Category Archives: lo-fi

ANTUNZMASK, ANTUNZMASK, AUTOPRODUZIONE 2017

Produzione povera, lo-fi, e attitudine punk sono al centro del nuovo album omonimo di Antunzmask, nome d’arte dietro cui si cela il campano Antonio Russo: si tratta di un lavoro autoprodotto, cantato e quasi interamente suonato in ogni strumento dallo stesso Antunzmask nella maniera più ruvida, viscerale e schietta, che si tratti di brani energici come Buongiorno obbligatoriamente o di pezzi a volume più basso come E l’ora sia. Una presenza in nuce di idee originali, su cui lavorare in futuro, si rileva in Radio UFO e Nella tana del Kranio, i due pezzi più sperimentali dell’album, ma personalmente apprezzo molto anche le esplosioni di energia di Forse uno sfogo e Ponda Ponda. La parte più bella dell’album, infine, è forse la sincerità con cui gli amori musicali di una vita intera si riversano nella scrittura di Antunzmask, dall’urgenza espressiva viscerale alla Kurt Cobain fino a certe derive allucinatorie alla Syd Barrett, passando per una vena cantautorale che risente fortemente dell’influenza di De Gregori. (Elisa Giovanatti)

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HELLO SHARK, DELICATE, ORINDAL RECORDS 2016

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Forse abbiamo trovato le note giuste per inoltrarci nell’autunno. Sono quelle di Lincoln Halloran, che da una decina d’anni sta girando il nord-est degli Stati Uniti col suo progetto Hello Shark, una musica “confessionale” e intimista, fatta in casa, scarna, spoglia, malinconica, dall’incedere lento, strascicato, che tuttavia conquista per il calore e la sincerità dell’emozione che riesce a raccontare. I dodici pezzi di Delicate – titolo indovinatissimo – si esauriscono in poco più di mezzora, mettendo a nudo vulnerabilità, insicurezze e fragilità magistralmente trasferite nei tesi, semplici, diretti, i veri protagonisti di questo album: qualunque cosa accada di contorno, al centro della nostra attenzione rimangono sempre le parole, cantate dalla voce delicata, talora dolente, talora incrinata, di Halloran, affiancato in molte tracce da Katie Bennett, che aggiunge un contro-canto etereo e morbido alla vocalità così efficacemente imperfetta di Halloran. Fatevi una passeggiata e portatevelo in cuffia. (Elisa Giovanatti)

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HIGH MOUNTAIN BLUEBIRDS, DEWDROPS AND SATELLITES, AUTOPRODUZIONE 2016

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Appena comincia Peter Fonda I Love You, la prima canzone di questo Dewdrops And Satellites, entriamo nel bel mezzo di un qualcosa che sta a metà tra l’onirico e l’acido per ritrovarci catapultati nella mitica Summer Of Love, e lì restiamo fino alla fine dell’album, mentre qualche distorsione e qualche riverbero discretamente mantengono vivo il dubbio: sogno o allucinazione? Freschissimo, godibile, melodico, contrariamente a quanto possa far pensare la copertina, il lavoro di questo interessantissimo terzetto veneziano ha il merito di scorrere senza alcun intoppo, appropriandosi di tutto quanto la California dei lontani sixties ci ha regalato per restituircelo in un garage rock psichedelico ben composto e ben suonato. Gli High Mountain Bluebirds hanno un vero talento per le belle melodie, ma non mancano episodi più articolati (su tutti la strumentale Kamadeva, ultimo brano dell’album che sfocia in un’acustica semi-reprise di Kids Summer Garden). Lighty Diva e I Know That It Hurts allargano il cerchio delle influenze da cui attingere, ma quello che alla fine rimane sulla pelle è il sole californiano. (Elisa Giovanatti)

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NAP EYES, THOUGHT ROCK FISH SCALE, PARADISE OF BACHELORS 2016

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Ha detto bene Stuart Berman su Pitchfork: se la vostra serata-tipo si svolge sul divano, a leggere un articolo su iPad con la televisione accesa sullo sfondo, mentre le conversazioni su smartphone proseguono senza tregua, allora questo disco potrebbe essere un primo passo nella vostra riabilitazione dal sovraccarico di informazioni. Canadesi di Halifax, Nuova Scozia, i Nap Eyes sono guidati dal frontman e paroliere Nigel Chapman, narratore-incantatore a dir poco intrigante che, per cominciare (Mixer), ci conduce per mano a una festa: nemmeno il tempo di entrare, però, che subito scatta la sensazione di trovarsi nel posto sbagliato, mentre siamo – rasenti al muro – osservatori degli altri e di noi stessi, soli tra la folla. Inizia così, con un gran senso di solitudine, il percorso di ricerca di identità che attraversa i 35 minuti scarsi di questo Thought Rock Fish Scale, cammino che passa in rassegna sogni e disillusioni, deliri e frustrazioni di vite galleggianti in una condizione di auto-inganno. Ed è proprio qui che la forza del disco colpisce come uno schiaffo: i testi asciutti, diretti, spogli, penetranti come raramente accade, privi di qualsiasi retorica, colpiscono al cuore, “feroci” nella purezza della visione, fulmini a ciel sereno in una società incentrata sulla distrazione di massa. Al cuore, per la maggior parte dell’album, di strutture basilari, le parole risaltano, circondate da una musica rilassata, sonnolenta, pigra: “idiot, slow down” invocava Thom Yorke quasi 20 anni fa in un capolavoro di rappresentazione dell’alienazione (OK Computer), perché la lentezza è una forma di difesa e un atto rivoluzionario nell’iperattività e ipervelocità della vita contemporanea. I Nap Eyes non solo rallentano, ma abbassano il volume e si sbarazzano di tutto quel sovraccarico di effetti e post-produzione oggi così in voga, mantenendo dall’inizio alla fine un profilo basso, il registro contemplativo del pensare tra sé e sé e il tono confidenziale dell’incisione casalinga (l’album è registrato in presa diretta, senza sovra incisioni). Le soluzioni musicali cambiano verso metà disco con Alaskan Shake e Click Clack, più complesse, imprevedibili, e mentre un flusso di coscienza intreccia presente, passato e futuro sentiamo un profondo senso di connessione, in barba alla mancanza di logica narrativa. Sarà anche per quelle continue ripetizioni (“my old great great great great great grandmother mother mother mother mother…”), specie di mantra per un Chapman alla ricerca di se stesso, con un lessico così nudo da farsi a volte enigmatico, allegorico o mistico. “Won’t you trust trust trust me, c’mon…”, si chiude così il disco. Io non lo so se mi fido, intanto lo riascolto, perché non ho ancora decifrato tutto di Thought Rock Fish Scale, lavoro ricchissimo in abito casual. (Elisa Giovanatti)

