Category Archives: synth pop

PRIMAL SCREAM, CHAOSMOSIS, A FIRST INTERNATIONAL 2016

Chaosmosis

Li avevo lasciati negli anni Novanta con l’indimenticabile – almeno per me – Screamadelica ed ora me li ritrovo nuovamente a riempire i miei padiglioni auricolari. Senza pregiudizi ho comprato e iniziato a suonare Chaosmosis. E proprio grazie a questo approccio à la “non mi aspetto niente”, sono riuscito a godermi fino in fondo la nuova fatica della band di Bobby Gillespie e soci. A partire dal singolo assolutamente e meravigliosamente pop Where the Light Get In, un inno al divertimento che molto deve alle idee sonore dei Pet Shop Boys (tornati di recente in scena). E proseguendo con il resto della ricca tracklist che, alla fine, nessun rimpianto per il passato lascia. L’uomo (e con esso la musica), non dimentichiamocelo, è destinato ad evolversi e ad assecondare i mood del momento. E a quanti ancora vorrebbero sentire echi di dub e di sperimentazione, Gillespie strizza spudoratamente l’occhio con la psichedelica Golden Rope e con Autumn in Paradise, brano dalle atmosfere electro che rievoca un po’ Serge Gainsbourg e un po’ i Depeche Mode. Chaosmosis è un album pop in tutto e per tutto, e proprio per questa sua imprescindibile natura non potrà non piacere ad un’ampia ed eterogenea fascia di pubblico. (Matteo Ceschi)

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TERZO PIANO, SUPER SUPER, LA FAME DISCHI 2015

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Super Super della band Terzo Piano ha tutte le caratteristiche per essere il primo di una lunga serie di album. Quelli de La Fame Dischi se ne sono accorti subito e non si sono fatti scappare i ragazzi che avevano mandato il loro brani per partecipare al concorso da loro organizzato. Il giovane quartetto di Cava dei Tirreni dimostra da subito grande maturità, mescolando sapientemente pop, rock, elettronica e piccole dosi di folk. Ciò che colpisce è soprattutto la fluidità dei brani, che scorrono in modo sorprendente senza forzature, senza suoni fuori posto, nonostante la loro ricchezza e complessità. La voce morbida e duttile di Francesco Mattia Pisapia impreziosisce ulteriormente il quadro decisamente positivo. Certo la lezione dei Subsonica è stata introiettata dai Terzo Piano, ma sarebbe ingiusto limitarci a questo paragone. Il gruppo ha un’identità ben precisa, data anche dai testi freschi, dalle connotazioni qua e là erotiche, che ben si incastrano nelle melodie e nella densità sonora dell’album. Si parte con un intro strumentale dalle atmosfere vagamente inquietanti e si prosegue con Attratti super, brano asciutto, in cui gli strumenti e i riverberi della voce si distinguono in modo preciso. Della canzone è stato realizzato il curioso video girato da Andreas Zampella che potete vedere qui. Dopo la successiva Loop, che ricorda la delicatezza dei Tiromancino con l’aggiunta di loop elettronici, inizia H, traccia divisa in due parti che con ironia e sincerità parla della mancanza di ispirazione  artistica (“io non so parlare con le note/c’è chi dice che non fa per me, che forse dovrei smettere/che in fondo non so scrivere”), un brano dalle venature soul con un coinvolgente ritmo incalzante, che rallenta nella seconda parte. Supervixes esprime il suono più denso, claustrofobico dell’album, mentre Super 8 alterna momenti ambient ad altri decisamente rock. Chitarre acustiche e base synth rarefatta sono le protagoniste della sensuale 52mm, mentre la più ariosa conclude l’album. Ottimo debutto. (Katia Del Savio)

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IAM{X}, METANOIA, ORPHIC/CAROLINE 2015

Metanoia

Perturbanti atmosfere dark con una massiccia presenza di abrasiva potenza industrial raggiungeranno il vostro cervello cominciando ad erodere il concetto di serenità e di calma. Metanoia, ultima fatica del produttore londinese Chris Corner, ha dalla sua una presenza ed un’irruenza sonora che oggi è difficile riscontrare anche nei prodotti discografici più riusciti. Spessi suoni sintetici – in cui, in maniera quasi terapeutica, vengono riproposti gli schemi degli Eighties – sembrano uscire da una catena di montaggio per aggredire prima i critici e poi il pubblico e per poi spingere tutti in un torbido intreccio danzante. Musica da club, sicuramente quella di IAM{X}, ma anche adatta per quanti vogliono tranciare di netto con le rassicuranti melodie del mainstream ben sapendo che, una volta fatta la scelta, non potranno più tornare indietro. Se non mi credete andatevi ad ascoltare Happiness o North Star. La musica 3.0 è finalmente arrivata alle nostre orecchie! (Matteo Ceschi)

