Category Archives: psychedelic rock

BLACK SEAGULL, DISTANT LULLABIES, 2017

Se non fossero danesi di Copenaghen, li si direbbe degli hippy californiani. Il loro “urban folk-rock” suona come un incredibile mix tra i Love di Arthur Lee, creature dei Sixties, per l’appunto, e i primi REM, band evidentemente legata all’eredità di quel magico decennio per la storia del rock. Il quartetto esplode e convince l’ascoltatore sull’attacco di Wake Up Dreaming, terza traccia dell’album, capace di rendere attuale con sorprendente semplicità e nuovamente “spendibile” l’insegnamento delle sopraccitate band. Tutto viene fatto all’insegna di una pacata sobrietà sonora che ammalia e lusinga il pubblico fino a farlo capitolare in coincidenza del brano “mariachi” Silence Is Broken, composizione a suo modo epica che guarda ammirata al concetto di frontiere inteso come un ventaglio di nuove scoperte. In quest’ottica avventurosa, almeno sul piano sonoro, sbocciano e inebriano il critico Ready to Go e Fire Roses. Inutile, girarci attorno, i Black Seagulls, sono proprio una bella sorpresa scovata sul web. Vivamente consigliati! (Matteo Ceschi)

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DAVIDE MOSCATO, MENTAL MAZE, SEAHORSE REC/CUSTOM MADE MUSIC 2017

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Alt-Indie-folk che sembra venire e suonare dai lontani anni Sixties britannici, ma che in realtà ha radici molto più vicine, a Desenzano del Garda. Di Italia, a ben vedere, però, in Mental Maze, ce n’è molta, almeno quanto la sopraccitata Albione psichedelica: From the Ashes, infatti, ricorda molto da vicino Alan Sorrenti e non manca di guardare a un certo mood underground dei primissimi anni Ottanta. In Turning Away, invece, il côté alternative comincia a parlare la lingua di Lenny Kravitz spingendo il disco in una dimensione sonora più vicina a noi. Alla fine dell’ascolto Mental Maze risulta un lavoro ben fatto ma comunque interlocutorio nella carriera di un artista, Davide Moscato, che ha ancora molta voglia per trovare se stesso. (Matteo Ceschi)

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VIA LATTEA, QUESTA TERRA, 2016

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Rock e cantautorato vanno a braccetto con i toscani Via Lattea. A volerla dire tutta non si sentivano da tempo melodie e musiche così dense e ricche di sfumature di significato. La voce di Giovanni Rafanelli cresce minuto dopo minuto, canzone dopo canzone, nel segno di Guccini – ecco, l’ho fatto ancora, ho guardato con un po’ di nostalgia al passato – e, fate attenzione, non lo fa solamente nelle tonalità ma soprattutto nella costruzione e nello sviluppo dei testi. Vi basterà, se ne avrete la pazienza, ascoltare con attenzione la ricchezza verbale e di contenuti di Parole d’amore. A coronare questa spasmodica corsa del frontman alla ricerca di quello che ormai si ritiene scontato ci sono non una ma ben tre chitarre (Giovanni Coiro, Savino Minerva e Giulio Bracalante) impegnate a sfidarsi per tessere trame che accarezzano il sogno psichedelico più puro: ogni brano di Questa terra è una possibile jam, pronta a dilatarsi in direzione dell’ascoltatore fino a conquistarlo. Pescando qua e là dalla tracklist con un spirito un po’ hippie sicuramente Un angelo potrebbe benissimo essere la lama in grado di lacerare la vostra rassegnazione sonica e riportarvi a guardare, o meglio ascoltare, il mondo così com’è. (Matteo Ceschi)

