Category Archives: US Independent Music

ALLAH-LAS, CALICO REVIEW, MEXICAN SUMMER 2016

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Ancora retromania, ancora sixties revival, ancora passato e presente che si mischiano e si confondono: succede, questa volta, con gli Allah-Las, ottima formazione losangelina giunta al terzo album (il primo per Mexican Summer), che ha il merito di suonare con una freschezza invidiabile e di saper maneggiare la materia musicale egregiamente, senza perdersi nell’anonimato del marasma vintage che affolla le produzioni musicali oggigiorno. Gli Allah-Las sono bravi e si sente, maneggiano stili e sonorità a piacimento, con gusto ed eleganza. In Calico Review le due sponde americane si incontrano, California e New York, surf rock e Velvet Underground (Strange Heat), il sole dell’Ovest (ma con qualche frecciata alla generazione Silicon Valley) e le sonorità urbane dell’Est. La tracklist scorre veloce, senza annoiare mai, e regalando anzi piccoli gioielli che non si vorrebbe smettere mai di ascoltare (Satisfied, Could Be You, Famous Phone Figure, la bellissima Terra Ignota, un po’ jazzata, un po’ acida). Divertono e si divertono: ben fatto, quindi. (Elisa Giovanatti)

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JACK WHITE, ACOUSTIC RECORDINGS 1998-2016, THIRD MAN REC. 2016

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Se vogliamo dirla tutta, non bisogna essere per forza un fan sfegatato di Jack White per apprezzare la sua opera musicale. Intendiamoci, non stiamo certo parlando di Mozart o Hendrix, giusto per chiarirci, ma solo – e scusate se è poco – di un musicista che ha dapprima saputo rinverdire i fasti chiassosi del garage, quindi ha regalato con una saggia operazione di revival splendore inatteso alla scena folk-rock statunitense. Con il nuovo doppio album – un’antologia che per stessa ammissione dell’autore prende spunto dalle “strimpellate” insieme a Jimmy Page e The Edge (per il documentario It Might Get Loud) e rilegge in chiave acustica quasi dieci anni di carriera – Mr. White pare avere voluto dare maggiore peso a quel lato roots su cui da sempre poggiava la sua epica garage. Nella tracklist c’è spazio per il classico Hotel Yorba, così come per Love Is the Truth, delicato commercial registrato per la Coca-Cola, e City Lights, un inedito dei White Stripes del 2005 completato per l’occasione, una composizione “acida” nelle tonalità ma assolutamente matura nella forma. Presenti, perché più adattabili alla filosofia acustica rispetto al repertorio dei Dead Weather, alcuni dei brani dei Raconteurs. Ampio spazio, trattandosi di un album a firma Jack White III, è lasciato alla più recente produzione solista degli ultimi quattro anni con l’interessante B-side Machine Gun Silhoutte. Tutti i titoli della selezione vedono presenti i compagni di sempre: a partire da Meg e dal fidato amico Brendan Benson. Genitori, cercavate un disco per incuriosire i vostri figli e fargli apprezzare il vero gusto dell’ascolto? Acoustic Recordings fa il caso vostro! Il divertimento, questa volta, sarà assicurato non per una ma, bensì, per ben due generazioni! (Matteo Ceschi)

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MORGAN DELT, PHASE ZERO, SUB POP 2016

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Mettete insieme rock psichedelico e piedi ben piantati per terra (lo so, è strano) ed otterrete una buona sintesi di tutto quanto confluisce in Phase Zero, nuovo album di Morgan Delt, il primo per Sub Pop. Atmosfere offuscate e vagamente allucinatorie, echi, riverberi, armonie vocali, chitarre fuzz, sono sì una parte preponderante del mondo sonoro di questo lavoro, e lo sono peraltro ben al di là dei cliché di genere, grazie ad una creatività fuori dal comune; è, però, un ambiente in cui troviamo riversati, fra belle melodie, le ansie e le inquietudini dell’oggi, il rifiuto del nostro modo di vivere, le paure che quotidianamente ci si parano davanti agli occhi. Lo sgomento di fronte alla violenza del mondo di oggi apre l’album con I don’t wanna see what’s happening outside, diluito in una cristallina melodia pop che non potrebbe stridere di più con il contenuto del brano. È il pezzo che stabilisce le coordinate dell’album, che da lì si discosta solo in occasione di qualche leggera accelerazione e di saltuarie inquietanti increspature delle sonorità (Mssr. Monster su tutte). Curato in ogni dettaglio, Phase Zero offre nuovi spunti ad ogni ascolto. Provare per credere. (Elisa Giovanatti)