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IL RE TARANTOLA, L’ARTISTA IRRIMEDIABILMENTE NELLA MERDA EP, 2016

Il re tarantola

Manuel Bonzi, in arte Il re tarantola, torna con un EP che non tradirà l’attesa dei fans e dei curiosi. Il sound, meno spigoloso e “marcio” rispetto al passato, non pare perdere né il mordente né quelle peculiarità che avevano attirato un po’ di tempo fa la mia attenzione. Il contributo dato da Pietro Paletti, cui è affidata la produzione, suona, infatti, essenziale per l’evoluzione della specie della tarantola ma rispetta in pieno la filosofia lo-fi di un Bonzi sempre poco propenso a “infarcire” troppo le tracce. I testi scoppiettanti e anarchici appaiono sempre poeticamente allucinati tanto da risultare in più di un passaggio visionari. Agguati, brano che chiude l’ascolto, è il migliore premio alla composizione e richiama all’orecchio Bersani e Silvestri. (Matteo Ceschi)

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LO-FI POETRY, LO-FI POETRY, 2015

Lo-fi Poetry

Affidano a un EP le loro emozioni, i vicentini Lo-fi Poetry riuscendo nell’intento – non facile, ammettiamolo – di attirare le orecchie della critica. I diretti interessati definiscono la loro musica “poesia a bassa fedeltà”, un’espressione sintetica (come, d’altronde, certi suoni dei Lo-fi Poetry) che pare in grado di spingere l’acquirente disilluso oltre la semplice curiosità alla ricerca di un nucleo sonoro che abbia per lui un senso. Sospesi tra un post-grunge intriso di marginalità e un elettronica che non disconosce la profondità esistenzialista della new wave, i Lo-fi Poetry danno voce alle timide e sparute ambizioni di una contemporaneità schiacciata dall’omologazione e impaurita da ciò che appare e ed è evidentemente diverso. Omossessulità e Ho conosciuto Rimbaud, due biglietti premio per guardare al di là del proprio io e cominciare ad apprezzare l’altro. (Matteo Ceschi)

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STEVEN LIPSTICKS AND HIS MAGIC BAND, AUTOPRODUZIONE 2015

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Come promesso, eccoci qui a segnalare uno dei più meritevoli artisti che hanno partecipato all’INDIANA MUSIC CONTEST 2014/15: si tratta di Stefano Rossetti, in arte Steven Lipsticks And His Magic Band, una one-man-band che già solo per il nome – un po’ ironica traduzione (nome e cognome) e un po’ affettuoso tributo (Captain Beefheart) – merita una citazione. E del resto il nome racchiude molto dell’attitudine di Stefano Rossetti e di quello che ritroviamo nella sua musica: il tocco leggero, l’approccio modesto, l’amore per la musica e i suoi grandi protagonisti, l’ironia garbata. In una parola, Steven Lipsticks And His Magic Band è puro. I suoi meriti, però, non finiscono qui: la chitarra dell’Intro e Riding The Tide sono un inizio azzeccatissimo, così come piccoli gioielli sono le successive Dec. 8th e Jar Of Poetry Revisited (che risentiamo alla fine, spogliata ed essenziale, come ghost track), tutti brani che dichiarano nettamente le loro fonti di ispirazione ma suonano al contempo molto personali, per la capacità di giocare coi generi, per l’efficacia delle melodie, per l’andamento un po’ svogliato e così sincero, di quella sincerità di approccio che sarebbe bello trovare molto più spesso. In un album realizzato in casa e quasi interamente suonato dallo stesso Steven/Stefano c’è spazio anche per i 7 minuti di Aliens Hypnotizing Me (Parts I, II and III), complessa architettura psichedelica che pure non perde in immediatezza, mentre l’attitudine lo-fi (parte integrante della sensazione di purezza che si sprigiona all’ascolto) non inficia la qualità sonora del tutto. Un ottimo inizio per un indipendente vero. (Elisa Giovanatti)

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