Category Archives: pop music

NICOLAS MICHAUX, A LA VIE A LA MORT, TÔT OU TARD 2017

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Belga giramondo dalla personalità eclettica, Nicolas Michaux guarda senza timore di offendere la madrepatria alla Francia di Serge Gainsbourg e agli States post-grunge di Elliott Smith. E lo fa con una voce felina che ricorda un po’ lo scostante distacco di Carla Bruni. Le sonorità dell’album rispecchiano in pieno le caratteristiche del suo creatore: si passa dal pop minimale ricco di spunti danzerecci “da camera” della title track e di Un imposteur al folk sbarazzino di Croire en ma chance con un chitarra che suona deliziosamente “sgangherata”. Poi quando meno te lo aspetti arriva il rock più profondo e cavernoso un po’ in stile Television di Les îles désertes, il migliore pezzo dell’intero disco che pur si mantiene su standard decisamente elevati. A la vie, à la mort, sebbene non riscriva le regole del gioco, quantomeno ha i numeri per restituire a chi si pone l’ascolto validi strumenti per leggere ed interpretare le note che verranno. Se Nicolas non dovesse raggiungere il più grande pubblico sarebbe un peccato mortale per l’intero panorama europeo che, ahimè, rimarrebbe prigioniero dei suoi peggiori incubi televisivi. (Matteo Ceschi)

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PAVO PAVO, YOUNG NARRATOR IN THE BREAKERS, BELLA UNION/PIAS 2016

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Interessantissimo debutto per i newyorkesi Pavo Pavo, talentuoso quintetto nato tra le mura di Yale, dove tutti i componenti hanno studiato musica (guadagnandosi anche qualche collaborazione importante, vedi John Zorn), e si sente: l’inventiva, la facilità del songwriting, la complessità e maturità del lavoro effettuato in studio (sovraincisioni, utilizzo di strumenti vintage, innumerevoli interventi di alto artigianato musicale)  sono sorprendenti, e sfociano in un album che porta alla mente artisti fra loro lontanissimi – il genio di Brian Wilson che aleggia, i vocalismi dei Grizzly Bear, il glam rock degli Sparks e tantissimo altro ancora – ma che, in maniera altrettanto evidente, è molto più della somma delle loro influenze. Tra sperimentazione e pop, Young narrator in the breakers sfugge a qualsiasi tipo di catalogazione e regala una fortissima impronta personale. Pezzi freschi, ritmati, scintillanti (Ran, ran, run, 2020, We’ll have nothing going on), oppure dolci e lirici (Somewhere in Iowa, Wiserway), oppure squarci di pura inventiva (Belle of the ball, John (A little time)), raccontano la magia e il panico del passaggio dall’adolescenza alla vita adulta, ed il senso di perdita e di malinconia che accompagna questo passaggio. Quello che è sicuro è che in questo disco si fluttua e ci si perde ad ammirare la leggerezza di una musica eccezionalmente ben fatta. (Elisa Giovanatti)

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SCHNEIDER NUR, UN NUOVO MAGGIO, AUTOPRODUZIONE 2016

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Un involontario concept album che ruota attorno a un ventenne alla costante ricerca di una persona da avere accanto e alla sua inadeguatezza nei rapporti con gli altri: così è presentato Un nuovo maggio nel comunicato di lancio, ed effettivamente è una descrizione che ben riassume il senso del lavoro degli Schneider Nur, giovani veronesi con alle spalle due Ep e decine di date live in apertura a band del calibro di Intercity, Ex Otago e C+C=Maxigross. Proprio con questi ultimi è nata un’amicizia che li ha portati a registrare questo ultimo lavoro nei loro Veggimal Studios sui monti della Lessinia. È lì, allo scoppiettio di un camino acceso, che sono state fissate le sonorità calde delle tante piccole storie racchiuse in Un nuovo maggio, racconti in miniatura con l’amore a farla da padrone, scandagliato in lungo e in largo in modi mai banali. E se il pop cantautorale nostrano anni ’70 è il più chiaro dei punti di riferimento degli Schneider Nur (Battisti su tutti), aleggia in realtà in ogni dove la presenza di un amatissimo Morrissey, omaggiato in Un uomo senza importanza ed interiorizzato in tutti i testi dell’album, piccole poesie agrodolci, a volte ciniche, persino brucianti. A portare avanti questa sorta di viaggio sentimentale è una voce su cui forse c’è ancora un po’ da lavorare, ma apprezzabilissimi sono gli arrangiamenti complessi e sofisticati e i begli impasti strumentali, arricchiti da fiati (sax, trombone), moog e persino la viola della brava Federica Furlani. Ottima, anche, la vena poetica e tutta la sua carica di comunicatività. (Elisa Giovanatti)