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WHITNEY, LIGHT UPON THE LAKE, SECRETLY CANADIAN 2016

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Arrivo con un certo ritardo alla scoperta di Light Upon The Lake, ma per fortuna ci arrivo, e farlo d’estate, con tutto quello che l’estate si porta dietro (il caldo, la spossatezza, la voglia di vacanze e di evasione) non è affatto male. Anche perché questo disco è perfetto da ascoltare in macchina col finestrino abbassato, nei vostri stanchi vagabondaggi pre vacanzieri, e capita anche che ci faccia dimenticare di essere in una tangenziale milanese trasportandoci per un po’ nelle sconfinate lande americane, con il sole battente e il vento che scompiglia i capelli. I protagonisti sono Max Kakacek, ex chitarrista degli Smith Westerns, e Julien Ehrlich, ex batterista degli Unknown Mortal Orchestra, qui anche voce. La voce, ecco, bisogna dirlo subito: un falsetto a volte un po’ mieloso, che o ti piace subito o non ti piace. Il duo, coadiuvato da un buon numero di altri musicisti, fra cui William Miller con il suo prezioso contributo ai fiati, si è formato l’anno scorso ed esordisce inserendosi perfettamente nella tradizione del folk-rock più classico: il pensiero va immediatamente agli anni ’70 (Neil Young, The Band), ma anche a Jeff Tweedy e i suoi Wilco, se vogliamo avvicinarci ai nostri giorni. No Woman, il primo soave brano, è di una luce abbagliante, e per intensità emozionale è di sicuro uno dei vertici di questo album. Si procede poi speditamente, in un delicato soft-rock fatto di piccole miniature, pezzi di pochi minuti dalla scrittura squisitamente melodica, infarciti di Americana e CSN&Y (la bellissima titletrack), di speranze, spensieratezza e insieme nostalgia, ma sempre a finestrino abbassato (No Matter Where We Go). Niente di rivoluzionario, intendiamoci, semplicemente un bellissimo disco. Serve altro? (Elisa Giovanatti)

 

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LA MIA NON-INTERVISTA A SHILPA RAY

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Quando, un anno fa, mi sono imbattuta in Last Year’s Savage di Shilpa Ray (cliccate qui per saperne di più), ho sperato in cuor mio che l’artista capitasse in Italia, in modo da poter scambiare due parole con un essere umano tanto tormentato, affascinante e inafferrabile. Ecco, inafferrabile è la parola giusta. Il mese scorso, con le date italiane dell’artista lanciata da Nick Cave, l’occasione era arrivata e mi ero accordata col suo management per un’intervista. O meglio, avremmo dovuto dedicare a Shilpa Ray intervista, session fotografica e copertina di Indiana Music Mag. Il giorno convenuto, armato di fotocamere, il nostro Matteo Ceschi si è sorbito qualche ora di un evento privato milanese prima di riuscire, faticosamente, a scattare delle foto e tornarsene mestamente a casa, senza intervista. Avventura poco invidiabile, che il nostro ha superato con una pazienza che nessuno di noi gli avrebbe mai riconosciuto (più qualche sfogo irripetibile via Whatsapp). E chissà se gli hanno almeno offerto un drink.  Ad ogni modo (lascio a lui il racconto del secret party) a me, promotrice dell’iniziativa, non restava che prendere nuovi accordi col management di Shilpa: poche domande per iscritto, e avrai risposta. Bene, non sto a riassumervi le peripezie varie, ma risposte non ne ho avute, ho anche cominciato a pensare che intervistare Madonna (o LA Madonna) potesse essere più semplice, e mi stavo arrovellando su un pezzo da scrivere circa tutta la vicenda, senonché un giorno appare sui profili social di Shilpa questo messaggio:

