Category Archives: indie label

GENERIC ANIMAL, GENERIC ANIMAL, LA TEMPESTA DISCHI 2018

Il primo disco solista di Luca Galizia, ventiduenne già chitarrista dei Leute che si nasconde dietro il progetto Generic Animal, è per la verità un lavoro di squadra: i testi musicati da Luca arrivano nientemeno che dalla penna di Jacopo Lietti dei Fine Before You Came mentre l’ottima produzione è stata curata da Marco Giudici e Adele Nigro (Halfalib, Any Other). Le tante mani all’opera però non inficiano l’immediatezza del risultato: Generic Animal è un lavoro fresco e insieme malinconico, sfrontato e insieme vulnerabile, proprio come la voce di Luca. È anche stralunato e preciso: l’andamento stiracchiato della voce, le metriche originali, i ritmi sbilenchi e sincopati, i testi nudi e diretti, inizialmente nascondono sotto un’apparenza lo-fi quelle che sono invece scelte più che ragionate; solo dopo un ascolto più attento tutto questo diventa un preciso intento, un utilizzo creativo e interessante di stilemi dalla provenienza più disparata (hip-hop, soul, anche jazz), un impianto sonoro assolutamente contemporaneo e internazionale, mentre proprio quella sensazione irrisolta che deriva da questo insieme tanto sgraziato di parole e arrangiamenti finisce per costituire grande parte del fascino dell’album. L’atmosfera urbana, il grigiore, l’asfalto, la pioggia, ma anche tanta vita e tanto cuore, insomma la quotidianità che si fa racconto, completano poi il quadro di un ottimo lavoro, che può sicuramente fare presa sul pubblico. (Elisa Giovanatti)

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HOLBROOK: UNA MUSICA IN TESTA CHE CI GUIDA

Eccoci di nuovo qui, per chiudere in bellezza il 2017 con un nuovo numero di INDIANA MUSIC MAGAZINE: incontriamo questa volta gli Holbrook, formazione nata a Parigi all’insegna del melting pot culturale e della commistione di generi, una natura sincretica e multiforme che in epoca attuale si carica ancor più di significato. Ali Chafik e Arnaud Jacques (cugini canadesi/marocchini), con Nycollas Medeiros (brasiliano) e diversi altri featuring ci mostrano nel loro Hello//Angel la loro originale proposta, che qui ci raccontano in una bella intervista. Tutta italiana, invece, la sezione recensioni, con l’ultimo lavoro di Colapesce, i Bee Bee Sea e Gabriele Mitelli. Non vi resta che cliccare sulla copertina qui sopra. Buona lettura e buone feste!

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BEE BEE SEA, SONIC BOOMERANG, DIRTY WATER/WILD HONEY 2017

Ci avevamo visto bene quando su queste pagine avevamo apprezzato il bel disco d’esordio dell’allora semi-sconosciuto trio mantovano. Trascorsi due anni, passati perlopiù sul palco (anche a fare da spalla a gruppi del calibro di Black Lips e Thee Oh Sees), i Bee Bee Sea tornano con Sonic boomerang confermando quanto di buono avevano già mostrato: abbiamo qui otto tracce dall’energia esplosiva, che se possibile velocizzano ulteriormente il garage rock del primo lavoro, e lo condiscono con una certa vena psych e qualche incursione punk (No fellas); resta intatta l’attitudine alle belle melodie e ai ritornelli accattivanti, che i tre azzeccano sempre con un talento naturale e senza rinunciare all’indole sguaiata e rumorosa. La spavalderia con cui i Bee Bee Sea ci sbattono in faccia tutta la loro ruvidezza rischia addirittura di nascondere, qualche volta, quanto di più interessante possiamo ritrovare in Sonic boomerang, ossia l’ulteriore margine di crescita, di maturazione, le potenzialità compositive ed esecutive per niente indifferenti (provare This dog is the king of the losers o I shouted per farsi un’idea). Insomma il materiale è ottimo e ancora una volta lascia ben sperare. Tutte le anteprime di questo secondo album sono uscite su testate americane (NPR, Northern Transmissions, Brooklyn Vegan…), mentre l’angloamericana Dirty Water si è scomodata per la distribuzione del disco, e con tutte le buone premesse di cui sopra non stupisce affatto l’interesse riscosso al di là dell’Atlantico, verso cui del resto guarda prevalentemente il sound del trio, con puntate su entrambe le coste statunitensi. A casa nostra, intanto, vi invitiamo ad alzare il volume, o, ancora meglio, a seguire i Bee Bee Sea dal vivo. (Elisa Giovanatti)

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VAN DAMMES: SPUDORATAMENTE VELOCI!

