Category Archives: pop

FOSCARI, I GIORNI DEL RINOCERONTE, LA CHIMERA DISCHI/TERRE SOMMERSE 2018

Foscari

L’attacco di Particelle, prima track del disco, parte con vaghi richiami agli Smashing Pumpkins per poi aprirsi gioiosamente una finestra sul mondo pop che molto, e dico molto, deve a quel genio che risponde al nome di Cesare Cremonini. Detto questo il disco di Marco Foscari non lascia così facilmente quella radice rock che evidentemente rappresenta una parte importante della formazione del suo autore: Trasparente ne è un ottimo esempio con la chitarra elettrica di Davide Sparpaglia a sostenerne le idee più audaci. Poi, quando meno te lo aspetti, sul finire del disco, arrivano un paio di canzoni “ibride” dall’atmosfera intimista che mantengono alto l’interesse dell’ascoltatore fino all’ultimo secondo: Eliot con le sue pennellate elettriche strizza l’occhio a Samuele Bersani mentre Te lo confesso si perde placidamente tra un ricordo beatlesiano e improvvisazioni vocali à la Pino Daniele. (Matteo Ceschi)

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CARLOT-TA, MURMURE, INCIPIT/EGEA 2018

Murmure_Cover album alta

Con l’introduzione epica e tetra di Virgin of the Noise Carlot-ta ci fa subito capire il mondo sonoro dove verremo trascinati ascoltando l’intero album Murmure. Il minimo comune denominatore delle 11 tracce è l’uso dell’organo a canne, strumento di cui la cantautrice ventisettenne si è innamorata già qualche anno fa: “Per suonarlo devi necessariamente spostarti nel suo spazio, cosa che non succede con nessun altro strumento. Non lo puoi possedere. Ogni movimento attiva un meccanismo complicato, che fa entrare l’aria nelle canne e lo fa respirare. È come dare vita a un animale, enorme e grottesco. Ti fa sentire potente, e allo stesso tempo carico di un timore reverenziale”, ha dichiarato la stessa Carlotta Sillano. L’uso di questo strumento dona un tono teatrale a tutto il disco, ma si presta a diverse declinazioni sonore, come in Sparrow, dove l’organo è accompagnato da synth e batterie elettroniche. In Garden of love Carlot-ta riprende l’omonima poesia di William Blake e qui l’organo cade a pennello per le atmosfere gotiche, ma non troppo, riprese anche in Samba Macabre, un ipnotico brano dove lo strumento a canne rincorre le percussioni. Conjuntions è una dolce danza medievale, unica canzone dove sono presenti gli archi, ovvero le viole da gamba. Le Valse de Conifère, pezzo in francese contenuto in un album cantato per il resto tutto in inglese, sembra in bilico fra lo Yann Tierssen di Amelie e un’interpretazione di Edith Piaf. La dolcissima Minstrel è resa onirica dall’arpa, ma anche qui l’organo non manca e si esprime in tutto il suo fascino nella seconda metà del brano, che si conclude invece con il pianoforte, strumento solitamente usato da Carlot-ta, e da una batteria elettronica. Churches sembra una ballata celtica, che avrebbe potuto cantare Dolores O’Riordan in un album dei Cranberries. Nella conclusiva To the Lighthouse si parte con la delicata voce della protagonista accompagnata solo dall’organo, come in un canto di chiesa (dove in parte è stato registrato l’album), che pian piano si fa sempre più drammatico. Solo in Glaciers la voce di Carlot-ta è accompagnata da una chitarra acustica, non abbandonando però, grazie al riverbero della voce, il tono un po’ inquietante che accompagna tutto Murmure. Pioggia, montagne, fiumi, animali, piante e altri elementi della natura sono presenze che rendono il disco ancora più magico e misterioso e quel recupero di atmosfere gotiche ricorda un po’ il movimento pittorico ottocentesco dei preraffaelliti. Le ambientazioni nordiche sono giustificate anche dai luoghi dove il disco è stato registrato oltre all’Italia: Svezia e Danimarca. In più, alla produzione hanno partecipato alcuni componenti del Greenhouse Studio di Reykjavik, lo stesso dove hanno registrato Bjork, i Sigur Ross, Damon Albarn e i Cocorosie. Carlot-ta dice di ispirarsi alle statunitensi Julia Holter, Marissa Nadler e alla mitica Diamanda Galàs. Sta di fatto che per il panorama italiano la cantautrice e musicista piemontese emerge per originalità. Vale la pena recuperare anche i due precedenti album: Make me a Picture of the Sun del 2011 e Songs of Mountain Stream del 2014. (Katia Del Savio)

