Category Archives: jazz rock

BOL&SNAH, SO?NOW?, GIGAFON RECORDS 2016

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Titolo enigmatico al limite della grafica esasperata per il progetto che vede insieme Hans Magnus “Snah” Ryan, chitarrista dei Motorpsycho e il trio norvegese prog-rock BOL composto da Tone Åse, Ståle Storløkken e Tor Haugerud. Rompendo ogni indugio, annuncio che il risultato è poetico e potente al tempo stesso, ricco, sembrerà strano vista la nazionalità dei protagonisti, di passione e passionalità. The Sidewalks, brano d’apertura, sposa alla perfezione la voce di Tone Åse, a tratti vicina alla vivacità di Kate Bush, con il wall of sound dei suoi compagni regalando l’impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di nuovo. Per la forma e gli arrangiamenti i sei brani più che al rock guardano alla scena free jazz, proponendo un’infinita sequenza di mood, suggerimenti melodici e ritmi incalzanti: #tahtfeeling, forse è la traccia che meglio rappresenta le intenzioni serie e battagliere dei BOL&SNAH. Un album per tutti quelli che dimostrano di possedere il coraggio e la volontà di cambiare: se ci fosse mai un equilibrio tra uomo e natura, forse lo si potrebbe trovare tra i solchi di SO?NOW? (Matteo Ceschi)

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PATRICK WATSON, LOVE SONGS FOR ROBOTS, SECRET CITY/DOMINO 2015

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Scusate il ritardo ma Love Songs For Robots, uscito lo scorso maggio, meritava un ascolto attento, perché, diciamolo subito, è un signor album. Continua per Watson e la sua band il percorso di esplorazione di sempre nuove soluzioni sonore, che qui assumono in ogni brano sfumature diverse, costantemente in bilico fra i generi (folk, rock, new-soul, psichedelia) e perennemente avvolte in un non so ché di evocativo, che qualche volta scivola in un’epicità mai eccessiva. E se il discorso può sembrare un po’ fumoso, basta la prima traccia per chiarire il concetto, una ballad dalla fascinosa melodia, ma con una carica di emozione da musica cinematica (e Patrick Watson in effetti è autore di numerose colonne sonore), o ancora In Circles, dialogo di synth e pianoforte dalle potenti derive atmosferiche e dilatate, da cui scaturisce poi Turn Into The Noise, raffinata miscela electro-jazz-blues che si rivela ben presto una delle perle dell’album. Complesso e straordinario il new-soul di Bollywood, che alla vocalità di Patrick Watson aggiunge molto di più dei soliti paragoni con Jeff Buckley (che pure è un ovvio riferimento, e guarda caso abbiamo in scaletta anche una Grace). Ricchissima di fascino e di spessore anche Hearts, inedita combinazione di ritmi afro e folk più tradizionale, lo stesso che ritroviamo, fra mille reminiscenze sixties, nella delicata Alone In This World. Places You Will Go chiude in bellezza un lavoro intimo, lirico, spesso notturno. Love Songs For Robots è una prova decisamente rilevante, cui le categorie canoniche in cui siamo soliti incasellare i generi musicali non rendono giustizia: meglio lasciarsi ispirare dal suo stesso titolo, molto più adatto a suggerire la varietà e l’innovatività dei linguaggi impiegati, ed ascoltarlo a ripetizione. Non vi stancherà. (Elisa Giovanatti)

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MOORDER, MOORDER II, LIZARD 2014

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Con colpevole ritardo ripesco dal 2014 un disco che avevo sbadatamente perso per strada e, fidatevi, val la pena di fare questo passo indietro di qualche mese. I Moorder sono una gustosissima formazione strumentale,  composta da chitarra, trombone, bassotuba, basso e batteria, che propone un mix caleidoscopico di generi e colori, a cavallo fra jazz, rock, funk, spruzzate di post-psichedelia e persino blaxploitation (provare per credere la bellissima, sin dal titolo, Disco In Ferro). L’apertura di questo secondo lavoro, crimsoniana fino al midollo, è affidata a Jesus Zombies Crew, e Fripp (con Levin) è proprio il nome che più di frequente balza alla mente durante l’ascolto dell’album. Non sono, però, i soli paragoni ingombranti, per un disco che, diciamolo subito, non è mai una mera imitazione: John Zorn riecheggia a più riprese, Frank Zappa fa capolino qua e là dall’inizio alla fine, mentre la superba Afro Bones trasuda Pastorius e Weather Report – cui molto deve, qui, l’impiego assieme armonico, melodico e ritmico del basso. L’incessabile dialogo chitarra/trombone, così estroso e dinamico, è uno dei punti di maggiore interesse del disco. I continui cambi di tempo, le sterzate improvvise, possono qualche volta far perdere il senso dell’orientamento, ma ce ne dimentichiamo subito, trascinati dalla veemenza e dalla fantasia vulcanica di Lamborghini e soci. Ciliegina sulla torta il booklet interamente disegnato da Simone Cortesi. Un disco da applausi, complesso, da ascoltare a ripetizione per scoprirne tutta la raffinatezza. (Elisa Giovanatti)

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PARBAT, SEASON OF K2, SEAHORSE RECORDINGS/AUDIOGLOBE 2015

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Da amante delle avventure in quota di Reinhold Messner, non ho saputo resistere né al nome del gruppo né all’invitante titolo dell’album. Da critico, invece, dovrei chiedermi cosa possano mai avere tre ragazzi di Catania in comune con il grande scalatore e con le vette magiche del subcontinente indiano. Comunque la mettiate, i Parbat – la “Montagna del destino”, il Nanga Parbat, vegli su di loro! – sono riusciti a creare con le note quello che in milioni di anni movimenti tellurici e smottamenti hanno sollevato sulle teste del genere umano arrivando a rendere tangibile il concetto elevato di paradiso. Il trio, proprio ispirandosi alle ripide pareti dei monti più alti del mondo, riesce a rendere il metal a tal punto rarefatto da riprodurre nella testa di chi ascolta ogni singola asperità del terreno aprendo la mente al concetto di una fusion dolcemente aggressiva – post-rock la si potrebbe definire – nelle sue nuove forme. Himalaya e 8611– composizione che prende il la dall’altitudine del K2, seconda vetta più alta della Terra – sono brani che mantengono intatta l’epica verticale della corsa al Tetto del mondo che vide europei e asiatici competere nel secolo scorso. I Parbat suonano per rievocare con rispetto tutti coloro che uscirono vincenti e perdenti dall’ardua sfida, ma non solo. Nella loro musica emerge un amore sincero per luoghi lontani che per rimanere magici dovrebbero mantenersi i più incontaminati possibile. (Matteo Ceschi)

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CATERINA PALAZZI SUDOKU KILLER, INFANTICIDE, AUAND 2015

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Il titolo un po’ forte – con esplicito riferimento a Incestiside dei Nirvana, fra gli ispiratori di questo nuovo lavoro – è da intendere come abbandono dell’ingenuità ludica e fanciullesca per un’età adulta spesso amara, con le sue ineludibili asperità. Questo, dunque, a 5 anni di distanza dal primo album con la formazione Sudoku Killer, il pensiero che ispira Infanticide, nuova creatura di Caterina Palazzi, e che si riflette in tutte le tracce, tanto ricche di sperimentazioni ardite, dissonanze stridenti, suggestioni noise, esplosioni elettriche, quanto toccanti nelle loro dolci melodie. È un mondo sonoro incredibilmente simile a quello della Starless dei King Crimson, ostico e oscuro ma non privo di squarci lirici, e pronto a qualsiasi metamorfosi. La contrabbassista romana, vincitrice nel 2010 del Jazzit Award come miglior compositrice, non ha certo paura di osare: jazz nord-europeo, rock, musica sperimentale, grunge e rock psichedelico forniscono continue sfumature cangianti ai 5 pezzi che compongono l’album (i titoli, in giapponese, si riferiscono a giochi numerici nipponici), suite strumentali con radici ben piantate negli anni ’70 ma proiettate nel futuro. Dirompente Sudoku Killer, con il suo urlo iniziale; affascinante la scrittura di Hitori, Futoshiki e Masyu, con le sue continue invenzioni; necessaria la tregua di Nurikabe. Da sottolineare l’abilità tecnica dei componenti della formazione, oltre alla bravissima Caterina: Antonio Raia al sax, Giacomo Ancillotto alla chitarra, Maurizio Chiavaro alla batteria. Grande prova, per iniziati. (Elisa Giovanatti)

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MORPHINE, LIKE SWIMMING, RYKO 1997

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Cercando di sfuggire a sterili definizioni, sarà sufficiente inserire gli statunitensi Morphine in quell’ampio, e spesso ribollente calderone sonoro, chiamato avanguardia. I trio formato da Mark Sandman (voce, basso e chitarra), Dana Colley (sax) e Billy Conway (batteria e percussioni) nel 1997, anno di pubblicazione di Like Swimming, aveva già riscosso successi di critica e pubblico senza però placare la sua vulcanica verve creativa. I fan ne erano al corrente e continuavano per questo motivo ad aumentare giorno dopo giorno. Il sound “decadente” e, per i tempi, assolutamente alieno, ben rappresentato da tracce come Early to Bed e Murder for the Money, rappresentava l’azzardo che paga e rilancia le ambizioni sonore non solo di una band ma di un intero movimento che, per scelta, ai margini del mainstream sopravviveva in nome di una visione eclettica e librera della musica. Nelle dodici tracce ci si può perdere tra improvvisazioni free jazz, exploit da cabaret, blue notes tutte blues, e richiami alla tarda età psichedelica degli Hawkwind. In questa dimensione senza costrizioni e confini fisici l’ascolto si faceva quel tanto anarchico da arrivare ad apprezzare ogni singolo sfumatura del trio di Cambridge, Massachusetts. Un disco da recuperare in gran fretta se già non ci avete messo sopra mani & orecchie. (Matteo Ceschi)

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