Category Archives: rock-blues

SAINT HUCK, BROKEN BRANCHES, VICEVERSA 2015

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Sotto il nome d’arte caveiano si nasconde Livio Lombardo, già voce e chitarra dei Fräulein Alice, alle prese qui con un progetto solista in cui è coadiuvato dall’ottimo Carlo Natoli (Gentless3) alla produzione artistica e da una folta schiera di collaboratori cui sono affidati molti dei variegati innesti sonori del disco (contrabbasso, mandola, clarinetto, slide guitar, organo). Al centro di Broken Branches, però, è senza discussione proprio Saint Huck, che nel suo impasto di stile vocale e chitarristico crea un suono onirico e plumbeo, che per la raffinatezza della composizione sfugge a qualsiasi facile inquadramento. Un disegno complesso sorregge ciascuno dei 9 episodi che compongono il lavoro: è evidente nei brani più tortuosi (The Deepest Sea su tutti), ma non sono da meno i pezzi di ascolto più immediato (l’accattivante Hidden Words, l’essenziale Hangovers); parte come una ballata folk Christine ma con lo scorrere del tempo rivela anch’essa la sua natura multiforme, così come la desertica Glory Not Found svela piano piano impreviste stratificazioni. Profondamente intriso di blues e malinconia il suono di Broken Branches crea atmosfere scure e intriganti, lontane dalle mode, catturando le sensibilità più attente ed esigenti. (Elisa Giovanatti)

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DEAD WEATHER, DODGE AND BURN, THIRD MAN RECORDS 2015

Dead Weather 2015

Senz’ombra di dubbio il migliore album della carriera del super-gruppo fondato dal vulcanico Jack White. Abbandonati i rispettivi riferimenti di partenza, White, Alison Mosshart, Dean Fertita e Hard riescono finalmente, con il terzo album dei Dead Weather, a lasciare un’impronta ben definita del proprio sound, cosa, quest’ultima, non sempre vera nel passato a causa della fortissima influenza dei White Stripes sui lavori della band. Il presente & Dodge and Burn raccontano, invece, una storia che ha radici ben più profonde della pur ricca carriera di White, una storia che, proprio partendo dal passato, quello, per intenderci classico del rock, apre interessanti prospettive non solo per l’oggi ma anche per il futuro. L’incipit del disco la dice tutta con quel mood hard rock à la Led Zeppelin che contraddistingue il singolo I Feel Love (Every Million Miles); ma è solo un inizio per scaldare i padiglioni auricolari e accendere l’entusiasmo. Già alla quarta traccia, Three Dollar Hat, ci si accorge di essere di fronte a qualcosa di inedito: Jack White letteralmente rappa in stile Eminem in attesa dell’esplosivo refrain della Mosshart che rende tutto ancora più psicotico e schizofrenico. La successiva Lose the Right, il pezzo più suggestivo dell’intero lavoro, non sembra volere abbandonare il folle mood e viene annunciato dai passaggi di batteria di White che suonano insolitamente reggae; poi la traccia si sviluppa & avviluppa intorno alle trame dell’Hammond comandato da Fertita che accende atmosfere alla Tim Robbins. Proseguire rovinerebbe la sorpresa dell’ascolto! Il piacere di continuare la recensione per una volta lo lascio a voi! (Matteo Ceschi)

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PATRICK WATSON, LOVE SONGS FOR ROBOTS, SECRET CITY/DOMINO 2015

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Scusate il ritardo ma Love Songs For Robots, uscito lo scorso maggio, meritava un ascolto attento, perché, diciamolo subito, è un signor album. Continua per Watson e la sua band il percorso di esplorazione di sempre nuove soluzioni sonore, che qui assumono in ogni brano sfumature diverse, costantemente in bilico fra i generi (folk, rock, new-soul, psichedelia) e perennemente avvolte in un non so ché di evocativo, che qualche volta scivola in un’epicità mai eccessiva. E se il discorso può sembrare un po’ fumoso, basta la prima traccia per chiarire il concetto, una ballad dalla fascinosa melodia, ma con una carica di emozione da musica cinematica (e Patrick Watson in effetti è autore di numerose colonne sonore), o ancora In Circles, dialogo di synth e pianoforte dalle potenti derive atmosferiche e dilatate, da cui scaturisce poi Turn Into The Noise, raffinata miscela electro-jazz-blues che si rivela ben presto una delle perle dell’album. Complesso e straordinario il new-soul di Bollywood, che alla vocalità di Patrick Watson aggiunge molto di più dei soliti paragoni con Jeff Buckley (che pure è un ovvio riferimento, e guarda caso abbiamo in scaletta anche una Grace). Ricchissima di fascino e di spessore anche Hearts, inedita combinazione di ritmi afro e folk più tradizionale, lo stesso che ritroviamo, fra mille reminiscenze sixties, nella delicata Alone In This World. Places You Will Go chiude in bellezza un lavoro intimo, lirico, spesso notturno. Love Songs For Robots è una prova decisamente rilevante, cui le categorie canoniche in cui siamo soliti incasellare i generi musicali non rendono giustizia: meglio lasciarsi ispirare dal suo stesso titolo, molto più adatto a suggerire la varietà e l’innovatività dei linguaggi impiegati, ed ascoltarlo a ripetizione. Non vi stancherà. (Elisa Giovanatti)