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AMERIGO VERARDI, HIPPIE DIXIT, THE PRISONER REC. 2016

In questo doppio album dell’artista pugliese c’è molto indie rock anni Novanta ma l’istinto mi spinge più in là di così fino a riabbracciare lo spirito libero di Volo magico di Claudio Rocchi. Quindi ci sono gli anni Novanta ma anche molto più – forse, a ben vedere, solo loro – gli anni Settanta con tutte le loro sfumature/contraddizioni musicali e culturali. Mentirei spudoratamente se annunciassi semplicemente di essere di fronte a un buon album: Hippie dixit spinge il critico e l’ascoltatore a sbilanciarsi ben oltre il già sentito dire, fino a perdersi nelle sue complesse ed affascinanti pieghe sonore. La suite intitolata L’uomo di Tangeri, brano che apre le danze, è un esplicito invito a testare di persona l’incognita del viaggio, sia esso quello fisico o quello trascendentale che inevitabilmente ne consegue. Riprendendo la lezione di Rocchi, Amerigo Verardi non si pone limiti fisici all’esplorazione e così facendo dilata in tutte le direzione le sensazione che nutrono e accompagnano il viaggio. I richiami world non spiccano ma servano a fortificare le fondamenta dell’album in una maniera che non potrà che risultare sorprendente. Brindisi dedicata con cosciente coscienza sentimentale alla natia città abbatte il tabù di Lou Reed e sfronda il rock contemporaneo da ogni residuo pudore nei confronti del passato. Le cose non girano più e A me non basta, con la loro essenza “terrena” chiudono di fatto la tracklist di un percorso affascinante che, però, si percepisce idealmente non accetta la parola “fine”: Amerigo Verardi, si lascia così alle spalle il compiuto e comincia già ad ipotizzare e figurarsi forme e dimensioni dell’incompiuto all’orizzonte. Hippie dixit, un disco coraggioso come la scoperta di un continente. (Matteo Ceschi)

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MOTHER ISLAND, WET MOON, GO DOWN RECORDS 2016

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Dopo l’ottimo esordio dello scorso anno i vicentini Mother Island tornano con Wet Moon, album dal suono caldo, avvolgente, registrato totalmente in analogico da Matt Bordin. Il risultato è più che convincente: il background psichedelico del gruppo si lascia qui invadere da sapori blues e soul, i primi particolarmente adatti ad evidenziare la vena malinconica e cupa che emerge in molti dei brani di questo Wet Moon (la bellissima Heroin sunrise, giusto per dirne uno), gli altri perfettamente udibili nella vocalità di Anita Formilan, voce graffiante, calda ed energica che ispira grandi paragoni. Con episodi di contagiosa immediatezza (On days like these) ed altri di enigmatica interpretazione (La danse macabre, un tuffo in abissi profondi), la proposta dei Mother Island è stratificata quanto basta per incontrare il favore di ascoltatori più o meno esigenti. Vi invitiamo a seguire la band dal vivo, promette davvero bene. (Elisa Giovanatti)

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ALLAH-LAS, CALICO REVIEW, MEXICAN SUMMER 2016

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Ancora retromania, ancora sixties revival, ancora passato e presente che si mischiano e si confondono: succede, questa volta, con gli Allah-Las, ottima formazione losangelina giunta al terzo album (il primo per Mexican Summer), che ha il merito di suonare con una freschezza invidiabile e di saper maneggiare la materia musicale egregiamente, senza perdersi nell’anonimato del marasma vintage che affolla le produzioni musicali oggigiorno. Gli Allah-Las sono bravi e si sente, maneggiano stili e sonorità a piacimento, con gusto ed eleganza. In Calico Review le due sponde americane si incontrano, California e New York, surf rock e Velvet Underground (Strange Heat), il sole dell’Ovest (ma con qualche frecciata alla generazione Silicon Valley) e le sonorità urbane dell’Est. La tracklist scorre veloce, senza annoiare mai, e regalando anzi piccoli gioielli che non si vorrebbe smettere mai di ascoltare (Satisfied, Could Be You, Famous Phone Figure, la bellissima Terra Ignota, un po’ jazzata, un po’ acida). Divertono e si divertono: ben fatto, quindi. (Elisa Giovanatti)

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MORGAN DELT, PHASE ZERO, SUB POP 2016

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Mettete insieme rock psichedelico e piedi ben piantati per terra (lo so, è strano) ed otterrete una buona sintesi di tutto quanto confluisce in Phase Zero, nuovo album di Morgan Delt, il primo per Sub Pop. Atmosfere offuscate e vagamente allucinatorie, echi, riverberi, armonie vocali, chitarre fuzz, sono sì una parte preponderante del mondo sonoro di questo lavoro, e lo sono peraltro ben al di là dei cliché di genere, grazie ad una creatività fuori dal comune; è, però, un ambiente in cui troviamo riversati, fra belle melodie, le ansie e le inquietudini dell’oggi, il rifiuto del nostro modo di vivere, le paure che quotidianamente ci si parano davanti agli occhi. Lo sgomento di fronte alla violenza del mondo di oggi apre l’album con I don’t wanna see what’s happening outside, diluito in una cristallina melodia pop che non potrebbe stridere di più con il contenuto del brano. È il pezzo che stabilisce le coordinate dell’album, che da lì si discosta solo in occasione di qualche leggera accelerazione e di saltuarie inquietanti increspature delle sonorità (Mssr. Monster su tutte). Curato in ogni dettaglio, Phase Zero offre nuovi spunti ad ogni ascolto. Provare per credere. (Elisa Giovanatti)

