Category Archives: jazz

PAOLO RICCA: FANTASIA E IMPROVVISAZIONE ASPETTANDO I SOFT MACHINE

Rieccoci qui, ad augurarvi una buona estate con il ventottesimo numero di INDIANA MUSIC MAGAZINE, un’uscita di cui siamo particolarmente orgogliosi per la ricchezza dei contenuti: grazie quindi a Paolo Ricca, compositore e arrangiatore torinese che non si è certo risparmiato per questa interessantissima intervista che qui vi proponiamo, in cui si spazia per gli anni ’70, il nuovo disco Mumble, la collaborazione con John Etheridge dei Soft Machine, e molto altro. A seguire una scorpacciata di recensioni e consigli per i vostri ascolti estivi: con Liz Vice, Meganoidi, Foscari, Cimini, Postino e Belize sarete in ottima compagnia, parola di Indiani! Non vi resta che cliccare sulla copertina qui sopra, e buona lettura.

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ZARA MCFARLANE, ARISE, BROWNSWOOD REC. 2017-18

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Quando mi è arrivato tra le mani Arise, sono rimasto subito incuriosito e non ho lasciato passare molto tempo prima di fare partire l’ascolto. L’impazienza e la curiosità, in questo caso, sono state premiate regalando alle mie orecchie uno dei dischi più interessanti degli ultimi tempi, un lavoro al mio udito in grado di competere per la freschezza dell’approccio con The Source di Tony Allen. Il mood musicale di Zara McFarlane si dipana con eleganza sul confine quasi inviabile che divide l’acide jazz degli anni Novanta dalle incredibili intuizioni dell’allora contemporanea scena di Bristol. La cantante inglese di origini caraibiche fa scendere sull’ascoltatore una gentile bruma profumata che rompe il grigio d’ordinanza – una tinta adatta ormai solo alla Brexit – saturando l’orizzonte con oleose e avvolgenti sfumature che da qui possiamo solo intuire provenire dal ricco universo caraibico. Fussin’ & Fightin’, terza traccia dell’album, è un esempio di questa riuscita forma di meticciato sonoro: la dub degli Aswad rincorre le escursioni dei Massive Attack ma non si dimentica mai dai ritmi sincopati della Giamaica. La McFarlane, d’altronde, propone una musica che è migrante nel suo più intimo DNA, e non potrebbe fare altrimenti. Stoke the Fire, invece, è si dichiara per quello che è: jazz nella sua più moderna incarnazione. Stesso discorso per Allies and Enemies, una composizione semplice ma al tempo stesso potente che pone il “Black Atlantic Jazz” di Zara McFarlane come nuovo metro di paragone per un’intera scena. Mi piace immaginare, per concludere, come sarebbe potuta essere l’esistenza dei protagonisti di The Lonely Londoners (1956) di Sam Selvon se avessero avuto come colonna sonora Arise… la musica d’altronde è un viaggio a cavallo dell’immaginazione… (Matteo Ceschi)

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GABRIELE MITELLI O.N.G., CRASH, PARCO DELLA MUSICA RECORDS 2017

Nuovo lavoro di Gabriele Mitelli, interessantissimo trombettista ormai bel noto sul panorama nazionale, Crash è un album che, per scelta, convoglia la creatività del giovane bresciano in tre lunghe suite piuttosto che in singoli pezzi: questo per lasciare più spazio possibile alla pratica dell’improvvisazione, per favorire la libertà d’espressione, per assecondare il flusso di quanto prende corpo strada facendo. Il risultato è un percorso musicale d’assieme – Mitelli è qui inserito in un quartetto di prim’ordine – a cui l’ascoltatore si avvicina prudente, accolto (si fa per dire) da tutta la ruvidezza noise che costituisce l’inizio di Frequency, ma nel quale non può che rimanere intrappolato, grazie ad un’esplosione di creatività ambiziosissima e perfettamente riuscita, in pieno controllo. Le tre suite, passando per incursioni rock e post punk, trovano il modo di omaggiare Sun Ra (anche con richiami espliciti a Lanquidity) e, scelta audace e inaspettata, A tratti dei C.S.I. di Giovanni Lindo Ferretti. Il quartetto all’opera è di altissima qualità, ed è responsabile della creazione di atmosfere acide e psichedeliche: oltre allo stesso Mitelli (pocket trumpet ed elettronica) troviamo alla batteria Cristiano Calcagnile, insieme al quale Mitelli aveva partecipato a Multikulti Cherry On (Caligola Records 2016), bellissimo progetto ispirato a Don Cherry, che del resto sembra essere una delle principali fonti d’ispirazione di questo Crash; quello che sembra un basso è invece la bellissima chitarra baritono di Gabrio Baldacci, mentre l’altra straordinaria chitarra elettrica è quella di Enrico Terragnoli. Lavoro molto denso, merita grande attenzione. (Elisa Giovanatti)

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POLARIS, POLARIS, AUTOPRODUZIONE 2016

