Category Archives: post-rock

ANI DIFRANCO, BINARY, RIGHTEOUS BABE/AVELIN REC. 2017

 

Ani, Milano, early July 2017 72
Molta acqua sotto il ponte è fluita. Il flusso di note ha con il tempo smussato gli spigoli del sound di Ani DiFranco portando l’esuberanza e l’irruenza giovanile (sulla chitarra) a un più mite rapporto di coesistenza sonora con il mondo. Così Binary suona, e non potrebbe essere altrimenti, più soft e controllato, quasi a ritmo di un nu-soul alla Erykah Badu. Nel complesso l’album, ricco di partecipazioni di colleghi amici, procede senza fare una grinza ed è, forse, proprio questo preciso aspetto a lasciare al fan della prima ora (per intenderci uno di quelli del 1990) il palato un po’ asciutto: se in Pacifist’s Lament confesso almeno di ritrovarmi in parte, il resto della tracklist, lascia forte il rimpianto di quello che è stato. Non siamo neanche lontanamente vicini all’omonimo album d’esordio o al più recente, si fa per dire, e jazzato Canon. Senza farne una colpa ad Ani, la speranza è che la parentesi di introspezione adulta di Binary presto ceda nuovamente il passo ad un’anarchica volontà di urlare i propri sentimenti senza badare troppo alla forma. (Matteo Ceschi)
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CHRYSTA BELL, WE DISSOLVE, AWAL/KOBALTMusic REC 2017

Si torna indietro nei nebbiosi e uggiosi anni Novanta con We Dissolve di Chrysta Bell, artista poliedrica che può vantare un estimatore come il regista David Lynch che l’ha voluta a recitare nella nuova e attesissima serie di Twin Peaks dopo numerosi progetti discografici realizzati in tandem. Lo si intuisce già da Heaven, prima traccia del disco, che non lascia dubbio a riguardo e se ne ha la certezza scorrendo velocemente i nomi di alcune guest: il produttore John Parish e, scusate se è poco, Adrian Utley dei Portishead. Il sound è quello di un pop votato alla contaminazione che cerca il “guizzo assassino” nell’incerto equilibrio del jazz e nella fredde certezze dell’elettronica. Gravity, il singolo che anticipa l’album e che certo non passerà inosservato, possiede nella sua anima “artificiale” il calore della musica da camera. Planet Wide, così lasciva e imprevedibile nella sua aggressività sonora, non ha mai smesso di piacermi fin dal primo istante in cui vi ho posato sopra orecchio. Detto ciò, non grido certo al miracolo anche se sono conscio di avere in cuffia un album solido e ben realizzato che non manca certo di un paio di acuminate frecce per trapassare il muro dell’indifferenza sonora che, ahimè, troppo spesso ci circonda e ci rende pigri di fronte all’esplorazione sonora. (Matteo Ceschi)

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PULA+, FEATURING PULA, 2017

Una voce non eccessivamente roca – quel tanto da esaltare un mood destinato ad aumentare la ruvidezza della scena hip-hop nostrana – basi dal divertito sapore “casserole” e l’ambizione a spingere il rap nella “dimensione più vissuta” del blues, sono le principali skills dell’album dell’artista torinese. Con questo lavoro autoprodotto, Pula+, una volta annunciato di essere libero dalle altrui volontà – in passato, come ricordato ironicamente nel titolo del disco, tante importanti collaborazioni – può imbracciare la chitarra chiamando alla sua corte quei colleghi capaci nella sua visione artistica di sostenerlo nella non facile impresa di definirsi agli occhi degli altri: ecco allora Ezra, già collaboratore dei Casino Royale, affiancarlo per la produzione dell’album, e i due chitarristi Buzzy Lao (INRI) e Anthony Sasso (degli Anthony Laszlo) a irrobustirne l’evidente spinta live. Inutile cercare di stilare la classifica dei migliori brani della tracklist, qualunque scelta facciate il risultato sarà sempre soddisfacente. A me sono piaciute per l’impronta internazionale e la freschezza dei suoni Cerchio di fuoco e Cappello bianco. (Matteo Ceschi)

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POLARIS, POLARIS, AUTOPRODUZIONE 2016