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Fantastico, ho avuto una non-risposta alla mia non-intervista, peraltro all’unica domanda a cui Shilpa Ray ha deciso di non rispondere (le altre, a carattere musicale, sono ancora sospese nell’etere). Ebbene sì, l’ho fatto: ho chiesto a Shilpa Ray (che sì, è nata nel New Jersey da immigrati indiani) un commento sulla crisi dei rifugiati e sull’innalzamento più o meno metaforico di barriere, muri fisici e mentali di protezione (da cosa?).  Ho sbagliato? È una domanda stupida? Banale? Semplicemente inappropriata? Che poi se non glielo chiedi si offende, perché diciamocelo subito, con una come Shilpa Ray si sbaglia comunque…  Non lo so e sono domande che mi faccio qui con voi. Capisco molto bene la sua rabbia nel sentire di dover vedere il mondo attraverso determinate categorie, imposte da altri, ma non era quello il senso delle mie parole. Insomma non so dire se la mia era una domanda da porre o meno, ma io vivo qui, nell’Europa della crisi dei rifugiati, degli Stati che chiudono le frontiere, o anche di Fuocoammare che vince a Berlino, e quello che non vivo direttamente lo leggo, e sento di un’America in cui un certo signore parla di un muro al confine col Messico (da far pagare ai messicani!), e quindi sì, stanti così le cose ho pensato che una come Shilpa Ray potesse avere una sensibilità particolare a riguardo, e qualcosa di interessante da dire, per il suo vissuto personale, o per le sue scelte artistiche, o semplicemente perché di solito questo gli artisti hanno, qualcosa di interessante da dire.

E qui certo ho sbagliato, perché come molti altri artisti Shilpa vive nel SUO mondo, una realtà a forti tinte persecutorie da cui non ha alcuna intenzione di emergere. Shilpa Ray è autrice di uno strano miscuglio di blues, soul e punk che si è rivelato essere una delle proposte più interessanti degli ultimi tempi, un rockaccio sporco abitato da ossessioni per sesso, tradimento, morte, sangue ed elementi materici e corporali di ogni tipo, dai titoli provocatori e dallo humour beffardo, scuro e decadente, musica che, se si regge il primo schiaffo, sa conquistare. Immersa in quella realtà, quando scrive testi scostanti o quando infiamma il palco imbracciando l’harmonium indiano, Shilpa Ray ha sempre ragione, come ogni artista vero, e di cose da dire ne ha a tonnellate. È quando deve relazionarsi con l’altra parte della barricata (perché, dimenticavo, lei è in guerra) che cominciano i problemi.

Shilpa Ray 01

In quest’altro mondo, quello dei rifugiati, di Trump, di Parigi e di Bruxelles, del Bataclan e di Charlie Hebdo, dei contratti a progetto e di un futuro non più lungo di 6 mesi, vivo io, che appartengo a pieno titolo a quella generazione di trentenni derubati del proprio futuro che si destreggiano tra desideri non realizzati e asfissianti incombenze quotidiane. Qui, a differenza che nel mondo di Shilpa, è tutto molto più sfumato, e dire chi ha ragione è impossibile. Faccio questo lavoro con molta serietà e naturalmente ne faccio anche un altro, con altrettanta serietà, per mantenermi. Utilizzo ogni giorno un decimo delle mie qualità perché con i nove decimi tengo a bada le frustrazioni e mi barcameno nelle ansie quotidiane, riservando il mio meglio per un futuro che non ho il tempo di costruirmi e una vita che non è mai ora, è sempre dopo. Andrò in pensione a 174 anni con un assegno insultante. Quindi, Shilpa, non dico che tu mi debba ringraziare per le domande che ti rivolgo o lo spazio che ti dedico, ma deponi l’ascia di guerra, perché sappi che tu stai dalla mia parte come io sto dalla tua, non attaccare a priori, tu che canti ingiustizie e frustrazioni, rabbia e rassegnazione, perché se mi conoscessi staresti con me, credimi.

E poi, diciamolo, prendersela coi giornalisti (giornalista, io? Non so nemmeno io cosa sono, e indugio qui mentre cerco strade alternative, o alibi per non cercarle) quando hai management, ufficio stampa, staff e quant’altro che altro non fanno che sfinirci per ottenere spazi, recensioni, interviste, non è proprio una furbata. Fatti le domande e datti le risposte, verrebbe da dire, ma d’altronde mi rendo conto che è sempre un po’ così con chi dev’essere ribelle e alternativo a tutti costi, e vive in un mondo persecutorio/vittimistico che all’occasione si rivela comodo per sfuggire a responsabilità di qualsiasi tipo, fossero anche tre semplici domande; non è una novità e va bene così, è nel gioco delle parti.