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JOE VALERIANO: UN MAESTRO BLUES TRA INNOVAZIONE E TRADIZIONE

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Cari amici, cliccate sulla copertina per l’ottavo numero di INDIANA MUSIC MAGAZINE! Un doppio numero, questa volta, per i mesi di maggio e giugno, in cui vi regaliamo una lunga e densa intervista al bluesman Joe Valeriano e una bella chiacchierata con Luca Madonia: nuovo album (Lonesome Road) e tante esperienze da raccontare per il primo, e poi un botta e risposta tra passato e futuro col fondatore dei Denovo (anche per lui nuovo album appena uscito). Buona lettura, restate sintonizzati su Indiana!

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SHILPA RAY, LAST YEAR’S SAVAGE, NORTHERN SPY/AUDIOGLOBE 2015

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È in strane creature alla Shilpa Ray, cantautrice del New Jersey di base a Brooklyn, che anche nel 2015 il rock ritrova la sua ragion d’essere, e lo fa con un pugno nello stomaco e un ghigno sprezzante. Difficile restare immuni alla schiettezza disturbante e senza compromessi di Last Year’s Savage, album fatto di un blues-rock sporco, dall’anima punk e dalle molte sfumature soul, in cui le ossessioni della Ray – morte, sesso, auto-distruzione, tradimento – ci vengono buttate in faccia senza troppo preavviso, con un’urgenza viscerale, animale, trascinandoci in una spirale buia cui si sopravvive solo grazie al contemporaneo onnipresente sorriso sardonico dell’artista, uno humour beffardo e dissacrante che mitiga rabbia ed eccessi. Colpisce, in quasi tutte le tracce, la componente corporea, materica, così come la presenza – in senso fisico, appunto – della vocalità di Shilpa Ray, capace di graffiare, urlare, o insinuarsi sottopelle sensuale e malinconica (Burning Bride, per esempio), mentre l’inseparabile armonium indiano avvolge tutto in una nebbia spessa di ronzante e canzonatoria ironia. Difficile scegliere i brani migliori (forse Pop Song For Euthanasia, Johnny Thunders Fantasy Space Camp e Nocturnal Emissions) di questa grande prova, godetevi l’album dall’inizio alla fine. (Elisa Giovanatti)

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ANDREA ASCOLESE, TI PORTERÒ, PROGETTI DADAUMPA/MATERIALI MUSICALI 2015

Andrea Ascolese

Blues e pop a braccetto come solo il sentiero musical-culturale dell’ormai rinomata Via Emilia riesce a mettere insieme. Sono questi gli elementi di maggior spicco del disco d’esordio di Andrea Ascolese, cantautore e compositore laureato in Civiltà afro-americana, che pare rinverdire con una precisa manciata di note il fermento e l’entusiasmo che animarono decenni addietro la regione. Ad accompagnare gli otto brani della tracklist una spiccata propensione per il ritmo che colora le composizioni di piacevoli sfumature black, dal blues già citato di La rete fino alle impressioni delicate di atmosfere caraibiche di Via Cipro, 63. Ascolese dimostra oltre a un’ottima padronanza anche una certa personalità vocale seppure rimangano piuttosto evidenti i riferimenti al timbro e allo stile canoro di Nek. (Matteo Ceschi)

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ODD-REY, EQUILIBRIO, MANINALTO RECORDS 2015

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A due anni di distanza dal primo disco, e dopo tanta gavetta live, i giovani vicentini Odd-Rey – già sulla buona strada per un secondo album – pubblicano intanto i tre brani di questo Ep: poche note di Equilibrio, la titletrack, ballatona riflessiva fortemente venata di blues, e respiriamo il perfetto affiatamento fra i componenti della band e il loro sound così ben amalgamato, capace di fondere energia rock ed animo blues  in tutta naturalezza; seguono il ritmo funk di Rosso, pezzo molto sfaccettato che fa venire voglia di sentirli esibirsi dal vivo, e una rivisitazione in chiave blues-rock di Insieme A Te Sto Bene, grande classico targato Battisti/Mogol, omaggio non casuale alla nostra canzone d’autore: dopo un primo lavoro in inglese, infatti, gli Odd-Rey hanno deciso di complicarsi la vita passando all’italiano, la nostra bella e difficilissima lingua, una sfida su cui hanno ancora da lavorare ma che hanno tutte le carte in regola per vincere. (Elisa Giovanatti)