Spudorati, veloci, allucinati, ubriachi del punk di ieri e di oggi, e soprattutto schifosamente divertenti: li hanno definiti così, i Van Dammes, e ci hanno visto giusto. È quindi con grande piacere che diamo largo spazio, in questo numero 25 di INDIANA MUSIC MAGAZINE, alla formazione finnica, una delle migliori espressioni del punk-rock europeo. Nella bella chiacchierata con Markus e Juho troverete tanta musica ma non solo. Per la sezione recensioni abbiamo poi selezionato alcune delle migliori produzioni degli ultimi mesi: Mogwai, Ginevra Di Marco e Algiers. Come sempre il download è gratuito, basta cliccare sulla copertina qui sopra. Buona lettura!

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MOGWAI, EVERY COUNTRY’S SUN, ROCK ACTION 2017

C’era bisogno, a questo punto della carriera dei Mogwai, di un album che tornasse a spostare gli equilibri a favore del loro lavoro “principale”. Le loro (bellissime) esplorazioni cinematografiche, peraltro connaturate alle possibilità del genere che i Mogwai hanno contribuito a creare, hanno rischiato ultimamente di mettere in ombra una discografia dai risultati alterni. C’è quindi solo da rallegrarsi per l’uscita di questo validissimo Every Country’s Sun, nono album in studio per la band di Glasgow, il primo dopo l’abbandono del chitarrista e fondatore John Cummings. In parte, sembra una sorta di compendio di oltre 20 anni di carriera: le esperienze cinematografiche che si riversano nella prima metà dell’album (Crossing The Road Material, Aka 47, 20 Size), il ritorno del produttore Dave Fridmann e dell’uso massiccio dei synth, ora caldi ora gelidi, il gioco con la forma-canzone (Party In The Dark), i momenti da Mogwai d’annata (quelli che hanno scritto la storia del genere) fra sterminati landscapes e sfoghi deflagranti (la stessa 20 Size, Battered At A Scramble , Old Poisons). Più sottilmente, però, è un lavoro che continua l’incessante ricerca sonora dei nostri – perché, gliene va dato atto, i Mogwai non stanno mai fermi. È difficilissimo rinnovarsi quando si è così strettamente legati a un genere e ad un tipo di sonorità (un legame che deriva dal fatto che quel genere e quelle sonorità si è contribuito più di ogni altro a definirle), ma i Mogwai sono troppo intelligenti per farsi imbrigliare in stilemi da loro stessi costruiti; spostano quindi, rispetto alla formula degli inizi, l’obiettivo della ricerca, e lavorano di fino: più che nel “wall of sound” e nella vastità del suono è ora nelle minuzie, nelle stratificazioni graduali, nel controllo e nelle sottigliezze che Braithwaite e soci continuano a esplorare nuove possibilità, forti di un desiderio innovativo ancora intatto e di una maturità stra-consolidata. E in questo, nell’andare oltre, nel ridefinire i confini, nell’essere ancora significativi e genuini, i Mogwai si sono sempre dimostrati un passo avanti agli altri. Eppure… resta per me un disco che lascia qualcosa in sospeso, o più probabilmente che mi richiede più tempo rispetto ad altri per essere metabolizzato. Quando sento i pezzi che più guardano all’indietro mi assale forte il dubbio: e se questo ritorno al passato, a una specie di comfort-zone, suonasse più nostalgico che espressivamente urgente? Le vette della discografia dei Mogwai hanno la stessa capacità di catturare e coinvolgere dell’esperienza live, quel magnetismo che fa stare migliaia di persone in assoluto silenzio durante un sussurro per poi travolgerle in un istante con un’onda sonora che non dimenticheranno mai più (chi li ha sentiti in concerto sa perfettamente cosa vuol dire essere schiacciati all’improvviso da un muro di suono)… ecco, quell’immediatezza espressiva, che fosse brutalità, ferocia, oppure il suo contrario, una delicatezza che lascia a bocca aperta, un po’ manca, o mi manca, che è come dire che la ricerca dei Mogwai si è forse fatta un po’ troppo cerebrale, finendo per interporre fra loro e gli ascoltatori una distanza che nei loro lavori migliori veniva completamente annullata dalla potenza comunicativa. Questo, almeno, su disco, perché ho invece piena fiducia nella resa dal vivo. Rimane, sia chiaro, un album immensamente al di sopra della media, che sa regalare vere e proprie perle (tra queste anche Coolverine e la splendida titletrack in conclusione). Ci rifletterò ancora, intanto bentornati. (Elisa Giovanatti)