Di buono c’è da dire che mentre scrivo sto riascoltando Last Year’s Savage e suona bene oggi come un anno fa, il che è un ottimo segno. Burning Bride, Pop Song For Euthanasia, Nocturnal Emissions, Johnny Thunders Fantasy Space Camp… non ce la faccio, Shilpa, a non volerti bene, e anche oggi, come in passato, ti sto facendo un buon servizio. Le risposte vere, se vuoi, cantamele nel prossimo album. Love, Elisa

(testo di Elisa Giovanatti, foto di Matteo Ceschi)

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EXPLOSIONS IN THE SKY, THE WILDERNESS, TEMPORARY RESIDENCE 2016

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Splendido ritorno per gli Explosions In The Sky in un anno particolarmente felice per gli amanti del post-rock (The Wilderness è uscito lo stesso giorno di Atomic dei Mogwai, e recentissimi sono i nuovi lavori dei Tortoise e dei Godspeed You! Black Emperor). La formazione texana negli ultimi tempi si è dedicata alla composizione di colonne sonore – un territorio non estraneo alle band che si esprimono in questo genere, per sua natura molto evocativo – e non ha smesso di esplorare, cercando un nuovo linguaggio con cui esprimersi. Il risultato è un album che davvero ridefinisce l’estetica del quartetto, con una musica che raggiunge l’effetto e l’impatto emozionale tipico degli EITS ma lo fa percorrendo strade diverse, nuove. The Wilderness è un disco fatto di piccolissimi dettagli, che l’ascoltatore scopre mano a mano che ci si immerge (e ne scoprirà di nuovi tornando all’ascolto una seconda volta, e poi ancora): rifiniture, minuzie, particolari nascosti dietro ogni angolo, che a differenza dei noti andamenti “ad esplosione” caratteristici della band di Austin contribuisce piuttosto a costruire una sorta di ripiegamento interiore. Brevi spruzzate elettroniche, incursioni nell’ambient, silenzi (o quasi), sono alcuni dei tanti piccoli gesti usati a mo’ di punteggiatura nel libero fluire dell’emozione. È qui, nei dettagli, che si manifesta come fattore determinante una delle novità di The Wilderness, ovvero l’utilizzo dell’elettronica (efficace anche quando impiegata come tappeto sonoro, certo, ma raffinatissima sulla piccola scala). Poi, per carità, non mancano esplosioni e cavalcate, ma per una volta gli apici emozionali del disco non stanno tanto in queste strutture quanto piuttosto nella costruzione complessiva di un’epica trattenuta, sommessa. L’album si sviluppa come una sorta di arco che raggiunge il suo culmine nelle tracce centrali (Logic For A Dream e Disintegration Anxiety sono fra i brani più incisivi), partendo piano con la bellissima titletrack e congedandosi dolcemente dall’ascoltatore con l’altrettanto bella Landing Cliffs; nel mezzo la luminosità di The Ecstatics, la delicatezza di Losing The Light, la frenesia di Tangle Formations, e così via, in un susseguirsi di paesaggi sonori in cui si accumulano le immagini che scorrono davanti ai nostri occhi. Bentornati Explosions In The Sky. (Elisa Giovanatti)

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DRITTI ALL’ANIMA CON LIZ VICE

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Numero pre natalizio per INDIANA MUSIC MAGAZINE, che ospita una bellissima intervista a Liz Vice, talento soul che abbiamo scoperto su NoiseTrade e che siamo felici di raccontarvi qui, dopo avervi consigliato il suo album di debutto, There’s A Light. Trentaduenne di Portland, Liz racconta il suo percorso di vita fino all’approdo alla musica, il suo album, il tour, le sue passioni e i suoi desideri. Come sempre non manca lo spazio dedicato alla recensioni: i Terzo Piano, Doro Gjat, gli Zois e Steven Lipsticks & His Magic Band si sono guadagnati le nostre preferenze questo mese. Non vi resta che cliccare sulla copertina!

Click on the picture for the magazine in free download, and HERE for the English text of Liz Vice interview.