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GENERIC ANIMAL, GENERIC ANIMAL, LA TEMPESTA DISCHI 2018

Il primo disco solista di Luca Galizia, ventiduenne già chitarrista dei Leute che si nasconde dietro il progetto Generic Animal, è per la verità un lavoro di squadra: i testi musicati da Luca arrivano nientemeno che dalla penna di Jacopo Lietti dei Fine Before You Came mentre l’ottima produzione è stata curata da Marco Giudici e Adele Nigro (Halfalib, Any Other). Le tante mani all’opera però non inficiano l’immediatezza del risultato: Generic Animal è un lavoro fresco e insieme malinconico, sfrontato e insieme vulnerabile, proprio come la voce di Luca. È anche stralunato e preciso: l’andamento stiracchiato della voce, le metriche originali, i ritmi sbilenchi e sincopati, i testi nudi e diretti, inizialmente nascondono sotto un’apparenza lo-fi quelle che sono invece scelte più che ragionate; solo dopo un ascolto più attento tutto questo diventa un preciso intento, un utilizzo creativo e interessante di stilemi dalla provenienza più disparata (hip-hop, soul, anche jazz), un impianto sonoro assolutamente contemporaneo e internazionale, mentre proprio quella sensazione irrisolta che deriva da questo insieme tanto sgraziato di parole e arrangiamenti finisce per costituire grande parte del fascino dell’album. L’atmosfera urbana, il grigiore, l’asfalto, la pioggia, ma anche tanta vita e tanto cuore, insomma la quotidianità che si fa racconto, completano poi il quadro di un ottimo lavoro, che può sicuramente fare presa sul pubblico. (Elisa Giovanatti)

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CHRYSTA BELL, WE DISSOLVE, AWAL/KOBALTMusic REC 2017

Si torna indietro nei nebbiosi e uggiosi anni Novanta con We Dissolve di Chrysta Bell, artista poliedrica che può vantare un estimatore come il regista David Lynch che l’ha voluta a recitare nella nuova e attesissima serie di Twin Peaks dopo numerosi progetti discografici realizzati in tandem. Lo si intuisce già da Heaven, prima traccia del disco, che non lascia dubbio a riguardo e se ne ha la certezza scorrendo velocemente i nomi di alcune guest: il produttore John Parish e, scusate se è poco, Adrian Utley dei Portishead. Il sound è quello di un pop votato alla contaminazione che cerca il “guizzo assassino” nell’incerto equilibrio del jazz e nella fredde certezze dell’elettronica. Gravity, il singolo che anticipa l’album e che certo non passerà inosservato, possiede nella sua anima “artificiale” il calore della musica da camera. Planet Wide, così lasciva e imprevedibile nella sua aggressività sonora, non ha mai smesso di piacermi fin dal primo istante in cui vi ho posato sopra orecchio. Detto ciò, non grido certo al miracolo anche se sono conscio di avere in cuffia un album solido e ben realizzato che non manca certo di un paio di acuminate frecce per trapassare il muro dell’indifferenza sonora che, ahimè, troppo spesso ci circonda e ci rende pigri di fronte all’esplorazione sonora. (Matteo Ceschi)

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MAXÏMO PARK, RISK TO EXIST, DAYLIGHT/COOCKING VINYL/EDEL

Non importa che siate fans della scena alternative inglese o meno, Risk to Exist vi conquisterà fin dalle prime note. Pur mantenendo una vocazione puramente indie il disco trasuda un pop adulto a cui pochi (e sfortunati) potranno resistere. Prodotto da Tom Schick (Wilco, Beck, White Denim), l’ultimo lavoro della band di Newcastle attinge al miglior campionario di suoni degli ultimi trent’anni portandoci in un ubriacante vortice di terapeutici ricordi sonori. Se What Equals Love? andrebbe fatta studiare alle giovani leve come un modello molto vicino alla perfezione di “canzone rock da ballare”, I’ll Be Around riaccende al contempo la passione per le melodie degli anni Ottanta così ben rappresentata da Nick Kershaw e insinua con i fraseggi di tromba sul finale il dubbio per una fusion tutt’altro che scontata. A fare la differenza, rispetto agli appena citati Eighties, quel “risk to exist” del titolo, chiaro riferimento al precario equilibrio di una contemporaneità in bilico sul baratro. The Hero, track dal titolo inequivocabile, con la brevissima intro orientaleggiante e le sue ritmiche un po’ à la Chic, è, forse, il brano che meglio rappresenta l’attitude schierata della band e la sua voglia di farsi sentire: all’indifferenza di fronte alla tragedia delle migrazioni dal Sud del mondo ci sarà sempre un’inconsapevole vocazione da eroe nelle persone più insospettabili. Risk to Exist, è un inno all’empatia, a quel sentimento troppo spesso smarrito da un’umanità soffocata da muri, barriere e fake news. I Maxïmo Park ritengono evidentemente possibile un’alternativa alla pericolosa direzione intrapresa ed usano il più diretto idioma della musica, il pop, per comunicare le loro idee. (Matteo Ceschi)

