Category Archives: post-grunge

OHIO KID, EVERYONE WAS SLEEPING AS IF THE UNIVERSE WERE A MYSTAKE, 2016

artwork

Amori finiti, un esilio volontario nel piccolo e agiato Lussemburgo, lontano dai piaceri carnali della natia Bologna, rendono questo disco dal titolo assai lungo un’ottima cartina al tornasole delle passioni migranti che contraddistinguono la nostra contemporaneità. Personalmente non adotterei la definizione “anti-folk” per il secondo lavoro di Ohio Kid piuttosto quella di “post-grunge”; se di maestri vogliamo parlare, mi rifarei alle atmosfere laceranti e distorte dei Sonic Youth (The Universe is a mistake) e alle tenui melodie di Kurt Vile (Cattle). Everyone was sleeping as if the Universe were a mistake lascia sospesi i nodi esistenziali dell’autore e dell’ascoltatore ed è proprio questa sua naturale apertura a possibili scenari e soluzioni che conquista. Tutto suona bene e al suo posto nella misura in cui si percepisce che è molto a rimanere irrisolto (non solo musicalmente). Un ottimo disco che non ha bisogno di altre parole per spiccare il volo verso il cuore della tempesta. (Matteo Ceschi)

Advertisements
Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

MICROMOUSE, ANIMAL, 2015

Animal

Un noise punk con qualche pennellata art à la Television, è l’inconfondibile marchio di fabbrica degli emiliani Micromouse. Che il trio faccia sul serio lo si intuisce andando random su e giù per la tracklist: se My Mother Saw the Devil può a ragione essere presa senza paura di essere contraddetti come il manifesto di intenti di Animal; in Tzunami ritroviamo la ruvidezza pre-grunge dei Sonic Youth con chitarra e basso a distorcere i contorni della realtà. L’ottima impressione che si ha cominciando la si mantiene per tutta la durata dell’ascolto a dimostrazione che, a prescindere dai mezzi investiti, è più che sufficiente un’anima sanguinante per portare avanti un progetto artistico. Un 8 pieno ai Micromouse e alla mesmerizzante voce della regina del rock Michelle Cristofori. (Matteo Ceschi)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

LO-FI POETRY, LO-FI POETRY, 2015

Lo-fi Poetry

Affidano a un EP le loro emozioni, i vicentini Lo-fi Poetry riuscendo nell’intento – non facile, ammettiamolo – di attirare le orecchie della critica. I diretti interessati definiscono la loro musica “poesia a bassa fedeltà”, un’espressione sintetica (come, d’altronde, certi suoni dei Lo-fi Poetry) che pare in grado di spingere l’acquirente disilluso oltre la semplice curiosità alla ricerca di un nucleo sonoro che abbia per lui un senso. Sospesi tra un post-grunge intriso di marginalità e un elettronica che non disconosce la profondità esistenzialista della new wave, i Lo-fi Poetry danno voce alle timide e sparute ambizioni di una contemporaneità schiacciata dall’omologazione e impaurita da ciò che appare e ed è evidentemente diverso. Omossessulità e Ho conosciuto Rimbaud, due biglietti premio per guardare al di là del proprio io e cominciare ad apprezzare l’altro. (Matteo Ceschi)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

THE YELLOW TRAFFIC LIGHT, TO FADE AT DUSK, WE WERE NEVER BEEN BORING 2015

0005937851_10

Secondo Ep per i torinesi The Yellow Traffic Light, uscito per il collettivo We Were Never Been BoringTo Fade At Dusk regala un’interessante commistione di sogni psichedelici anni ’60 e shoegaze anni ’90. Molto curate le parti strumentali, con le chitarre molto riverberate a costruire scenari psichedelici su ritmiche decisamente post-punk, su cui si inserisce con buone melodie la voce di Jacopo Lanotte, sfacciata quanto basta. Unica eccezione in scaletta è Burger Shot, che per raccontare una storia di emarginazione razziale, alienazione e sconfitta adotta un sound duro e sporco. Più puliti, anche se non immuni da nervosismi, gli altri tre pezzi, a partire dall’iniziale e travolgente Hideaway fino alla lunga cavalcata Fall, che chiude in sfumato 20 ottimi minuti che ci fanno sperare di ritrovare presto all’opera il quartetto. Ma l’episodio più riuscito è forse il singolo Cole Drives Too Fast, che assimila alla perfezione i modelli anglosassoni e li restituisce in una prova di sicura qualità. (Elisa Giovanatti)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