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HIGH MOUNTAIN BLUEBIRDS, DEWDROPS AND SATELLITES, AUTOPRODUZIONE 2016

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Appena comincia Peter Fonda I Love You, la prima canzone di questo Dewdrops And Satellites, entriamo nel bel mezzo di un qualcosa che sta a metà tra l’onirico e l’acido per ritrovarci catapultati nella mitica Summer Of Love, e lì restiamo fino alla fine dell’album, mentre qualche distorsione e qualche riverbero discretamente mantengono vivo il dubbio: sogno o allucinazione? Freschissimo, godibile, melodico, contrariamente a quanto possa far pensare la copertina, il lavoro di questo interessantissimo terzetto veneziano ha il merito di scorrere senza alcun intoppo, appropriandosi di tutto quanto la California dei lontani sixties ci ha regalato per restituircelo in un garage rock psichedelico ben composto e ben suonato. Gli High Mountain Bluebirds hanno un vero talento per le belle melodie, ma non mancano episodi più articolati (su tutti la strumentale Kamadeva, ultimo brano dell’album che sfocia in un’acustica semi-reprise di Kids Summer Garden). Lighty Diva e I Know That It Hurts allargano il cerchio delle influenze da cui attingere, ma quello che alla fine rimane sulla pelle è il sole californiano. (Elisa Giovanatti)

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WHYTE HORSES, POP OR NOT, CRC MUSIC 2016

Whyte Horses

Che sia mai arrivata una nuova Summer of Love? Ad ascoltare Pop or Not sembra proprio che i figli dei fiori siano tornati tra noi con le loro collane di perle, i gilet e i nastri a fermare i capelli fluenti. E tutto grazie ai Whyte Horses, sorprendente formazione di Manchester, che ha registrato l’album sull’onda di un hippy mood in giro per l’Europa (facendo tappa anche a Frosinone!). Pop or Not – il titolo scelto la dice lunga sulla totale apertura mentale di Julie Margat e soci verso nuovi orizzonti – piace fin da subito con quelle sue atmosfere piacevolmente lisergiche e quel suo approccio entusiasta alla vita. Promise I Do, è solo uno degli ascensori attraverso cui accedere ai piani di un nuovo stato di percezione per poi allontanarsi in maniera consistente dalla realtà. Tutto è suonato e cantato con la gioia di chi sa di partire per una grande avventura: La couleur originelle parte nel segno dei Grateful Dead per poi scivolare placidamente qua e là verso Serge Gainsbourg e decollare verso castelli technicolor acidi. La strumentale Wedding Song, invece, sancisce l’ufficialità di non avere mai abbandonato quel paradiso sbocciato improvvisamente quasi cinquant’anni fa sotto il Golden Gate. Il sole è alto nel cielo e, oggi, non necessariamente assume il colore a cui siamo abituati! (Matteo Ceschi)

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CIRCOLO LEHMANN, DOVE NASCONO LE BALENE, LIBELLULA/AUDIOGLOBE 2016

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Se una band ti fa sobbalzare, qualunque sia il suo nome, la sua provenienza e il genere suonato, è dovere di un critico degno di questo nome correre a segnalarla al suo pubblico. Detto e fatto! Dove nascono le balene, incredibile opera del Circolo Lehmann, ensemble letterario-musicale nato nel 2011, possiede davvero tutte le carte in regola per spingere il nome dei suoi creatori lontano dalla soffocanti gabbie provinciali dell’Italia indecisa a darsi un volto serio e a votare all’unanimità la sua maggiore età. Questa sana volontà a volere emergere e a gridare “Io ci sono!”, la si sente forte fin dalle prime battute e quasi obbligatoriamente spinge chi scrive (e magari anche chi ascolterà) a cercare altrove, lontano dai nostrani lidi, riferimenti utili per una più chiara lettura del lavoro. Dalla matrice tardo psichedelica à la Julian Cope emergono qua e là orecchiabili richiami ai Prefab Sprout (Niente di nuovo) ed altri più duri in stile Motorpshyco (La nostra guerra). Intendiamoci il Circolo Lehmann deve molto anche alla tradizioni dei grandi interpreti italiani, a cominciare da Battisti e Branduardi, ma qualunque siano i riferimenti che ognuno può trovare in Dove nascono le balene, ovunque l’orecchio si posi c’è il conforto di un’originalità oggi molto difficile da trovare. Io la mia parte l’ho fatta, ora tocca a voi! (Matteo Ceschi)

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