I Polaris sono Dario Nistri (batteria e voce), Gabriel Di Maggio (sax), Mitch Coda (basso), Andrew Casa Apice (synth) e, in 5 brani, Robert Barrett (chitarra). La loro proposta è difficilmente inquadrabile, racchiude elementi di space rock, progressive, jazz e post rock, ma penso di poter dire che la componente fondante del progetto sia l’attitudine jazzistica (intesa come approccio più che come sound): ne è un macroscopico esempio l’onnipresente sax, ma l’attitudine si manifesta in moltissimi altri dettagli (i tempi, il tocco sulla batteria…) e soprattutto nella vena improvvisativa; i pezzi registrati per questo debutto nascono come vere e proprie jam session, l’attitudine ad esplorare e sperimentare liberamente emerge in ogni momento e la “band” stessa, del resto, è molto più a suo agio nel definirsi progetto piuttosto che gruppo, a riprova di un approccio jazz presente fin nel midollo. Ciò detto, è incredibile come nulla di tutto questo precluda alla altrettanto evidente presenza di numerose altre spinte ed influenze, un background eclettico (dai King Crimson fino ai nostrani Julie’s Haircut) che si respira ad ogni nota, siano quelle inquietanti dell’iniziale Lovers and Giants, quelle ossessive di Cassiopea, quelle acide di Dreamscape o quelle stratificate che compongono il raffinatissimo chiaroscuro di Bible Black, crimsoniana anche nel titolo. Siamo insomma al cospetto di un lavoro (10 pezzi in tutto) incredibilmente denso, complesso, certo non per tutti, ma che può regalare gioie ai più temerari. (Elisa Giovanatti)

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NICOLAS MICHAUX, A LA VIE A LA MORT, TÔT OU TARD 2017

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Belga giramondo dalla personalità eclettica, Nicolas Michaux guarda senza timore di offendere la madrepatria alla Francia di Serge Gainsbourg e agli States post-grunge di Elliott Smith. E lo fa con una voce felina che ricorda un po’ lo scostante distacco di Carla Bruni. Le sonorità dell’album rispecchiano in pieno le caratteristiche del suo creatore: si passa dal pop minimale ricco di spunti danzerecci “da camera” della title track e di Un imposteur al folk sbarazzino di Croire en ma chance con un chitarra che suona deliziosamente “sgangherata”. Poi quando meno te lo aspetti arriva il rock più profondo e cavernoso un po’ in stile Television di Les îles désertes, il migliore pezzo dell’intero disco che pur si mantiene su standard decisamente elevati. A la vie, à la mort, sebbene non riscriva le regole del gioco, quantomeno ha i numeri per restituire a chi si pone l’ascolto validi strumenti per leggere ed interpretare le note che verranno. Se Nicolas non dovesse raggiungere il più grande pubblico sarebbe un peccato mortale per l’intero panorama europeo che, ahimè, rimarrebbe prigioniero dei suoi peggiori incubi televisivi. (Matteo Ceschi)

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BOL&SNAH, SO?NOW?, GIGAFON RECORDS 2016

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Titolo enigmatico al limite della grafica esasperata per il progetto che vede insieme Hans Magnus “Snah” Ryan, chitarrista dei Motorpsycho e il trio norvegese prog-rock BOL composto da Tone Åse, Ståle Storløkken e Tor Haugerud. Rompendo ogni indugio, annuncio che il risultato è poetico e potente al tempo stesso, ricco, sembrerà strano vista la nazionalità dei protagonisti, di passione e passionalità. The Sidewalks, brano d’apertura, sposa alla perfezione la voce di Tone Åse, a tratti vicina alla vivacità di Kate Bush, con il wall of sound dei suoi compagni regalando l’impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di nuovo. Per la forma e gli arrangiamenti i sei brani più che al rock guardano alla scena free jazz, proponendo un’infinita sequenza di mood, suggerimenti melodici e ritmi incalzanti: #tahtfeeling, forse è la traccia che meglio rappresenta le intenzioni serie e battagliere dei BOL&SNAH. Un album per tutti quelli che dimostrano di possedere il coraggio e la volontà di cambiare: se ci fosse mai un equilibrio tra uomo e natura, forse lo si potrebbe trovare tra i solchi di SO?NOW? (Matteo Ceschi)

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JOAN AS POLICE WOMAN & BENJAMIN LAZAR DAVIS, LET IT BE YOU, REVEAL REC./BERTUS 2016

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Sodalizio artistico nato dalla comune passione per la sperimentazione e il viaggio, Let It Be You, vede collaborare con ottimi risultati Joan Wasser, meglio conosciuta come Joan as Police Woman, una delle più conturbanti star della indie music statunitense, e il polistrumetista Benjamin Lazar Davis. Il disco, cominciamo fin d’ora a dirlo, appare molto convincente per tutta la sua lunghezza con la sola esclusione di Overloaded, brano, passate il termine non proprio da educanda, “paraculo”. Il richiamo più evidente per la commistione tra rock, elettronica, pop e, mettiamocela pure dentro visto il tema del viaggio, world music è sicuramente Nina Hagen anche se l’impronta vocale e stilistica di Miss Wasser non viene mai schiacciata: Magic Lamp, terza traccia, è una gemma di potenza e delicatezza allo stesso tempo capace di definire nuovi schemi e mode sonore. Satellite, oltre la metà dell’album, è la composizione che meglio regge alla fusione degli ego dei due artisti. Provare Let It Be You, non vi costerà niente, magari a cominciare dal singolo Broke Me In Two… e se poi dovesse piacervi… (Matteo Ceschi)