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ANI DIFRANCO, BINARY, RIGHTEOUS BABE/AVELIN REC. 2017

 

Ani, Milano, early July 2017 72
Molta acqua sotto il ponte è fluita. Il flusso di note ha con il tempo smussato gli spigoli del sound di Ani DiFranco portando l’esuberanza e l’irruenza giovanile (sulla chitarra) a un più mite rapporto di coesistenza sonora con il mondo. Così Binary suona, e non potrebbe essere altrimenti, più soft e controllato, quasi a ritmo di un nu-soul alla Erykah Badu. Nel complesso l’album, ricco di partecipazioni di colleghi amici, procede senza fare una grinza ed è, forse, proprio questo preciso aspetto a lasciare al fan della prima ora (per intenderci uno di quelli del 1990) il palato un po’ asciutto: se in Pacifist’s Lament confesso almeno di ritrovarmi in parte, il resto della tracklist, lascia forte il rimpianto di quello che è stato. Non siamo neanche lontanamente vicini all’omonimo album d’esordio o al più recente, si fa per dire, e jazzato Canon. Senza farne una colpa ad Ani, la speranza è che la parentesi di introspezione adulta di Binary presto ceda nuovamente il passo ad un’anarchica volontà di urlare i propri sentimenti senza badare troppo alla forma. (Matteo Ceschi)
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ALGIERS, THE UNDERSIDE OF POWER, MATADOR 2017 + LIVE REPORT

Può essere molto scomodo, disturbante, mettersi all’ascolto di The Underside Of Power: c’è una tale ferocia nei temi trattati e nella loro forma sonora, un tale radicamento nelle insopportabili tragedie di ogni giorno, una tale densità di riferimenti letterari e musicali, da richiedere, di tanto in tanto, una pausa; soprattutto, l’ascolto di The Underside Of Power è colmo del disagio di chi, a 2 anni di distanza dal bellissimo esordio, è costretto a fare i conti con il fatto che troppo poco è cambiato nel sistemico e persistente razzismo americano (forse non solo americano), ragione per cui una band come gli Algiers è oggi ancora più rilevante, attuale e necessaria di 2 anni fa. La scorsa settimana, per dirne una, è apparso sui media un ultimo video dell’uccisione di Philando Castile, giovane uomo di colore seduto in auto accanto alla compagna, col la figlia di 4 anni sul sedile posteriore, da parte di un agente che è appena stato assolto da ogni capo di imputazione…

Si entra subito nel clima con una tesissima Walk Like A Panther, che inizia col campionamento di un discorso di Fred Hampton (attivista delle Pantere Nere ucciso nel ’69) e l’urlo di Franklin James Fisher, voce bellissima e potente che smussa alcuni degli angoli della musica degli Algiers e fa da collante in uno scenario sonoro fatto di sperimentazioni post-punk, sequenze digitali, ritmi potenti, distorsioni, saturazioni. È una musica cupa e abrasiva quella degli Algiers, che tiene insieme influenze apparentemente inconciliabili, una sorta di post-punk intriso di tradizione soul-funk e gospel afroamericana, su cui aleggia sempre una specie di inquieto presentimento (Cry Of The Martyrs, Death March). Stupisce, da questo punto di vista, la titletrack, violenta denuncia che in tutta questa oscurità inserisce però un ritornello Motown musicalmente solare e saltellante, straniante eppure davvero ben riuscito. Intelligenti e sinceri come pochi altri artisti, gli Algiers non fanno sermoni: gridano rabbia e dolore, condannano, denunciano, ma non guardano dall’alto in basso. Le loro sono parole di chi vive la vita di tutti i giorni come chiunque altro, come potrebbe viverla uno qualsiasi dei loro ascoltatori: proprio qui sta la forza inclusiva delle loro canzoni, capaci di coinvolgere più di qualsiasi altro discorso politico. Per chi volesse una prova basta ascoltare Cleveland, uno dei vertici dell’album, pezzo potentissimo che fa nomi e cognomi di una serie di neri uccisi dalla polizia americana (a partire dal dodicenne Tamir Rice), un brano in cui le eredità gospel sopravvivono per chiedere però giustizia e cambiamento oggi, su questa terra, non in un mondo ultraterreno.

