Category Archives: recensione

CANECAPOVOLTO, NORMALE, 2018

Normale

Verrebbe da dire una raccolta di impressioni/schizzi sonori che dall’ormai lontano 1996 ci porta fino all’oggi. La discografia del progetto/collettivo catanese Canecapovolto – attivo anche nel campo delle colonne sonore – non ha l’ambizione di cambiare le vostre idee musicali, ma piuttosto quello di rendere il pubblico aperto a forme d’arte sonora che non necessariamente rientrano nel rassicurante formato canzone. Anzi, nelle diciannove tracce si può solo trovare un sentimento “disturbante” in grado di spingere chi si è messo all’ascolto a proseguire brano dopo brano nella speranza di ritrovare un “porto sicuro”. Prendiamo ad esempio Continuum: si ha la netta impressione di essersi imbucati alla celebrazione di un culto sconosciuto che sazia i suoi fedeli a suon di feedback, distorsioni e lancinanti lamenti elettronici. Nulla appare per quel che è sebbene la musica sia tutt’altro che eterea e suoni come mai terrena e terrestre. Il mio invito è quello di concedersi la curiosità di ascoltare Normale almeno una volta. (Matteo Ceschi)

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ALTOPALO, FROZENTHERE, SAMEDI 2018

Dopo un EP che prediligeva sonorità funk ed indie rock, arriva per questo giovane quartetto newyorkese il primo album vero e proprio, e con esso un bel salto di qualità. Si comincia con Blur e Mono, e subito i fan di James Blake vi ritroveranno alcuni degli aspetti della prima e più sperimentale produzione del britannico. Album ricchissimo di un fascino che si svela poco a poco, Frozenthere procede lentamente, come è giusto che sia per un lavoro che parla del disagio con cui viviamo la nostra dipendenza dalla tecnologia, dell’ansia con cui cerchiamo riscontri digitali (like, retweet…) pur consapevoli che la nostra serenità sarebbe da cercare altrove. La bravura degli Altopalo sta proprio in questa lentezza, perché ci cattura. Frozenthere ci costringe all’attenzione, fa venire voglia di prendersi più tempo, alzare il volume, soffermarsi, tornare indietro a riascoltare, cercare di capire ogni dettaglio. È, in effetti, un lavoro molto raffinato, costruito su più livelli, in cui il fiorire di ogni dettaglio è una lenta scoperta. Su ambienti elettronici in blanda pulsazione si innestano motivi funk, soul e rock perfettamente calibrati, che vengono poi riassorbiti fra le pieghe elettroniche in un risultato d’insieme che può stupire e anche disorientare, così come spesso disorienta l’utilizzo della voce di Rahm Silverglade, portatrice di parole ora impercettibili, ora distorte, ora nascoste in un brulicare di dettagli sonori di cui la voce è solo uno dei tanti elementi. Emblematica da questo punto di vista la titletrack (ma anche Frozen away, che la precede). Dopo (Head in a) Cloche, uno dei pezzi più orecchiabili del disco, arriva Pulp, uno squarcio profondo, una sofferta meditazione di grandissimo impatto. Glow e Terra, che esplora le frustrazioni e il senso di inferiorità a cui possono portare i social media (“Scroll down to the picture lost in a feed”, “Scroll down, countin’ thumbs, still dreamin’ of the hearts you hold”), chiudono in bellezza un lavoro consigliatissimo. (Elisa Giovanatti)

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MEGANOIDI, DELIRIO EXPERIENCE, LIBELLULA MUSIC 2018

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Inutile perdersi in presentazioni, meglio lasciare partire Delirio Experience e trovare la giusta lunghezza d’onda per farsi coinvolgere dalla band genovese. Sono passati anni dagli esordi discografici, ma i Meganoidi non sembrano avere perso neanche una caloria dell’energia che li aveva sospinti fuori dall’underground fino ad arrivare all’attenzione di un pubblico più ampio. C’è, evidentemente, l’ombra saggia della maturità su questo sesto lavoro in studio che porta a riflessioni  su quanto accade nella quotidianità a partire dal personale per arrivare fino a una visione più ampia della società. Il rock incalzante di Tutto è fuori controllo è un modo di dare forma alla caos e alla cacofonia di una quotidianità che troppo spesso pare avere perso la bussola. In Bye bye presente, altro pezzo tirato,  prevale invece una visione più sarcastica del mondo: il ritornello bye bye presente mi han detto che hai da fare per carnevale e non mi seguirai la dice tutta sul dramma di una contemporaneità in fuga da se stessa verso un futuro che non poggia su salde fondamenta. A volere cercare a tutti i costi un paragone nel panorama attuale, direi che quest’ultima eccellente fatica dei musicisti liguri si avvicina molto al mood blues-rock di Mike Ness e dei Social Distortion. (Matteo Ceschi)