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CESARE BASILE, TU PRENDITI L’AMORE CHE VUOI E NON CHIEDERLO PIÙ, URTOVOX 2015

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Un disco dai suoni antichi e marginali che inevitabilmente guarda al blues, quello più dannato e scarno, come a un modello, ancor prima che sonoro, di vita. In quest’ottica, la scelta del dialetto siciliano – l’artista ha fatto da alcuni anni ritorno nell’isola natia – pare supportare l’evidente sforzo di trovare nel passato la forza di affrontare il presente. Tutte le canzoni dell’album racchiudono una storia e dei personaggi che, proprio grazie a questa volontà di profondità storica, prendono forma tra le singole note fino a spingersi dentro l’intimità dell’ascoltatore. Con Tu prenditi l’amore che vuoi…, Cesare Basile pare fare proprio il concetto di schizofrenia contemporanea e vivere al contempo i panni di narratore e soggetto narrato. Attingendo a una tavolozza sonora agrodolce in cui fanno capolino persino i vivacissimi colori dell’Africa, il musicista non solo restituisce alla contemporaneità un passato degno di questo nome ma riesce anche, come in occasione di La libertà mi fa schifo se alleva la miseria, a liberare un sano sdegno rivoluzionario nei confronti delle tante, troppe, cose che non funzionano come vorremmo (Matteo Ceschi)

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SIENA ROOT, PIONEERS, GAPHALS/CLEOPATRA RECORDS 2015

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Il bollino dorato che accompagna l’uscita sul mercato statunitense del sesto album della rock band di Stoccolma riporta con sicurezza la seguente dicitura “Un massiccio mix di Deep Purple & Iron Butterfly.” A ben vedere, però, questa etichetta a uso e consumo del mercato discografico, non rende del tutto l’idea di cosa ci si possa aspettare da Pioneers. L’album – otto brani più una ben riuscita cover di Whole Lotta Love degli Zeppelin – infatti, più che fare riferimento a delle band in particolare guarda piuttosto a quel mood sonoro, assai diffuso a cavallo tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta, che inaugurò la stagione dell’hard rock. Qua e là i segni del lato più ruvido ed aggressivo delle sonorità psichedeliche servono a reggere la mole culturale incombente dei Seventies come si può facilmente constatare con l’ascolto della lunga e ed epica In My Kitchen, il momento più ispirato di tutto il lavoro. Per il resto il disco sembra incolonnarsi senza particolari guizzi con le armate rock scandinave che a partire dai Graveyard stanno colonizzando con la foga di antichi conquistatori tutte le lande europee. Produzioni analogiche ineccepibili non fanno che esaltare ancora una volta le qualità dei maestri svedesi. (Matteo Ceschi)

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OLIVIA JEAN, BATHTUB LOVE KILLINGS, THIRD MAN REC. 2015

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Direttamente dall’operosa e magica corte musicale di Jack White, arriva sui vostri stereo il debutto solista della polistrumentista Olivia Jean. Dopo un passato da sidewoman in televisione e sul palco, e un ruolo centrale con le Black Belles, sempre per l’etichetta Third Man, la brava Olivia si cala svelta nei panni della frontwoman e sgretola con poche note le certezze della concorrenza. Lasciati da perdere gli inquietanti avvenimenti evocati dal suggestivo titolo, il disco comincia a salire in quota rivelando all’ascoltatore un talento puro e libero da ogni condizionamento sonoro: accanto agli anni cinquanta fanno capolino richiami alle lussureggianti atmosfere dei Caraibi, al folk-rock, alle rudi maniere delle garage bands e persino alle inquietudini delle riot girls. Il tutto è assemblato con grande maestria, spesso, addirittura, nella stessa traccia, tanto da risultare sempre originale e mascherare l’ingombrante presenza di Jack White, produttore attento e parsimonioso sideman nella sola Cat Fight. Olivia dimostra di avere studiato bene la storia, ma il passaggio dell’esame di maturità sembra avere lasciato in lei solo un ricordo sbiadito su cui incidere liberamente graffianti fraseggi e ipnotiche melodie. La scarna e poetica Haunt Me è un perfetto manifesto di popular music – con suggestioni à la Exile on the Main St. o à la Bryter Layter – tanto da rivelare che certi musicisti contemporanei sono in grado di cancellare ogni debito con chi li ha preceduti e di allungare il passo verso nuovi territori sonori. Senza timore di essere smentito, annuncio che il migliore disco rock dell’anno suona tutto al femminile. (Matteo Ceschi)

 

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