#mayday #primomaggio

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TANIKA CHARLES, SOUL RUN, RECORD KICKS 2017

Album di debutto della canadese Tanika Charles, pubblicato dall’italianissima Record Kicks, Soul Run ci regala una quarantina di minuti di ottima musica splendidamente interpretata, guadagnandosi con questo una nomination come miglior album R&B/Soul ai Juno Awards (i Grammy canadesi). Sorta di “concept sentimentale”, il disco nasce dalla fine travagliata di una relazione ma ciò che racconta è soprattutto la ricostruzione e l’inizio di una nuova vita. La produzione, affidata ad un folto numero di personaggi fra cui spicca Slakah The Beatchild (noto per le collaborazioni con Drake), è molto intelligente e misurata nel mescolare le atmosfere calde e vintage del soul anni ’60 con una freschezza tutta moderna fatta di battiti hip-hop, cui si aggiunge tutta la contemporaneità dei testi delle canzoni, veri, schietti ed efficaci nell’avallare un forte punto di vista femminile sul mondo. Dopo una breve Intro che imposta la scena, Tanika infila subito un poker di canzoni da fare invidia all’artista più navigato: l’ipnotica title track, con uno sfoggio di doti canore piuttosto impressionante, la schietta ed energica Two Steps, pesantemente venata di Motown, i ritmi funky della bellissima Sweet Memories e la malinconica, dolente More than a man rimangono in mente ben oltre la loro durata e regalano lampi di meraviglia ed emozione. Si procede altrettanto bene, fra strizzate d’occhio a Lauryn Hill, Amy Winehouse e Stevie Wonder ed un songwriting particolarmente ispirato, con una serie di pezzi contagiosi (Money, Love Fool, Waiting), di breve durata e perlopiù uptempo, fino alla sorpresa finale, Darkness And The Dawn, brano interamente scritto da Tanika, che si discosta dai precedenti per la complessità di luci ed ombre che mette sul tavolo, e per la coda strumentale che sembra già preludere a nuovi sviluppi per la musica di Tanika Charles. Sviluppi che sicuramente terremo d’occhio. (Elisa Giovanatti)

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SAMPHA, PROCESS, YOUNG TURKS 2017

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Fra i terreni più fertili e innovativi degli ultimi anni, la black music (hip hop e r&b) è stata graziata di recente anche dal tocco di Sampha, artista londinese che prima di arrivare a questo suo primo LP ha prestato voce e talento ad alcuni dei più grandi ed interessanti nomi contemporanei, fra cui SBTRKT, FKA twigs, Drake, Kanye West, Frank Ocean e le sorelle Knowles (Beyoncé e Solange). Process racconta, fin dal titolo, come questo album sia il frutto di un lungo processo di costruzione, un percorso di maturazione musicale e, prima ancora, personale. Il lavoro ha una doppia faccia: colpisce per la straordinaria intimità di quel che racconta, la tribolata vicenda umana di Sampha (le dolorose perdite che ha dovuto affrontare, la faticosa costruzione di se stesso), con testi brutalmente sinceri e una voce capace di esprimere al meglio tutto il range delle emozioni, conferendo a Process una dimensione di rarissima intensità; l’aspetto puramente musicale, invece, sembra il frutto di un perfezionismo quasi ossessivo, in cui gli strumenti primari di Sampha (voce e pianoforte) sono affiancati da un fiorire di piccoli particolari tutti al posto giusto, studiati e pensati in ogni minimo dettaglio, per un raffinato mix di soul, r&b ed elettronica. Questo scrupolosissimo lavoro di composizione, però, non tocca minimamente l’atmosfera meditativa dell’album, nemmeno nelle sue tracce più movimentate (Blood on me, Kora sings, Timmy’s prayer), in cui si ha comunque la sensazione di essere nei pensieri, nelle paure e nelle tribolazioni dell’artista. Basta poi ascoltare pezzi come (No one knows me) Like the piano e sembrerà di essere da soli con Sampha al pianoforte, per sentirlo cadere, rialzarsi, avere paura, crescere, cercare di andare avanti. (Elisa Giovanatti)