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PAOLO SPACCAMONTI & JOCHEN ARBEIT, CLN, BORING MACHINES/ESCAPE FROM TODAY 2018

Arrivo con un leggero ritardo all’ascolto dell’ultimo lavoro di Paolo Spaccamonti e Jochen Arbeit (Einstürzende Neubauten), due talenti eclettici e mai fermi la cui opera d’altronde presuppone e merita un approccio attento, non superficiale. Il titolo dell’album si riferisce alla piazza CLN di Torino, fatta di simmetrie (due fontane dedicate ai fiumi Po e Dora Riparia, due chiese alle spalle), di storia (sede della Gestapo durante l’occupazione tedesca, oggi dedicata al Comitato di Liberazione Nazionale), di arte (vi si svolge una delle scene più famose di Profondo rosso di Dario Argento). Un luogo speciale, quindi, intriso di suggestioni, da cui partono le esplorazioni di Spaccamonti e Arbeit: incontratisi proprio a Torino, i due hanno registrato qualche ora di materiale (pezzi strumentali per due chitarre ed effetti) di cui CLN, con i suoi 7 pezzi, è il distillato; sonorità liquide, distorte, perlopiù scure, vanno a costruire una massa elettrica vigorosa, suddivisa in 7 episodi, che cresce nei dettagli ad ogni ascolto, rivelandosi come singolare risultato di procedimenti rigorosi e libertà improvvisative. Il dialogo fra le due chitarre è un incontro fra due diverse visionarietà, e si ha a tratti l’impressione che l’esplorazione sonora che ne è nata avrebbe potuto continuare ancora per chissà quanto tempo. (Elisa Giovanatti)

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MATTEO CESCHI, UN’ALTRA MUSICA. L’AMERICA NELLE CANZONI DI PROTESTA, MIMESIS 2018

Lungo una parabola che va grossomodo dal secondo dopoguerra – con un ovvio sostare sugli anni ’60-’70 – fino ai giorni nostri, il collega Matteo Ceschi (storico, americanista, giornalista musicale, fotografo, già autore di diversi testi dedicati alla controcultura statunitense) in Un’altra musica esplora le dinamiche attraverso cui una canzone diventa una canzone di protesta, restituendoci un’ampia fetta di storia americana contemporanea. Si tratta di un percorso affascinante, condotto non come un saggio esaustivo – non è questa l’intenzione – ma come una narrazione per immagini e casi esemplari, spesso ad alto contenuto simbolico: è, in particolare, l’analisi di tre brani leggendari (This land is your land di Woody Guthrie, Blowing in the wind di Bob Dylan e Kick out the jams degli MC5) a reggere lo snodarsi della narrazione di Matteo ed il suo addentrarsi nelle innumerevoli pieghe del rapporto dialettico musicista/ascoltatore. Proprio in questo rapporto, nel ruolo attivo del pubblico, nel suo appropriarsi di una canzone, si annidano gli elementi chiave che permettono di definire cosa sia una canzone di protesta; proprio lì, nello scambio autore/pubblico, avviene la fondamentale costruzione di senso che tramuta una canzone in inno generazionale, tanto che sono moltissimi i casi di canzoni che acquistano una sorta di vita propria, che trascende non di poco l’intenzione del loro stesso autore e che le riporta in vita in momenti diversi della storia di un Paese. La prosa sempre ricca e succosa di Matteo Ceschi, coadiuvata da interviste con alcuni autori e interpreti (Wayne Kramer degli MC5, “Country Joe” McDonald e il folk singer Jim Collier), restituisce in pieno il clima di impegno, cambiamento e passione che si è respirato e talora si respira ancora in frangenti più o meno recenti della storia americana. È bello lasciarsi andare alle riflessioni e agli spunti suggeriti dall’autore facendo riecheggiare, nell’aria e nell’anima, le varie canzoni citate, a cui possiamo anche aggiungerne delle altre, grazie agli strumenti critici che ci fornisce la lettura. E chissà che non si risvegli, così, qualche coscienza sopita. (Elisa Giovanatti)