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DANZIG, SKELETONS, EVILIVE REC./AFM REC. 2015

Skeletons

Intendiamoci, Skeletons non è certo un disco paragonabile agli ormai classici Lucifuge (1990) e How the Gods Kill (1992), ma ciò non toglie che sotto la scorza un po’ lo-fi e “amatoriale” – Glenn Danzigus  stesso annuncia sullo sticker in copertina che la sua nuova fatica vuole essere un passepartout per potere entrare ancora più in sintonia con la sua musica – si celi un genuino progetto sonoro. La serie di rock cover proposte vuole nella sua essenziale semplicità fotografare almeno una parte del complesso percorso artistico che ha visto l’ex-frontman dei Misfits attivo non solo nel rock ma anche in altre branche dell’arte come il fumetto (il marchio Verotik non vi dice nulla?). Ed è proprio a questo approccio caleidoscopico che bisogna rifarsi nel momento in cui ci si decide ad ascoltare Skeletons. Le dieci tracks rappresentano degli spunti sonori e come tali vanno presi per completare un ascolto comunque piacevole e capace di evitare il ricorso all’odiosa azione di “skippare”, tipica di molte produzioni contemporanee. Solo così si potrà apprezzare la lamentosa interpretazione post-punk di Lord Of The Thighs degli Aerosmith o la schietta versione di Rough Boy intrisa di maturità dei texani ZZ Top. Let Yourself Go di Elvis suona per l’occasione quel tanto dark & satanic da fare rizzare i peli ai più irsuti bikers. Quindi, per concludere, se state cercando un break di genuina evasione rock, affidatevi anima e corpo a questa playlist redatta per l’occasione dal buon Danzig. (Matteo Ceschi)

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DEAD WEATHER, DODGE AND BURN, THIRD MAN RECORDS 2015

Dead Weather 2015

Senz’ombra di dubbio il migliore album della carriera del super-gruppo fondato dal vulcanico Jack White. Abbandonati i rispettivi riferimenti di partenza, White, Alison Mosshart, Dean Fertita e Hard riescono finalmente, con il terzo album dei Dead Weather, a lasciare un’impronta ben definita del proprio sound, cosa, quest’ultima, non sempre vera nel passato a causa della fortissima influenza dei White Stripes sui lavori della band. Il presente & Dodge and Burn raccontano, invece, una storia che ha radici ben più profonde della pur ricca carriera di White, una storia che, proprio partendo dal passato, quello, per intenderci classico del rock, apre interessanti prospettive non solo per l’oggi ma anche per il futuro. L’incipit del disco la dice tutta con quel mood hard rock à la Led Zeppelin che contraddistingue il singolo I Feel Love (Every Million Miles); ma è solo un inizio per scaldare i padiglioni auricolari e accendere l’entusiasmo. Già alla quarta traccia, Three Dollar Hat, ci si accorge di essere di fronte a qualcosa di inedito: Jack White letteralmente rappa in stile Eminem in attesa dell’esplosivo refrain della Mosshart che rende tutto ancora più psicotico e schizofrenico. La successiva Lose the Right, il pezzo più suggestivo dell’intero lavoro, non sembra volere abbandonare il folle mood e viene annunciato dai passaggi di batteria di White che suonano insolitamente reggae; poi la traccia si sviluppa & avviluppa intorno alle trame dell’Hammond comandato da Fertita che accende atmosfere alla Tim Robbins. Proseguire rovinerebbe la sorpresa dell’ascolto! Il piacere di continuare la recensione per una volta lo lascio a voi! (Matteo Ceschi)

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BEACH HOUSE, DEPRESSION CHERRY, SUB POP/BELLA UNION 2015

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A 3 anni di distanza dal precedente disco, i Beach House tornano con un sottile rimescolamento delle carte in tavola: un lavoro certosino di sottrazione, per un deciso ritorno alla semplicità (arrangiamenti più scarni, drum-machine e non batteria, pochi strumenti, più leggerezza). A dispetto del titolo, Depression Cherry è nel complesso un album molto arioso, piacevole, che scorre leggero senza intoppi, nel solco di un dream-pop atmosferico che ha qui non pochi sconfinamenti nello shoegaze. Levitation e Sparks – primo singolo, nonché forse il brano migliore del disco, e certamente il più dinamico – sono un ottimo inizio e ci invitano a lasciarci trasportare sui tappeti di tastiere che pervadono l’album, avvolti dalla vocalità misuratissima e morbida di Victoria Legrand (e a tratti dello stesso Alex Scally); non cambia molto, poi, nelle successive 7 tracce, prevalentemente in tempo lento, con qualche sussulto solo nella conclusiva Days Of Candy. Tutto questo per dire che Depression Cherry non aggiunge nulla di nuovo, e l’entusiasmo con cui è stato accolto dalla critica è forse eccessivo, ma è sicuramente ben fatto, una conferma del solito alto livello della produzione del duo di Baltimora. Funziona, insomma, e non è poco. (Elisa Giovanatti)

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