OUGHT, SUN COMING DOWN, CONSTELLATION 2015

ought

Orfani di Lou Reed – lui e i suoi Velvet, insieme a Talking Heads e Sonic Youth, sono i pilastri dell’immaginario sonoro della band di Montreal, così newyorkese, così urbano – gli Ought lo omaggiano in qualche modo con Men For Miles, aprendo così il secondo atto della loro carriera, non meno potente e interessante del primo. L’alienante routine quotidiana, le richieste assillanti cui ci sottopone la vita contemporanea, sono il bersaglio preferito di una critica sociale lucida e feroce, spesso incontenibile, tanto da seppellire la melodia sotto l’incessante fluire delle parole. “I’m no longer afraid to die/Because that is all that I have left/ Yes”, dice Tim Darcy in Beautiful Blue Sky, con quel “Yes” cantato con voce quasi estatica e una sorta di senso di sollievo: è l’angosciante riconoscimento di una persona ormai travolta dalla pressante routine, eppure quel “yes” afferma una scelta, vibra, smuove qualcosa. Proprio qui sta il centro dell’album, decadente, corrosivo, disturbante, eppure capace di svelare una vitalità inaspettata. Gli andamenti ossessivi delle tracce sono continuamente increspati da nervosismi, interferenze, spigolosità che forse non sono altro che l’irrompere dell’incontenibile carica istintiva primordiale del quartetto, una vivacità e un vigore che portano con sé i semi di qualcosa di costruttivo; una potenza davvero incisiva, la stessa che si dice sia dirompente nei live degli Ought, ma che ci sembra molto ben presente anche in studio. (Elisa Giovanatti)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

CATERINA PALAZZI SUDOKU KILLER, INFANTICIDE, AUAND 2015

SudoKu KilleR (colori)

Il titolo un po’ forte – con esplicito riferimento a Incestiside dei Nirvana, fra gli ispiratori di questo nuovo lavoro – è da intendere come abbandono dell’ingenuità ludica e fanciullesca per un’età adulta spesso amara, con le sue ineludibili asperità. Questo, dunque, a 5 anni di distanza dal primo album con la formazione Sudoku Killer, il pensiero che ispira Infanticide, nuova creatura di Caterina Palazzi, e che si riflette in tutte le tracce, tanto ricche di sperimentazioni ardite, dissonanze stridenti, suggestioni noise, esplosioni elettriche, quanto toccanti nelle loro dolci melodie. È un mondo sonoro incredibilmente simile a quello della Starless dei King Crimson, ostico e oscuro ma non privo di squarci lirici, e pronto a qualsiasi metamorfosi. La contrabbassista romana, vincitrice nel 2010 del Jazzit Award come miglior compositrice, non ha certo paura di osare: jazz nord-europeo, rock, musica sperimentale, grunge e rock psichedelico forniscono continue sfumature cangianti ai 5 pezzi che compongono l’album (i titoli, in giapponese, si riferiscono a giochi numerici nipponici), suite strumentali con radici ben piantate negli anni ’70 ma proiettate nel futuro. Dirompente Sudoku Killer, con il suo urlo iniziale; affascinante la scrittura di Hitori, Futoshiki e Masyu, con le sue continue invenzioni; necessaria la tregua di Nurikabe. Da sottolineare l’abilità tecnica dei componenti della formazione, oltre alla bravissima Caterina: Antonio Raia al sax, Giacomo Ancillotto alla chitarra, Maurizio Chiavaro alla batteria. Grande prova, per iniziati. (Elisa Giovanatti)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

SAYONARA, S/T, AUTOPRODUZIONE 2014

sayonara

Progetto solista di Lorenzo Farolfi, ex chitarrista dei Mad Martigan e membro degli Al Doum & The Faryds, Sayonara si apre coniugando nel pezzo iniziale (Holy Makers) esotismi tratti in egual misura da Africa e Medio Oriente e un energico rock di stampo americano: una sorta di autocitazione, dato che proprio in questo mix sta la cifra stilistica della band di provenienza di Farolfi. Subito dopo, però, gli esotismi – che abbondano anche in copertina e nel nome stesso del progetto, non senza una qualche confusione – sono quasi del tutto abbandonati a favore di un sound occidentale e perlopiù americano: un rock ruvido e potente che alterna tappeti sonori dilatati a ritmi veloci, mantenendo, in entrambi i casi, una sensazione di inquietudine e oscurità di cui non è facile disfarsi. In Same Semen (con la tromba a ritagliarsi man mano un ruolo da protagonista) e Resist, i due brani più ricchi di inventiva, trova spazio una certa sperimentazione nella struttura dei pezzi. Moltissimi spunti, sparsi qua e là, fanno di Sayonara un buon esordio e un ottimo punto di partenza. (Elisa Giovanatti)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

BENJAMIN BOOKER, BENJAMIN BOOKER, ROUGH TRADE 2014

Processed with VSCOcam with f2 preset

Un rock and roll che ha le sue radici più profonde in Chuck Berry incontra in un’incredibile esplosione di energia sonora i Beatles di Revolver, l’estro incompreso dei T-Rex, il Dylan più “trasandato” e il soul di Sam Cooke. Ne scaturisce una bolla di splendente passato in un presente grigio e dalle ancora più scure prospettive per il futuro. A Benjamin Booker, classe 1989, non manca certo il coraggio di aggiungere a questo già incredibile amalgama un gusto post-grunge/garage molto contemporaneo che lo avvicina per l’azzardo creativo – se lo ascolterete non potrete che condividere questa opinione – a Jack White. A ciò aggiungete una voce quel tanto rude & ruvida da suonare piacevolmente imperfetta e dimenticherete presto quanto ascoltato nell’ultimo anno solare. Concedete a questo giovane cantautore rock adottato da New Orleans un’occasione. Non ne rimarrete delusi. (Matteo Ceschi)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,
%d bloggers like this: