostrano, De André su tutti. Colto nell’approccio, vivo nella rivisitazione del folklore, Momenti di lucidità coniuga l’ottima vena poetica di Fabio Fantuzzi (voce, armonica, chitarra, banjo) con una musica che non potrebbe fluire con più naturalezza (figlia in gran parte di Andrea Alzetta, alle prese con pianoforte, fisarmonica e organo), interpretata da musicisti in gran forma. Parte forte con Hey vecchio pazzo, brano incalzante presto seguito dall’altrettanto ben scritto Ma che ne sai, cui succede, a completare una triade particolarmente ispirata, L’equilibrista. Sono tutti pezzi che, in diversa misura, pescano in quei sapori gitani o balcanici diventati ormai sempre più spesso dei semplici, stanchi, cliché da mettere in bella vista al concerto del Primo Maggio, e che qui invece rivivono, autentica eredità culturale coltamente e sapientemente riproposta. C’è poi spazio per atmosfere swing, momenti riflessivi e musiche jazzate (Non è finita ma sta per finire), mentre il ritmo progressivamente rallenta e un velo di nostalgia si stende a coprire il commiato della band. I miei complimenti alle Ombre. (Elisa Giovanatti)

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WHITNEY, LIGHT UPON THE LAKE, SECRETLY CANADIAN 2016

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Arrivo con un certo ritardo alla scoperta di Light Upon The Lake, ma per fortuna ci arrivo, e farlo d’estate, con tutto quello che l’estate si porta dietro (il caldo, la spossatezza, la voglia di vacanze e di evasione) non è affatto male. Anche perché questo disco è perfetto da ascoltare in macchina col finestrino abbassato, nei vostri stanchi vagabondaggi pre vacanzieri, e capita anche che ci faccia dimenticare di essere in una tangenziale milanese trasportandoci per un po’ nelle sconfinate lande americane, con il sole battente e il vento che scompiglia i capelli. I protagonisti sono Max Kakacek, ex chitarrista degli Smith Westerns, e Julien Ehrlich, ex batterista degli Unknown Mortal Orchestra, qui anche voce. La voce, ecco, bisogna dirlo subito: un falsetto a volte un po’ mieloso, che o ti piace subito o non ti piace. Il duo, coadiuvato da un buon numero di altri musicisti, fra cui William Miller con il suo prezioso contributo ai fiati, si è formato l’anno scorso ed esordisce inserendosi perfettamente nella tradizione del folk-rock più classico: il pensiero va immediatamente agli anni ’70 (Neil Young, The Band), ma anche a Jeff Tweedy e i suoi Wilco, se vogliamo avvicinarci ai nostri giorni. No Woman, il primo soave brano, è di una luce abbagliante, e per intensità emozionale è di sicuro uno dei vertici di questo album. Si procede poi speditamente, in un delicato soft-rock fatto di piccole miniature, pezzi di pochi minuti dalla scrittura squisitamente melodica, infarciti di Americana e CSN&Y (la bellissima titletrack), di speranze, spensieratezza e insieme nostalgia, ma sempre a finestrino abbassato (No Matter Where We Go). Niente di rivoluzionario, intendiamoci, semplicemente un bellissimo disco. Serve altro? (Elisa Giovanatti)

 

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VERDIANA RAW, WHALES KNOW THE ROUTE, PIPPOLA MUSIC 2016

verdiana raw

Cantautrice, pianista e performer teatrale, la fiorentina Verdiana Maria Dolce allarga l’ensemble del progetto Verdiana Raw (che includeva già Antonio Bacchi alla chitarra e Fabio Chiari alla batteria) grazie all’incontro con Paolo Favati (fondatore di Pippola Music, qui bassista e co-produttore) ed Erika Giansanti (viola, violino, violoncello). Il risultato è un lavoro originalissimo, difficilmente inquadrabile, atipico anche laddove il discorso musicale si convoglia in forme pop-rock più canoniche (Time Is Circular, Amina’s). Molto curato nel sound e negli arrangiamenti, l’album dà spazio a sonorità corpose di piglio rock (emblematica The Disaster) pur mantenendo ben salde le radici nella formazione classica dell’artista. È, tutto sommato, una ballata pop-rock anche On The Road To Thelema, che presenta però un’altra caratteristica tipica della musica di Verdiana Raw: lo sconfinamento frequente nell’esoterico e in una scura new wave. I gorgheggi vocali, i riverberi eterei, i testi oscuri e qualche accento messianico sono evidentissimi qui come nella titletrack (le balene, memoria millenaria del mondo, voce delle emozioni profonde, conoscono istintivamente la rotta dei loro tragitti oceanici e sono il totem attorno a cui ruota il concept del disco), o ancora in Planets, pezzo bellissimo in cui le acrobazie vocali di Verdiana lasciano a bocca aperta, mentre la grazia del suo tocco al pianoforte si combina a meraviglia col lavoro della violista Erika Giansanti. Spazio alla delicatezza e all’evocatività, poi, con Durme Durme (rivisitazione di una ninna nanna sefardita) e la strumentale According To Satie. Disco dalle innumerevoli sfaccettature, Whales Know The Route merita certamente un ascolto. Qui sotto il teaser, per incuriosirvi. (Elisa Giovanatti)

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CORB LUND, THINGS THAT CAN’T BE UNDONE, NEW WEST REC. 2016

Corb Lund

Ascoltando Things that Can’t Be Undone si ha subito la piacevole sensazione di essere stati iniziati a un viaggio, un cammino lungo e faticoso, verso le radici sonore nord-americane, un tragitto che al contempo pare capace di colorare cartoline in b&w in cangianti diapositive a colori 2.0. Il canadese Corb Lund, bisogna ammetterlo, suona decisamente più americano del più incallito Kentucky kid sciorinando una sequenza di baldanzosi brani country-rock – volete chiamarle ballads, fatelo pure! – che solo qua e là si concedono divagazioni Seventies verso quella che potremmo azzardare a definire una tarda vena psichedelica folk. Per tutta la lunghezza dell’album Lund vuole accompagnare l’ascoltatore alla scoperta di angoli nascosti dove la passione sembra sgorgare ovunque in refrigeranti fiotti creativi. Dotato di una voce pacata ma non per questo priva di profondità, il cantautore dell’Alberta riesce ancora a sorprendere quanti pensavano di avere appreso tutto quanto necessario della tradizione americana. Sadr City, e Talk Too Much, brano che abbraccia incondizionatamente il pop-rock dei Sixties, sapranno forse catturare più di altre tracks le fantasie di noi cowboy di città! HYIIIII AHHHH! (Matteo Ceschi)

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