I Polaris sono Dario Nistri (batteria e voce), Gabriel Di Maggio (sax), Mitch Coda (basso), Andrew Casa Apice (synth) e, in 5 brani, Robert Barrett (chitarra). La loro proposta è difficilmente inquadrabile, racchiude elementi di space rock, progressive, jazz e post rock, ma penso di poter dire che la componente fondante del progetto sia l’attitudine jazzistica (intesa come approccio più che come sound): ne è un macroscopico esempio l’onnipresente sax, ma l’attitudine si manifesta in moltissimi altri dettagli (i tempi, il tocco sulla batteria…) e soprattutto nella vena improvvisativa; i pezzi registrati per questo debutto nascono come vere e proprie jam session, l’attitudine ad esplorare e sperimentare liberamente emerge in ogni momento e la “band” stessa, del resto, è molto più a suo agio nel definirsi progetto piuttosto che gruppo, a riprova di un approccio jazz presente fin nel midollo. Ciò detto, è incredibile come nulla di tutto questo precluda alla altrettanto evidente presenza di numerose altre spinte ed influenze, un background eclettico (dai King Crimson fino ai nostrani Julie’s Haircut) che si respira ad ogni nota, siano quelle inquietanti dell’iniziale Lovers and Giants, quelle ossessive di Cassiopea, quelle acide di Dreamscape o quelle stratificate che compongono il raffinatissimo chiaroscuro di Bible Black, crimsoniana anche nel titolo. Siamo insomma al cospetto di un lavoro (10 pezzi in tutto) incredibilmente denso, complesso, certo non per tutti, ma che può regalare gioie ai più temerari. (Elisa Giovanatti)

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JAZZ PER AMATRICE

Jazz 4 Amatrice-Falzone&Intra, Teatro Continuo, Milano, September 4, 2016_01

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La giornata meteorologicamente parlando non è delle migliori. Cielo grigio e lattiginoso e un notevole teso di umidità su Milano. Arrivo al Teatro Continuo, al centro del Parco Sempione, che il set di Giovanni Falzone e Enrico Intra è appena iniziato. Il primo, un ragazzone ormai maturo che sembra essere un rapper del Bronx – i suoni che escono dalla sua tromba non nascondono l’ammirazione per l’ultima incarnazione della black music. Il secondo con la sua chioma bianca, invece, ricorda Gil Evans e armeggia come mago Merlino al piano. Il set dura 15 minuti, forse, 20. Improvvisazione allo stato puro che lascia ammirata la platea assiepata sull’erba. Suonano per raccogliere fondi per ricostruire il Teatro Giuseppe Garibaldi di Amatrice devastato dal terremoto (la maratona jazz è stata promossa dall’associazione I-Jazz e coordinata da Antonio Ribatti direttore artistico del Milano Jazz Festival). Falzone e Intra si esibiscono con vigore e energia. Quasi a volere opporre alla forza distruttrice del sisma quella rigenerante e confortante della musica. Scatto e ascolto. Non potrei fare altrimenti. Scatto e continuo ad ascoltare cercando di catturare un frame di quell’energia. Scatto e poi smetto al primo applauso. L’esibizione è finita, certo. Per la ricostruzione ci vorrà ancora molto. Lo sanno loro, gli artisti che lasciano il palco ai colleghi. Lo sa il pubblico. Lo sa il fotografo. Non sono il solo a guardare in alto. Immagino le note volare verso Amatrice… (Matteo Ceschi)

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LE OMBRE DI ROSSO, MOMENTI DI LUCIDITÀ, AUTOPRODUZIONE 2016

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Debutto discografico del sestetto trevigiano Le Ombre Di Rosso, Momenti di lucidità è un album sorprendentemente maturo, erede da molti punti di vista del migliore e più alto cantautorato nostrano, De André su tutti. Colto nell’approccio, vivo nella rivisitazione del folklore, Momenti di lucidità coniuga l’ottima vena poetica di Fabio Fantuzzi (voce, armonica, chitarra, banjo) con una musica che non potrebbe fluire con più naturalezza (figlia in gran parte di Andrea Alzetta, alle prese con pianoforte, fisarmonica e organo), interpretata da musicisti in gran forma. Parte forte con Hey vecchio pazzo, brano incalzante presto seguito dall’altrettanto ben scritto Ma che ne sai, cui succede, a completare una triade particolarmente ispirata, L’equilibrista. Sono tutti pezzi che, in diversa misura, pescano in quei sapori gitani o balcanici diventati ormai sempre più spesso dei semplici, stanchi, cliché da mettere in bella vista al concerto del Primo Maggio, e che qui invece rivivono, autentica eredità culturale coltamente e sapientemente riproposta. C’è poi spazio per atmosfere swing, momenti riflessivi e musiche jazzate (Non è finita ma sta per finire), mentre il ritmo progressivamente rallenta e un velo di nostalgia si stende a coprire il commiato della band. I miei complimenti alle Ombre. (Elisa Giovanatti)