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LOCOMOTIF, BE2, MAUDE RECORDS 2016

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Torna con Be2 il trio Locomotif, formazione catanese che si esprime in una musica dal respiro internazionale, un dream pop denso di riferimenti letterari e musicali che trova ispirazione nel mondo anglosassone e lancia più di uno sguardo ancora più su (Islanda, mi verrebbe da dire). Uscito per Maude Records, il lavoro propone sonorità – e con esse le emozioni – sempre sospese, che ne fanno a tratti un disco d’atmosfera (nel senso più nobile del termine), senza disdegnare sconfinamenti nel pop-rock, nel soul (cui ben si presta la voce di Federica Faranda) o addirittura in una sorta di post-rock (Lezioni Americane). Fluido e godibile dall’inizio alla fine, Be2 coglie anche qualche motivetto più catchy pur esprimendo un mood prevalentemente malinconico. Apprezzabile la misura con cui vengono impiegati effetti e riverberi, che così spesso affossano le produzioni pop più “dream” (come se bastasse un riverbero per fare dream pop…), altro segno di accuratezza ed eleganza per questo disco, che tra le sue pieghe nasconde sfumature non banali. Waste, Love Is Over e Sailing Boat le mie tracce preferite di oggi, ma domani chissà. (Elisa Giovanatti)

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CARAVAN PALACE: L’INFINITA VOGLIA DI CONTINUARE A DIVERTIRSI

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Numero estivo per INDIANA MUSIC MAGAZINE, tutto all’insegna dei ritmi e delle melodie dei Caravan Palace, formazione parigina che ha recentemente pubblicato Robot Face, un buonissimo punto di partenza per chi volesse andare alla scoperta della contagiosa ed esuberante musica del gruppo. I Caravan Palace ci concedono qui una simpatica intervista, proprio a ridosso della loro data italiana in programma l’11 luglio al Circolo Magnolia di Segrate (MI), dove potrete saggiare di persona la potenza dei loro ritmi pulsanti ma anche la vivace eleganza del loro elettro-swing. Da non perdere poi la consueta sezione dedicata alla recensioni, succosa come al solito. Niente più indugi: cliccate sulla copertina, il download del magazine è gratuito.

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WHYTE HORSES, POP OR NOT, CRC MUSIC 2016

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Che sia mai arrivata una nuova Summer of Love? Ad ascoltare Pop or Not sembra proprio che i figli dei fiori siano tornati tra noi con le loro collane di perle, i gilet e i nastri a fermare i capelli fluenti. E tutto grazie ai Whyte Horses, sorprendente formazione di Manchester, che ha registrato l’album sull’onda di un hippy mood in giro per l’Europa (facendo tappa anche a Frosinone!). Pop or Not – il titolo scelto la dice lunga sulla totale apertura mentale di Julie Margat e soci verso nuovi orizzonti – piace fin da subito con quelle sue atmosfere piacevolmente lisergiche e quel suo approccio entusiasta alla vita. Promise I Do, è solo uno degli ascensori attraverso cui accedere ai piani di un nuovo stato di percezione per poi allontanarsi in maniera consistente dalla realtà. Tutto è suonato e cantato con la gioia di chi sa di partire per una grande avventura: La couleur originelle parte nel segno dei Grateful Dead per poi scivolare placidamente qua e là verso Serge Gainsbourg e decollare verso castelli technicolor acidi. La strumentale Wedding Song, invece, sancisce l’ufficialità di non avere mai abbandonato quel paradiso sbocciato improvvisamente quasi cinquant’anni fa sotto il Golden Gate. Il sole è alto nel cielo e, oggi, non necessariamente assume il colore a cui siamo abituati! (Matteo Ceschi)

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ANDY SHAUF, THE PARTY, ANTI- 2016