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MICROMOUSE, ANIMAL, 2015

Animal

Un noise punk con qualche pennellata art à la Television, è l’inconfondibile marchio di fabbrica degli emiliani Micromouse. Che il trio faccia sul serio lo si intuisce andando random su e giù per la tracklist: se My Mother Saw the Devil può a ragione essere presa senza paura di essere contraddetti come il manifesto di intenti di Animal; in Tzunami ritroviamo la ruvidezza pre-grunge dei Sonic Youth con chitarra e basso a distorcere i contorni della realtà. L’ottima impressione che si ha cominciando la si mantiene per tutta la durata dell’ascolto a dimostrazione che, a prescindere dai mezzi investiti, è più che sufficiente un’anima sanguinante per portare avanti un progetto artistico. Un 8 pieno ai Micromouse e alla mesmerizzante voce della regina del rock Michelle Cristofori. (Matteo Ceschi)

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PRIMAL SCREAM, CHAOSMOSIS, A FIRST INTERNATIONAL 2016

Chaosmosis

Li avevo lasciati negli anni Novanta con l’indimenticabile – almeno per me – Screamadelica ed ora me li ritrovo nuovamente a riempire i miei padiglioni auricolari. Senza pregiudizi ho comprato e iniziato a suonare Chaosmosis. E proprio grazie a questo approccio à la “non mi aspetto niente”, sono riuscito a godermi fino in fondo la nuova fatica della band di Bobby Gillespie e soci. A partire dal singolo assolutamente e meravigliosamente pop Where the Light Get In, un inno al divertimento che molto deve alle idee sonore dei Pet Shop Boys (tornati di recente in scena). E proseguendo con il resto della ricca tracklist che, alla fine, nessun rimpianto per il passato lascia. L’uomo (e con esso la musica), non dimentichiamocelo, è destinato ad evolversi e ad assecondare i mood del momento. E a quanti ancora vorrebbero sentire echi di dub e di sperimentazione, Gillespie strizza spudoratamente l’occhio con la psichedelica Golden Rope e con Autumn in Paradise, brano dalle atmosfere electro che rievoca un po’ Serge Gainsbourg e un po’ i Depeche Mode. Chaosmosis è un album pop in tutto e per tutto, e proprio per questa sua imprescindibile natura non potrà non piacere ad un’ampia ed eterogenea fascia di pubblico. (Matteo Ceschi)

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EXPLOSIONS IN THE SKY, THE WILDERNESS, TEMPORARY RESIDENCE 2016

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Splendido ritorno per gli Explosions In The Sky in un anno particolarmente felice per gli amanti del post-rock (The Wilderness è uscito lo stesso giorno di Atomic dei Mogwai, e recentissimi sono i nuovi lavori dei Tortoise e dei Godspeed You! Black Emperor). La formazione texana negli ultimi tempi si è dedicata alla composizione di colonne sonore – un territorio non estraneo alle band che si esprimono in questo genere, per sua natura molto evocativo – e non ha smesso di esplorare, cercando un nuovo linguaggio con cui esprimersi. Il risultato è un album che davvero ridefinisce l’estetica del quartetto, con una musica che raggiunge l’effetto e l’impatto emozionale tipico degli EITS ma lo fa percorrendo strade diverse, nuove. The Wilderness è un disco fatto di piccolissimi dettagli, che l’ascoltatore scopre mano a mano che ci si immerge (e ne scoprirà di nuovi tornando all’ascolto una seconda volta, e poi ancora): rifiniture, minuzie, particolari nascosti dietro ogni angolo, che a differenza dei noti andamenti “ad esplosione” caratteristici della band di Austin contribuisce piuttosto a costruire una sorta di ripiegamento interiore. Brevi spruzzate elettroniche, incursioni nell’ambient, silenzi (o quasi), sono alcuni dei tanti piccoli gesti usati a mo’ di punteggiatura nel libero fluire dell’emozione. È qui, nei dettagli, che si manifesta come fattore determinante una delle novità di The Wilderness, ovvero l’utilizzo dell’elettronica (efficace anche quando impiegata come tappeto sonoro, certo, ma raffinatissima sulla piccola scala). Poi, per carità, non mancano esplosioni e cavalcate, ma per una volta gli apici emozionali del disco non stanno tanto in queste strutture quanto piuttosto nella costruzione complessiva di un’epica trattenuta, sommessa. L’album si sviluppa come una sorta di arco che raggiunge il suo culmine nelle tracce centrali (Logic For A Dream e Disintegration Anxiety sono fra i brani più incisivi), partendo piano con la bellissima titletrack e congedandosi dolcemente dall’ascoltatore con l’altrettanto bella Landing Cliffs; nel mezzo la luminosità di The Ecstatics, la delicatezza di Losing The Light, la frenesia di Tangle Formations, e così via, in un susseguirsi di paesaggi sonori in cui si accumulano le immagini che scorrono davanti ai nostri occhi. Bentornati Explosions In The Sky. (Elisa Giovanatti)

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