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NICOLAS MICHAUX, A LA VIE A LA MORT, TÔT OU TARD 2017

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Belga giramondo dalla personalità eclettica, Nicolas Michaux guarda senza timore di offendere la madrepatria alla Francia di Serge Gainsbourg e agli States post-grunge di Elliott Smith. E lo fa con una voce felina che ricorda un po’ lo scostante distacco di Carla Bruni. Le sonorità dell’album rispecchiano in pieno le caratteristiche del suo creatore: si passa dal pop minimale ricco di spunti danzerecci “da camera” della title track e di Un imposteur al folk sbarazzino di Croire en ma chance con un chitarra che suona deliziosamente “sgangherata”. Poi quando meno te lo aspetti arriva il rock più profondo e cavernoso un po’ in stile Television di Les îles désertes, il migliore pezzo dell’intero disco che pur si mantiene su standard decisamente elevati. A la vie, à la mort, sebbene non riscriva le regole del gioco, quantomeno ha i numeri per restituire a chi si pone l’ascolto validi strumenti per leggere ed interpretare le note che verranno. Se Nicolas non dovesse raggiungere il più grande pubblico sarebbe un peccato mortale per l’intero panorama europeo che, ahimè, rimarrebbe prigioniero dei suoi peggiori incubi televisivi. (Matteo Ceschi)

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PETER PIEK, +, PETER PIEK PAINTING STUDIO 2016

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Pittore, cantante e polistrumentista autodidatta, Peter Piek è uno stravagante artista tedesco che dal vivo offre performance multisfaccettate, in cui canta, suona, dipinge e scatta foto, in un’incontenibile espressione di talento. Talento che, per fermarci alla musica, è ben percepibile in quello che è ormai il suo quarto album, +, un lavoro squisitamente pop che scorre leggero su ritmi e colori variegati, e che si rivela in tutta la sua raffinatezza ad ogni nuovo ascolto: timbro vocale androgino particolarissimo, energiche sezioni di chitarre e batteria, beat elettronici, riferimenti disparati fra il l’electropop e l’indie rock si combinano in un affascinante esercizio d’artigianato di alto livello, una musica che, a differenza dei quadri dello stesso Piek, dà l’impressione di una grande concretezza. L’artista è attualmente in tour in Italia, non perdete l’occasione di ricevere un abbraccio di suoni e colori. (Elisa Giovanatti)

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PAVO PAVO, YOUNG NARRATOR IN THE BREAKERS, BELLA UNION/PIAS 2016

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Interessantissimo debutto per i newyorkesi Pavo Pavo, talentuoso quintetto nato tra le mura di Yale, dove tutti i componenti hanno studiato musica (guadagnandosi anche qualche collaborazione importante, vedi John Zorn), e si sente: l’inventiva, la facilità del songwriting, la complessità e maturità del lavoro effettuato in studio (sovraincisioni, utilizzo di strumenti vintage, innumerevoli interventi di alto artigianato musicale)  sono sorprendenti, e sfociano in un album che porta alla mente artisti fra loro lontanissimi – il genio di Brian Wilson che aleggia, i vocalismi dei Grizzly Bear, il glam rock degli Sparks e tantissimo altro ancora – ma che, in maniera altrettanto evidente, è molto più della somma delle loro influenze. Tra sperimentazione e pop, Young narrator in the breakers sfugge a qualsiasi tipo di catalogazione e regala una fortissima impronta personale. Pezzi freschi, ritmati, scintillanti (Ran, ran, run, 2020, We’ll have nothing going on), oppure dolci e lirici (Somewhere in Iowa, Wiserway), oppure squarci di pura inventiva (Belle of the ball, John (A little time)), raccontano la magia e il panico del passaggio dall’adolescenza alla vita adulta, ed il senso di perdita e di malinconia che accompagna questo passaggio. Quello che è sicuro è che in questo disco si fluttua e ci si perde ad ammirare la leggerezza di una musica eccezionalmente ben fatta. (Elisa Giovanatti)

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