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La festa è quella di una piccola cittadina di provincia in cui tutti si conoscono, un house party i cui personaggi sono la ragazza che balla da sola al centro della stanza, con gli occhi di tutti su di lei (Eyes Of Them All), quello che arriva sempre in anticipo (Early To The Party), la coppia sull’orlo del litigio (The Worst In You), l’amico che si lamenta (Begin Again), la ragazza con cui il “narratore” si ritrova a ballare a fine serata e stranamente assomiglia alla sua ex (Martha Sways). Lo sguardo sul tutto è quello empatico, indulgente, di sincera partecipazione, di Andy Shauf, giovane cantautore canadese che finora si era cimentato in lavori di fattura perlopiù casalinga e che oggi approda finalmente in un vero studio di registrazione. Il risultato è un album dalla scrittura delicatissima e insieme sofisticata, che senza dare nell’occhio tiene insieme tanti piccoli dettagli (canto sommesso, pianoforte, chitarre, clarinetto, archi) avvolgendoli in un’eleganza discreta. Tra influssi indie (sprazzi di Belle & Sebastian, per dirne una) e reminiscenze beatlesiane (The Magician, il piccolo gioiello Begin Again), Andy Shauf ci fa davvero partecipare a questa festa, senza dimenticare di emozionarci anche un po’. (Elisa Giovanatti)

 

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PAUPIÈRE, JEUNES INSTANTS EP, ENTERPRISE REC./LISBON LUX REC.

Jeunes Instants

Eclettica formazione, un trio per la precisione, canadese che si ispira apertamente alle sonorità pop-dance della Francia degli anni Ottanta. L’impatto con le quattro tracce dell’EP è gradevole e non accende l’allarme del “già sentito”. La matrice elettronica seppure marcata non è eccessivamente invasiva e si mantiene rispettosa delle trame melodiche che continuano a sorreggere lavoro della band di Montreal. Il musicista Pierre-Luc Bégin accompagnato dalla visual artist Julia Daigle e dalla perfomer Éliane Préfontaine riesce nell’intento di rinverdire i fasti sonori di una generazione, quella degli Eighties, al tempo stesso musicalmente lasciva ma capace di accendere le fantasie del pubblico. La title track e Quinte sono due occasioni per tornare giovani e per presentare a chi non le avesse vissute le mille sfumature di uno dei decenni più pop della contemporaneità. (Matteo Ceschi)

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CARAVAN PALACE, ROBOT FACE, MVKA 2016

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Direttamente dalla rive gauche parigina arrivano in un tripudio di ritmi house-swing-electro e melodie baldanzose à la The Great Gatsby i Caravan Palace. Il disco vi aggredirà fin dalla prima traccia, Lone Digger, con cui comincerete a sudare tutti i Martini cocktail che avete “colpevolmente” ingurgitato. Da buon conoscitore della scena musicale d’oltralpe, ammetto che era un pezzo che qualcosa di veramente forte non giungeva a solleticare con tale insistenza le mie navigate orecchie. Quando la tracklist si allontana dai generi già citati, sfocia con esplosiva esuberanza nello scat e in un ibrido sonoro che potremmo benissimo definire neo-gospel (correte ad ascoltare Mighty!). Tutto quello di cui avete sempre avuto bisogno per scatenarvi lo troverete finalmente stipato e condensato in <I°_°I>! Anche il gusto per tutto quello che è proibito! Che la festa cominci e non finisca mai! (Matteo Ceschi)

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PRIMAL SCREAM, CHAOSMOSIS, A FIRST INTERNATIONAL 2016

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Li avevo lasciati negli anni Novanta con l’indimenticabile – almeno per me – Screamadelica ed ora me li ritrovo nuovamente a riempire i miei padiglioni auricolari. Senza pregiudizi ho comprato e iniziato a suonare Chaosmosis. E proprio grazie a questo approccio à la “non mi aspetto niente”, sono riuscito a godermi fino in fondo la nuova fatica della band di Bobby Gillespie e soci. A partire dal singolo assolutamente e meravigliosamente pop Where the Light Get In, un inno al divertimento che molto deve alle idee sonore dei Pet Shop Boys (tornati di recente in scena). E proseguendo con il resto della ricca tracklist che, alla fine, nessun rimpianto per il passato lascia. L’uomo (e con esso la musica), non dimentichiamocelo, è destinato ad evolversi e ad assecondare i mood del momento. E a quanti ancora vorrebbero sentire echi di dub e di sperimentazione, Gillespie strizza spudoratamente l’occhio con la psichedelica Golden Rope e con Autumn in Paradise, brano dalle atmosfere electro che rievoca un po’ Serge Gainsbourg e un po’ i Depeche Mode. Chaosmosis è un album pop in tutto e per tutto, e proprio per questa sua imprescindibile natura non potrà non piacere ad un’ampia ed eterogenea fascia di pubblico. (Matteo Ceschi)

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