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BEACH HOUSE, DEPRESSION CHERRY, SUB POP/BELLA UNION 2015

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A 3 anni di distanza dal precedente disco, i Beach House tornano con un sottile rimescolamento delle carte in tavola: un lavoro certosino di sottrazione, per un deciso ritorno alla semplicità (arrangiamenti più scarni, drum-machine e non batteria, pochi strumenti, più leggerezza). A dispetto del titolo, Depression Cherry è nel complesso un album molto arioso, piacevole, che scorre leggero senza intoppi, nel solco di un dream-pop atmosferico che ha qui non pochi sconfinamenti nello shoegaze. Levitation e Sparks – primo singolo, nonché forse il brano migliore del disco, e certamente il più dinamico – sono un ottimo inizio e ci invitano a lasciarci trasportare sui tappeti di tastiere che pervadono l’album, avvolti dalla vocalità misuratissima e morbida di Victoria Legrand (e a tratti dello stesso Alex Scally); non cambia molto, poi, nelle successive 7 tracce, prevalentemente in tempo lento, con qualche sussulto solo nella conclusiva Days Of Candy. Tutto questo per dire che Depression Cherry non aggiunge nulla di nuovo, e l’entusiasmo con cui è stato accolto dalla critica è forse eccessivo, ma è sicuramente ben fatto, una conferma del solito alto livello della produzione del duo di Baltimora. Funziona, insomma, e non è poco. (Elisa Giovanatti)

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ARTISTI INDIE INSIEME PER IL NEPAL

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Oltre 60 artisti indipendenti dei più svariati Paesi e generi (in prevalenza shoegaze, new wave e rock), su iniziativa della statunitense Patetico Recordings, hanno unito le proprie forze per raccogliere fondi da destinare ai terremotati del Nepal: è nata così la compilation in 3 volumi Rock Back For Nepal, che gode del supporto di alcuni nomi di culto della scena indipendente shoegaze e rock, fra cui Dean Garcia (Curve, SPC ECO), Oliver Ackermann (A Place To Bury Strangers, Skywave), Alexx Kretov (Ummagma), Mark Joy (Lights That Change). Disponibile in Cd e digitale su Bandcamp e Amazon, la compilation vede anche la partecipazione di alcuni artisti italiani: Clustersun, Airrang, Stella Diana, Human Colonies, Novanta, Un-Reason.

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HIC SUNT LEONES, HIC SUNT LEONES, INNER ANIMAL RECORDINGS 2015

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Segnaliamo con piacere l’ottimo debutto degli Hic Sunt Leones per Inner Animal Recordings (etichetta indipendente e collettivo di band livornesi tra cui Bad Love Experience, Jackie o’s Farm, Mandrake): denominatore comune delle 5 tracce che compongono questo piacevolissimo EP è il gusto per le belle melodie pop combinato con un senso del ritmo e del groove che richiama sensibilità per il jazz e il soul. Un’elettronica discreta e molto morbida è il tappeto su cui si appoggiano le linee vocali calde, e qualche volta un po’ più aggressive, di Andrea Tempestini, al centro del progetto Hic Sunt Leones insieme al giovane polistrumentista Lorenzo Saini; elemento inconfondibile del loro sound è l’utilizzo dei fiati (Giacomo Fattorini alla tromba, Giulia Costagli al sax), ma è tutta la parte strumentale (segnaliamo anche la collaborazione di Riccardo Mazzoni) ad essere davvero preziosa, disinvolta nel passare da un genere all’altro, precisa nell’esecuzione. Ottima l’apertura con Zen Dance, con melodia soul, chitarra funky e fiati trascinanti; segue Agape, pezzo energico che entra sottopelle senza alcuna fatica; una decisa virata soul (Granny Lunchtime e Blowin’ Up The Pots) contraddistingue la parte centrale dell’Ep, che si chiude poi con Earthling, orientaleggiante, eterea, sognante. (Elisa Giovanatti)

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GENGAHR, A DREAM OUTSIDE, TRANSGRESSIVE 2015