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ZARA MCFARLANE, ARISE, BROWNSWOOD REC. 2017-18

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Quando mi è arrivato tra le mani Arise, sono rimasto subito incuriosito e non ho lasciato passare molto tempo prima di fare partire l’ascolto. L’impazienza e la curiosità, in questo caso, sono state premiate regalando alle mie orecchie uno dei dischi più interessanti degli ultimi tempi, un lavoro al mio udito in grado di competere per la freschezza dell’approccio con The Source di Tony Allen. Il mood musicale di Zara McFarlane si dipana con eleganza sul confine quasi inviabile che divide l’acide jazz degli anni Novanta dalle incredibili intuizioni dell’allora contemporanea scena di Bristol. La cantante inglese di origini caraibiche fa scendere sull’ascoltatore una gentile bruma profumata che rompe il grigio d’ordinanza – una tinta adatta ormai solo alla Brexit – saturando l’orizzonte con oleose e avvolgenti sfumature che da qui possiamo solo intuire provenire dal ricco universo caraibico. Fussin’ & Fightin’, terza traccia dell’album, è un esempio di questa riuscita forma di meticciato sonoro: la dub degli Aswad rincorre le escursioni dei Massive Attack ma non si dimentica mai dai ritmi sincopati della Giamaica. La McFarlane, d’altronde, propone una musica che è migrante nel suo più intimo DNA, e non potrebbe fare altrimenti. Stoke the Fire, invece, è si dichiara per quello che è: jazz nella sua più moderna incarnazione. Stesso discorso per Allies and Enemies, una composizione semplice ma al tempo stesso potente che pone il “Black Atlantic Jazz” di Zara McFarlane come nuovo metro di paragone per un’intera scena. Mi piace immaginare, per concludere, come sarebbe potuta essere l’esistenza dei protagonisti di The Lonely Londoners (1956) di Sam Selvon se avessero avuto come colonna sonora Arise… la musica d’altronde è un viaggio a cavallo dell’immaginazione… (Matteo Ceschi)

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MADBOX, THIS MACHINE? INSANE!, 2018

MADBOX, THIS MACHINE? INSANE!, 2018

Quando un critico musicale incrocia due volte una band, qualche domanda dovrebbe porsela. Che sia tutto merito del suo infallibile fiuto sonoro o della caparbietà del gruppo, ha poca importanza: quello che rimane è pur sempre la certezza di una seconda volta. I MadBox, citando quasi alla lettera il titolo di uno dei loro nuovi pezzi, Blind Man, seguono ciecamente l’istinto finché questo non dà loro ragione. Energici e un po’ pazzi, i ragazzi milanesi rinverdiscono i fasti di un alternative rock molto hardcore tipico degli anni Novanta statunitensi. I Circle Jerks potrebbero essere un buon riferimento per trovare velocemente le coordinate di un ascolto facile e soddisfacente. Somebody Dead Like You, invece, sembra ricalcare l’aggressività dei Refused e spinge le attenzioni della band lontano dalla California fino alla penisola scandinava. Nel complesso, This Machine? Insane! riconcilia il pubblico con quella voglia di essere, citando appunto i californiani Circle Jerks, “wild in the stress.” (Matteo Ceschi)

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GENERIC ANIMAL, GENERIC ANIMAL, LA TEMPESTA DISCHI 2018

Il primo disco solista di Luca Galizia, ventiduenne già chitarrista dei Leute che si nasconde dietro il progetto Generic Animal, è per la verità un lavoro di squadra: i testi musicati da Luca arrivano nientemeno che dalla penna di Jacopo Lietti dei Fine Before You Came mentre l’ottima produzione è stata curata da Marco Giudici e Adele Nigro (Halfalib, Any Other). Le tante mani all’opera però non inficiano l’immediatezza del risultato: Generic Animal è un lavoro fresco e insieme malinconico, sfrontato e insieme vulnerabile, proprio come la voce di Luca. È anche stralunato e preciso: l’andamento stiracchiato della voce, le metriche originali, i ritmi sbilenchi e sincopati, i testi nudi e diretti, inizialmente nascondono sotto un’apparenza lo-fi quelle che sono invece scelte più che ragionate; solo dopo un ascolto più attento tutto questo diventa un preciso intento, un utilizzo creativo e interessante di stilemi dalla provenienza più disparata (hip-hop, soul, anche jazz), un impianto sonoro assolutamente contemporaneo e internazionale, mentre proprio quella sensazione irrisolta che deriva da questo insieme tanto sgraziato di parole e arrangiamenti finisce per costituire grande parte del fascino dell’album. L’atmosfera urbana, il grigiore, l’asfalto, la pioggia, ma anche tanta vita e tanto cuore, insomma la quotidianità che si fa racconto, completano poi il quadro di un ottimo lavoro, che può sicuramente fare presa sul pubblico. (Elisa Giovanatti)

