Category Archives: grunge

IN PRINCIPIO IL GRUNGE ERA INDIE… ED INDIE È RIMASTO

Un veloce tuffo nella popolosa e trasandata galassia grunge, e in particolare nella sua matrice indipendente, è il centro di questo ventiquattresimo numero di INDIANA MUSIC MAGAZINE, un’uscita che ci permette anche di salutare, con non poco rammarico, Chris Cornell, immortalato con i suoi Soundgarden negli scatti di Matteo Ceschi durante il loro concerto del 2012 a Milano. Una folta sezione di recensioni vi presenterà poi alcuni degli album più interessanti degli ultimi mesi, a cominciare da Mara Redeghieri e Tanika Charles. Non vi resta che cliccare sulla copertina per il download gratuito. Buona lettura! E grazie, Chris.

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ANTUNZMASK, ANTUNZMASK, AUTOPRODUZIONE 2017

Produzione povera, lo-fi, e attitudine punk sono al centro del nuovo album omonimo di Antunzmask, nome d’arte dietro cui si cela il campano Antonio Russo: si tratta di un lavoro autoprodotto, cantato e quasi interamente suonato in ogni strumento dallo stesso Antunzmask nella maniera più ruvida, viscerale e schietta, che si tratti di brani energici come Buongiorno obbligatoriamente o di pezzi a volume più basso come E l’ora sia. Una presenza in nuce di idee originali, su cui lavorare in futuro, si rileva in Radio UFO e Nella tana del Kranio, i due pezzi più sperimentali dell’album, ma personalmente apprezzo molto anche le esplosioni di energia di Forse uno sfogo e Ponda Ponda. La parte più bella dell’album, infine, è forse la sincerità con cui gli amori musicali di una vita intera si riversano nella scrittura di Antunzmask, dall’urgenza espressiva viscerale alla Kurt Cobain fino a certe derive allucinatorie alla Syd Barrett, passando per una vena cantautorale che risente fortemente dell’influenza di De Gregori. (Elisa Giovanatti)

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THE YELLOW TRAFFIC LIGHT, TO FADE AT DUSK, WE WERE NEVER BEEN BORING 2015

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Secondo Ep per i torinesi The Yellow Traffic Light, uscito per il collettivo We Were Never Been BoringTo Fade At Dusk regala un’interessante commistione di sogni psichedelici anni ’60 e shoegaze anni ’90. Molto curate le parti strumentali, con le chitarre molto riverberate a costruire scenari psichedelici su ritmiche decisamente post-punk, su cui si inserisce con buone melodie la voce di Jacopo Lanotte, sfacciata quanto basta. Unica eccezione in scaletta è Burger Shot, che per raccontare una storia di emarginazione razziale, alienazione e sconfitta adotta un sound duro e sporco. Più puliti, anche se non immuni da nervosismi, gli altri tre pezzi, a partire dall’iniziale e travolgente Hideaway fino alla lunga cavalcata Fall, che chiude in sfumato 20 ottimi minuti che ci fanno sperare di ritrovare presto all’opera il quartetto. Ma l’episodio più riuscito è forse il singolo Cole Drives Too Fast, che assimila alla perfezione i modelli anglosassoni e li restituisce in una prova di sicura qualità. (Elisa Giovanatti)

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OUGHT, SUN COMING DOWN, CONSTELLATION 2015

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Orfani di Lou Reed – lui e i suoi Velvet, insieme a Talking Heads e Sonic Youth, sono i pilastri dell’immaginario sonoro della band di Montreal, così newyorkese, così urbano – gli Ought lo omaggiano in qualche modo con Men For Miles, aprendo così il secondo atto della loro carriera, non meno potente e interessante del primo. L’alienante routine quotidiana, le richieste assillanti cui ci sottopone la vita contemporanea, sono il bersaglio preferito di una critica sociale lucida e feroce, spesso incontenibile, tanto da seppellire la melodia sotto l’incessante fluire delle parole. “I’m no longer afraid to die/Because that is all that I have left/ Yes”, dice Tim Darcy in Beautiful Blue Sky, con quel “Yes” cantato con voce quasi estatica e una sorta di senso di sollievo: è l’angosciante riconoscimento di una persona ormai travolta dalla pressante routine, eppure quel “yes” afferma una scelta, vibra, smuove qualcosa. Proprio qui sta il centro dell’album, decadente, corrosivo, disturbante, eppure capace di svelare una vitalità inaspettata. Gli andamenti ossessivi delle tracce sono continuamente increspati da nervosismi, interferenze, spigolosità che forse non sono altro che l’irrompere dell’incontenibile carica istintiva primordiale del quartetto, una vivacità e un vigore che portano con sé i semi di qualcosa di costruttivo; una potenza davvero incisiva, la stessa che si dice sia dirompente nei live degli Ought, ma che ci sembra molto ben presente anche in studio. (Elisa Giovanatti)