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MANUEL VOLPE & RHABDOMANTIC ORCHESTRA, ALBORE, AGOGO RECORDS 2016

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La voce è una, quella calda, profonda e avvolgente del marchigiano Manuel Volpe, eppure sembrano tante, perché i luoghi di questo Albore sono molteplici (dall’Africa al Mediterraneo), le influenze disparate (spiritual jazz e jazz contemporaneo, poliritmie del Continente Nero, suggestioni medio orientali), l’impasto musicale intricato (ma molto ben intelligibile), con voce e strumenti a scambiarsi di frequente di ruolo. Albore è un lavoro plurale nel senso più bello del termine. È un viaggio eclettico, in spazi fisici ma anche interiori, che sfocia in una sorta di realismo magico, complici i ritmi caldi e sensuali della Rhabdomantic Orchestra. Personalmente, le mie tracce preferite sono la titletrack, Nostril e Atlante, ma è poi la sensazione d’insieme a prevalere alla fine dell’ascolto. L’album è uscito per la prestigiosa label tedesca Agogo Records, un altro tassello di questo bel viaggio. (Elisa Giovanatti)

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TANITA TIKARAM, CLOSER TO THE PEOPLE, EARMUSIC 2016

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Un treno corre veloce verso l’amore, inizia così il nuovo album di Tanita Tikaram, con Glass Love Train, una gioiosa canzone in cui i fiati incalzanti sembrano simulare il suono di vagoni in movimento. Iniziamo così un viaggio nei sentimenti della cantautrice inglese, un viaggio fatto di energia e passione, veicolato da ottima musica che spazia dal country-blues di Cool waters al soul di Food on my table, dalla divertente latin-gitano-mariachi The way you move (una via di mezzo fra Santana e Willie DeVille) al folk della delicata ballata Don’t turn your back to me, fino al jazz piano-voce di My enemy.. Ma è il blues, in tutte le sue connotazioni, a farla da padrone nel nono album della Tikaram, a partire dall’originale title track, che la stessa Tanita dice di aver scritto dopo aver scoperto la figura di Anita O’ Day, cantante jazz bianca carismatica e dalla vita travagliata, la cui carriera ebbe il suo apice a cavallo fra gli anni ’50 e i ’60. Contrabbasso e percussioni sono protagonisti dell’ammaliante Gris gris tales; di nuovo basso, piano e batteria accompagnano la sempre potente voce di Tanita nel jazz-blues The dream of her, mentre in Night is a bird la ragazza si è ispirata a Thelonious Monk dopo aver visto un documentario su di lui. Closer to the people è un disco nitido, caldo e viscerale e la voce di Tanita resta come sempre piena di fascino. Da non perderla dal vivo con la sua fantastica band l’1 e il 2 aprile al Blue Note di Milano. (Katia Del Savio)

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BIAGIO COPPA, 23:54 – GET MOVING, NO FLIGHT RECORDS 2015

Biagio Coppa

Un disco notturno fin dal titolo, 23:54 – Get Moving, e questo per non creare equivoci ancora prima di schiacciare il tasto PLAY. Registrato in soli due giorni sotto la supervisione di Bennet Paster a New York, il lavoro del sassofonista Biagio Coppa fin dalle prime battute impone precisi ritmi alla notte dell’ascoltatore portandolo a vivere le suggestioni della Grande Mela degli anni Settanta: il jazz si sporca di funk grazie al groove prodotto dal Fender Rhodes di Aruán Ortiz e dalla batteria di Rob Garcia per poi tornare sornione come un gatto a rovistare nei vicoli più scuri delle blue notes. Tutte le sei composizioni della tracklist, a cominciare dall’apripista Agosto, contribuiscono ad allungare un immaginario elastico culturale che permette al musicista ma anche al pubblico di assaporare le gioie di un passato decisamente futuro. Con la penultima traccia, CYN, tutto diventa più chiaro con l’approssimarsi del giorno: Coppa, l’italianissimo Biagio Coppa, è riuscito a fondere in poco meno di un’ora la sua visione del jazz con quella di maestri del calibro di Miles Davis e Herbie Hancock. Giudicate voi se è poco? E scusatemi per il ritardo con cui ve lo segnalo. (Matteo Ceschi)

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ROCCO LOMBARDI: DA SIDE-MAN A PRIMO CITTADINO DEL RITMO

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Inauguriamo il 2016 con un bellissimo numero di INDIANA MUSIC MAGAZINE dedicato a Rocco Lombardi: il batterista svizzero ripercorre con noi la sua ormai lunga esperienza musicale, dal vivo e in studio, in una lunga intervista che delinea la carriera del nostro attraverso i suoi modelli musicali, un approccio e una sensibilità tutti personali, i lavori registrati in studio – largo spazio all’ultimo album GiG, esordio come solista – e le esperienze live, con amici e compagni di viaggio di lunga data. Un’intervista di cui siamo particolarmente contenti e che vi invitiamo a leggere. A seguire, le recensioni selezionate questo mese: Mèsico, Io e La Tigre, The Chanfrughen. Ma non è tutto! Cliccare sulla copertina per credere.

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