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Album di debutto dei Gengahr – band di North London ancora semi sconosciuta in Italia, nonostante l’apertura della data milanese degli Alt-J lo scorso febbraio, ma già ottimamente accolta in patria – A Dream Outside ha un’apparenza che potrebbe ingannare: melodie psych-pop estremamente accattivanti, unite al falsetto di Felix Bushe, creano motivi in cui si vorrebbe sguazzare per ore, avvolti dalle chitarre effettatissime, note cariche di riverbero che creano ambienti sognanti e fantastici. La prima traccia, Dizzy Ghosts, chiarisce subito quale sia il sound dell’album, con una partenza lieve che sfuma man mano in sonorità più corpose e rock. Seguono, uno dietro l’altro, pezzi che più catchy non si può. Eppure, dicevamo, non c’è solo apparenza: l’atmosfera leggera e sbarazzina non cela del tutto testi a volte inquietanti, più spesso stranianti (popolati da streghe, creature marine, fantasmi, voglie vampiresche e sentimenti non sempre nobili), così come non nasconde piccole increspature del sound, brevi derive quasi noisy (Ember) e, soprattutto, anche molta sostanza. Difficile scegliere i brani migliori: forse Heroine e Lonely As A Shark, di ispirazione vagamente Radiohead, forse She’s A Witch e Bathed In Light, coi loro motivi orecchiabilissimi, ma anche la quasi strumentale Dark Star… Quel che è certo è che arrivati alla fine viene voglia di ricominciare. (Elisa Giovanatti)

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WHITE BIRCHES, DARK WATERS, BIRDS WILL SONG FOR YOU 2015

White Birches

L’opera nata dall’incontro tra Jenny Gabrielsson Mare e Fredrik Jonasson vi si appiccicherà morbosamente addosso. Che la Svezia sia una fucina di talenti in pochi ormai lo ignorano, ma, nonostante ciò, ancora in molti ancora si attardano alla sua scoperta. Nel panorama dell’elettronica più sofisticata in pochi erano riusciti finora ad iniettare in profondità le laceranti proposte della noise e dell’industrial music. Sebbene rimanga percepibile durante tutto l’ascolto un’impronta tipicamente Eighties, quella inconfondibile della prima metà del decennio, Dark Waters spinge le sue lame oscure a fondo nel futuro ampliando ulteriormente il vocabolario della musica elettronica. Le radici dei White Birches sono forti e in salute – i Depeche Mode fluiscono nei Kraftwerk e viceversa – e questo permette loro di scegliere di volta in volta la strada sonora più congeniale da percorrere: Here It Comes parte in sordina per poi esplodere in una trama ritmica à la Radio GaGa; Thousand Yard Stare, invece, accarezza atmosfere più morbide ma non per questo immuni al fascino della notte. Sarebbe un vero peccato se un lavoro simile non circolasse nel nostro paese. (Matteo Ceschi)

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PALETTI, QUI E ORA, SUGAR 2015

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Il passato da sound designer di Paletti si sente eccome, in questo densissimo secondo disco, in cui ci si tuffa completamente negli anni ‘80. A chi è cresciuto in quel periodo, non amando troppo le sonorità eltettropop, nel 2015 suscita un sentimento capovolto: un effetto nostalgia che fa apprezzare Qui e ora. E così ascoltare oggi batterie elettroniche martellanti e voce distaccata, un po’ Alberto Camerini e un po’ Krisma, ci riappacifica con quel mondo attraverso il talentuoso Paletti. Ovviamente l’album non è solo questo. Paletti ha un’ottima capacità di scrittura delle melodie che si appiccicano in testa e che non annoiano mai, accompagnate da una vocalità duttile (ne Il suono del silenzio, ad esempio assume una rotondità quasi irriconoscibile). Ma è la parte musicale, che mescola armonicamente pop ed elettronica a colpire maggiormente, a dare una marcia in più alla produzione di Paletti. Non è l’unico che ultimamente ha deciso di mischiare le carte del cantautorato: con Colapesce e Cosmo, ad esempio, con le dovute differenze, Paletti si trova in buona compagnia, . A questo punto si può scegliere fra due strade: ascoltare Qui e ora pensando che sia poco originale perché prima di lui altri (vedi Bluvertigo) hanno scelto il suo stesso stile o quella di lasciarsi andare e apprezzare un piacevolissimo e ottimamente prodotto disco pop. Io ho scelto di percorrere la seconda. (Katia Del Savio)

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