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CATERINA PALAZZI SUDOKU KILLER, INFANTICIDE, AUAND 2015

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Il titolo un po’ forte – con esplicito riferimento a Incestiside dei Nirvana, fra gli ispiratori di questo nuovo lavoro – è da intendere come abbandono dell’ingenuità ludica e fanciullesca per un’età adulta spesso amara, con le sue ineludibili asperità. Questo, dunque, a 5 anni di distanza dal primo album con la formazione Sudoku Killer, il pensiero che ispira Infanticide, nuova creatura di Caterina Palazzi, e che si riflette in tutte le tracce, tanto ricche di sperimentazioni ardite, dissonanze stridenti, suggestioni noise, esplosioni elettriche, quanto toccanti nelle loro dolci melodie. È un mondo sonoro incredibilmente simile a quello della Starless dei King Crimson, ostico e oscuro ma non privo di squarci lirici, e pronto a qualsiasi metamorfosi. La contrabbassista romana, vincitrice nel 2010 del Jazzit Award come miglior compositrice, non ha certo paura di osare: jazz nord-europeo, rock, musica sperimentale, grunge e rock psichedelico forniscono continue sfumature cangianti ai 5 pezzi che compongono l’album (i titoli, in giapponese, si riferiscono a giochi numerici nipponici), suite strumentali con radici ben piantate negli anni ’70 ma proiettate nel futuro. Dirompente Sudoku Killer, con il suo urlo iniziale; affascinante la scrittura di Hitori, Futoshiki e Masyu, con le sue continue invenzioni; necessaria la tregua di Nurikabe. Da sottolineare l’abilità tecnica dei componenti della formazione, oltre alla bravissima Caterina: Antonio Raia al sax, Giacomo Ancillotto alla chitarra, Maurizio Chiavaro alla batteria. Grande prova, per iniziati. (Elisa Giovanatti)

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OLIVIA JEAN, BATHTUB LOVE KILLINGS, THIRD MAN REC. 2015

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Direttamente dall’operosa e magica corte musicale di Jack White, arriva sui vostri stereo il debutto solista della polistrumentista Olivia Jean. Dopo un passato da sidewoman in televisione e sul palco, e un ruolo centrale con le Black Belles, sempre per l’etichetta Third Man, la brava Olivia si cala svelta nei panni della frontwoman e sgretola con poche note le certezze della concorrenza. Lasciati da perdere gli inquietanti avvenimenti evocati dal suggestivo titolo, il disco comincia a salire in quota rivelando all’ascoltatore un talento puro e libero da ogni condizionamento sonoro: accanto agli anni cinquanta fanno capolino richiami alle lussureggianti atmosfere dei Caraibi, al folk-rock, alle rudi maniere delle garage bands e persino alle inquietudini delle riot girls. Il tutto è assemblato con grande maestria, spesso, addirittura, nella stessa traccia, tanto da risultare sempre originale e mascherare l’ingombrante presenza di Jack White, produttore attento e parsimonioso sideman nella sola Cat Fight. Olivia dimostra di avere studiato bene la storia, ma il passaggio dell’esame di maturità sembra avere lasciato in lei solo un ricordo sbiadito su cui incidere liberamente graffianti fraseggi e ipnotiche melodie. La scarna e poetica Haunt Me è un perfetto manifesto di popular music – con suggestioni à la Exile on the Main St. o à la Bryter Layter – tanto da rivelare che certi musicisti contemporanei sono in grado di cancellare ogni debito con chi li ha preceduti e di allungare il passo verso nuovi territori sonori. Senza timore di essere smentito, annuncio che il migliore disco rock dell’anno suona tutto al femminile. (Matteo Ceschi)

 

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SAYONARA, S/T, AUTOPRODUZIONE 2014

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Progetto solista di Lorenzo Farolfi, ex chitarrista dei Mad Martigan e membro degli Al Doum & The Faryds, Sayonara si apre coniugando nel pezzo iniziale (Holy Makers) esotismi tratti in egual misura da Africa e Medio Oriente e un energico rock di stampo americano: una sorta di autocitazione, dato che proprio in questo mix sta la cifra stilistica della band di provenienza di Farolfi. Subito dopo, però, gli esotismi – che abbondano anche in copertina e nel nome stesso del progetto, non senza una qualche confusione – sono quasi del tutto abbandonati a favore di un sound occidentale e perlopiù americano: un rock ruvido e potente che alterna tappeti sonori dilatati a ritmi veloci, mantenendo, in entrambi i casi, una sensazione di inquietudine e oscurità di cui non è facile disfarsi. In Same Semen (con la tromba a ritagliarsi man mano un ruolo da protagonista) e Resist, i due brani più ricchi di inventiva, trova spazio una certa sperimentazione nella struttura dei pezzi. Moltissimi spunti, sparsi qua e là, fanno di Sayonara un buon esordio e un ottimo punto di partenza. (Elisa Giovanatti)

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