Il quadro, insomma, è molto buio, eppure The Underside Of Power non nasconde elementi di speranza, che prendono la forma di una chiamata alle armi, dell’invito allo sviluppo di forme di impegno, senza cedere a una più facile apatia o a un pur comprensibile scoramento. Lo sa bene chi ha potuto assistere due sere fa al live degli Algiers a Milano (Santeria Social Club, non l’apertura a San Siro per i Depeche Mode, che gli Algiers stanno accompagnando nel tour europeo): in un contesto intimo, raccolto, il quartetto ha sprigionato un’energia impressionante, presentando il nuovo lavoro – da ricordare almeno anche una super intensa Mme Rieux – e regalando qualche pezzo del precedente (una bellissima Black Eunuch, che conserva l’eco delle work song tanto care a Lomax, e in chiusura una Games da brividi, per dirne solo un paio). Una band necessaria, un album che si candida ad essere tra i migliori del 2017. (Elisa Giovanatti)

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CUCINA SONORA, EVASIONE, TOYS FOR KIDS RECORDS 2017

Evasione come fuga da un luogo, come liberazione da una condizione opprimente o come leggerezza, disimpegno? Sono, forse, tutte queste cose insieme quelle che si trovano nell’album di Cucina Sonora, il progetto solista di Pietro Spinelli, toscano trasferitosi a Berlino, artista di solidissima formazione classica e di più recenti studi di sound engineering, che ha condiviso il palco con artisti come Aucan e Godblesscomputers. Dialogo fra classico e moderno, fra pianoforte ed elettronica, all’insegna della leggerezza e della solarità, Evasione procede prevalentemente su ritmi incalzanti, sostenuti, una sorta di moto perpetuo in cui Spinelli si trova molto a suo agio (fino a correre il rischio, scampato per un soffio, di ripetersi), ma regala emozioni anche laddove rallenta e lascia emergere sprazzi di umanità e preziosa sensibilità: accade per esempio nella bellissima Dissolution, o anche in Cocktail, unica traccia non strumentale del lavoro, che rivisita con classe il trip-hop degli anni ’90 anche grazie alla voce calda e morbida di Ginevra Guerrini. Una voce si era già sentita per la verità nella precedente Sistema Lunare, che esplora uno dei classici tópoi della tradizione elettronica (la luna, appunto, così come gli astri e lo spazio) avvalendosi della registrazione del “Landing a man on the moon” speech di J.F. Kennedy (’61), così come di altri elementi umanizzanti e robotici insieme (conto alla rovescia, procedure di controllo ecc.). Una sensazione di cerebralità senza freddezza pervade tutto il disco, ed era forse il traguardo più difficile da raggiungere per questo tipo di musica: complimenti quindi a Spinelli, alle sue dita che saltellano e si rincorrono sul pianoforte, al suo approccio leggero – che pure nasconde un grande lavoro – e alla sua voglia di giocare. (Elisa Giovanatti)

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AUDIODRAMA, IL LIMITE, TERRE SOMMERSE 2017

Esordire con un disco e ricordare proprio a cominciare dalla prima traccia dell’album un sound à la Bono & soci può essere un ottimo segnale per il proseguimento di una carriera che deve ancora, ammettiamolo, cominciare. Man mano che la tracklist procede si intuisce, però, che, oltre agli immancabili riferimenti internazionali, la band romana vive e suona una realtà tutta italiana: la title track e Fuoco dentro affondano i fasti del rock in una dimensione più vicina al quotidiano, se vogliamo più a dimensione d’uomo, che ha profonde radici nella tradizione musicale nostrana e che non disdegna una certa introspezione sorniona da cantautori di razza. Un’altra opportunità, dilaniata tra l’imprinting a stelle & strisce dei Foo Fighters e l’azzardo sonoro degli anni Ottanta (nelle tonalità vocali Enrico D’Angelosante ricorda molto Garbo) si stacca chiaramente dalle resto delle sorelle e conquista il trofeo di miglior pezzo dell’opera prima. Se vi capita, fate caso a Il limite.  (Matteo Ceschi)

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IN PRINCIPIO IL GRUNGE ERA INDIE… ED INDIE È RIMASTO

Un veloce tuffo nella popolosa e trasandata galassia grunge, e in particolare nella sua matrice indipendente, è il centro di questo ventiquattresimo numero di INDIANA MUSIC MAGAZINE, un’uscita che ci permette anche di salutare, con non poco rammarico, Chris Cornell, immortalato con i suoi Soundgarden negli scatti di Matteo Ceschi durante il loro concerto del 2012 a Milano. Una folta sezione di recensioni vi presenterà poi alcuni degli album più interessanti degli ultimi mesi, a cominciare da Mara Redeghieri e Tanika Charles. Non vi resta che cliccare sulla copertina per il download gratuito. Buona lettura! E grazie, Chris.

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