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BEE BEE SEA, SONIC BOOMERANG, DIRTY WATER/WILD HONEY 2017

Ci avevamo visto bene quando su queste pagine avevamo apprezzato il bel disco d’esordio dell’allora semi-sconosciuto trio mantovano. Trascorsi due anni, passati perlopiù sul palco (anche a fare da spalla a gruppi del calibro di Black Lips e Thee Oh Sees), i Bee Bee Sea tornano con Sonic boomerang confermando quanto di buono avevano già mostrato: abbiamo qui otto tracce dall’energia esplosiva, che se possibile velocizzano ulteriormente il garage rock del primo lavoro, e lo condiscono con una certa vena psych e qualche incursione punk (No fellas); resta intatta l’attitudine alle belle melodie e ai ritornelli accattivanti, che i tre azzeccano sempre con un talento naturale e senza rinunciare all’indole sguaiata e rumorosa. La spavalderia con cui i Bee Bee Sea ci sbattono in faccia tutta la loro ruvidezza rischia addirittura di nascondere, qualche volta, quanto di più interessante possiamo ritrovare in Sonic boomerang, ossia l’ulteriore margine di crescita, di maturazione, le potenzialità compositive ed esecutive per niente indifferenti (provare This dog is the king of the losers o I shouted per farsi un’idea). Insomma il materiale è ottimo e ancora una volta lascia ben sperare. Tutte le anteprime di questo secondo album sono uscite su testate americane (NPR, Northern Transmissions, Brooklyn Vegan…), mentre l’angloamericana Dirty Water si è scomodata per la distribuzione del disco, e con tutte le buone premesse di cui sopra non stupisce affatto l’interesse riscosso al di là dell’Atlantico, verso cui del resto guarda prevalentemente il sound del trio, con puntate su entrambe le coste statunitensi. A casa nostra, intanto, vi invitiamo ad alzare il volume, o, ancora meglio, a seguire i Bee Bee Sea dal vivo. (Elisa Giovanatti)

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HOLBROOK, HELLO//ANGEL, 2017

Tutti a Parigi con luoghi di provenienza diversi: Canada, Marocco e, ça va sans dire, la ville lumière. Gli Holbrook sono figli di un’epoca di commistioni di genere musicali e di melting pot culturale e non fanno nulla per nascondere la loro natura multiforme alla faccia di quanti provano nostalgia per i muri e i confini blindati. Il sound della band formata da Ali Chafik and Arnaud Jacques e dal chitarrista Nycollas Medeiros è assolutamente attuale ed esaltante con quella sua anima ritmica meticcia contaminata da sprazzi di elettronica che strizza l’occhio alla gioia  tipica degli anni Ottanta. View to Share, brano che inaugura le danze, è un inno alla diversità e alla voglia di lasciarsi per sempre dietro la concezione/visione di un mondo a compartimenti stagni. Man mano che il disco procede si ha la conferma che la band nutra un profondo ed urgente desiderio di comunicare con il pubblico per renderlo partecipe delle proprie scoperte (non solo sonore). Did You? suona, e non potrebbe essere altrimenti, come l’inno di quanti non hanno ancora trovato la loro causa: la chitarra di Medeiros è una lama nel fianco dell’ascoltatore che non dà mai tregua e sospinge il componimento verso la forma perfetta. Volendo dirla tutta Hello//Angel, terza fatica della formazione, arriva con le sue loud vibes a rompere la stanchezza di un panorama sonoro apatico e troppo spesso impegnato ad esaltare quello che è già stato fatto&suonato. Se mancherete di intercettare gli Holbrook perderete ogni diritto a lamentarvi del piattume sonoro che vi circonda! Siete avvisati! (Matteo Ceschi)

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