Category Archives: uscite

VALERIA VALERIANO: DECLINARE IL RITMO DEL BLUES AL FEMMINILE

Eccoci ritornati, giunti ormai al numero 31 di INDIANA MUSIC MAGAZINE, per il quale ringraziamo la protagonista indiscussa, Valeria Valeriano: nella bella intervista qui raccolta Valeria ci fa conoscere la sua attività di bassista blues-rock e di produttrice, svariando tra modelli di riferimento, attività live e in studio, progetti e molto altro. Vi offriamo poi una selezione di recensioni di produzioni indie italiane e internazionali, da Kishi Bashi a Libero, dai Northwest a Saffelli, e qualche altro consiglio sul finale. Buona lettura quindi, basta cliccare sulla copertina!

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KISHI BASHI, OMOIYARI, JOYFUL NOISE 2019

Le sonorità accattivanti di Omoiyari non vi devono ingannare: c’è della protesta dietro tanta grazia, c’è dolore, c’è un percorso umano e storico che ha ormai assolto la storia, ma non la dimentica. Americano figlio di immigrati giapponesi, Kaoru Ishibashi – in arte Kishi Bashi – riflette in questo suo quarto album sul terribile episodio dell’internamento di oltre 110 mila nippo-americani in campi di prigionia statunitensi durante la Seconda Guerra Mondiale. “Non volevo che questo progetto parlasse di storia, ma piuttosto dell’importanza della storia, delle lezioni che possiamo ricavarne”, ha dichiarato l’artista, che infatti incentra le sue canzoni non tanto su una denuncia esplicita, ma piuttosto su vicende individuali (la madre di Theme for Jerome (Forgotten Words), il giovane di Summer of ’42) o su relazioni (A song for you, per esempio, che con delicatezza tocca il tema della separazione e della lenta erosione della memoria). Non è difficile, tuttavia, intravedere dietro a tutto ciò anche continui riferimenti all’attuale amministrazione americana, le sue ansie xenofobe, i suoi muri, che anzi di fatto hanno avuto la funzione di vero e proprio input per questo album. E del resto pur essendo ispirato ad una vicenda storica particolare, avvenuta negli anni ’40, Omoiyari convoglia un messaggio che non ha tempo, a partire proprio dal titolo: si tratta infatti di una parola giapponese dal significato complesso che ruota attorno a quella che per noi è l’empatia, la comprensione degli altri, la compassione, il pensare agli altri, insomma una disposizione umana che per Kishi Bashi è l’unico modo per superare conflitti, xenofobia, intolleranza, paura. Musicalmente parlando Omoiyari è frutto di una scrittura solida ed elaborata, fatta di stratificazioni minuziose e sovrapposizioni delicatissime di voci e strumenti, che la produzione (più sobria rispetto ai lavori precedenti) mette in risalto in maniera pulitissima. Il violino resta lo strumento prediletto da Bashi, che qui abbandona certi virtuosismi a favore di una musica che suona più sobria, sincera, a cuore aperto. Lo stile, certo, resta quello di un pop sempre leggermente sopra le righe (“barocco” nei precedenti album), lussuoso e raffinato, ma meno appariscente ed ostentato. Omoiyari è un lavoro godibilissimo ma non a cuor leggero, perché anche il pop sa parlare di cose serie. (Elisa Giovanatti)

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SE IL MONDO FOSSE INDIE…

NANO

… Ci sarebbe sicuramente meno omologazione sonora. Forse un’osservazione scontata, ma pur sempre da ribadire in un mondo appiattito sulle impellenti esigenze dei format televisivi. Intendiamoci, i grandi nomi da cui trarre ispirazione sono sempre quelli ma un artista libero dall’assillo dello share e dei like sui social è decisamente più indipendente e libero di sviluppare il proprio gusto. N.A.N.O., all’anagrafe Emanuele Lapiana, membro fondatore dei C.O.D., guarda con uguale affetto a Franco Battiato e ai Tiromancino per realizzare con Bionda e Disperata (FiabaMusic/SELF) la sua visione artistica del mondo. Quattordici brani delicati e ben pensati che lasciano nell’ascoltatore non tanto l’agrodolce gusto del déjà vu, bensì la speranza che, infine, qualcosa nel music business sia ancora vivo e non condizionabile. L’esempio del cammino artistico di Lapiana è Giga, un brano che fa pulsare tutta l’italica creatività pur non tralasciando l’esotismo di un’esterofilia che punta direttamente al nord dell’Europa. Alle esperienza extraeuropee, in particolare a una fusion in stile Carlos Santana, guarda con convinzione ed intenzione Larry Manteca con il suo Zombie Mandingo 2. Il risultato è sorprendentemente funky & cinematografico e accresce nell’ascoltatore il desiderio di vedere i suoni accompagnati dalle immagini. Insomma, lasciate che ve lo ripeta per l’ennesima volta: BE INDIE, BE FREE! (Matteo Ceschi)

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TRE PER UNO FA TRE

 

Van Dammes

I finlandesi Van Dammes i lettori di Indiana li conoscono bene, ma ciò non mi impedisce di segnalare in questo breve bollettino sonoro il loro nuovissimo Risky Business, EP pubblicato nei primi mesi del 2019 dalla tedesca Rockstar Records. I quattro rockers finnici proseguono ad esplorare gli interstizi sonori che emergono qua e là tra il garage e il punk. I Ramones rimangono sicuramente i numi tutelari della band ma l’incedere sferragliante di I don’t Like Music Anymore e delle altre tracce lascerebbe intuire un progressivo scivolamento verso atmosfere party à la Animal House. Qualunque strada prenderanno, i Van Dammes rimarranno tra i miei favoriti! Dall’incontro della cantante madrilena Marta Tai e del chitarrista romano Vincenzo Tancorre nasce il duo elettro-acustico dei Taiacore. Raminghi per l’Europa con il loro recente secondo album Freedom, il duo sarà in Italia nella seconda metà di marzo per tre tappe: la giusta occasione per saggiare il loro approccio eclettico alla musica e valutare di persona il tocco leggero ma al tempo stesso avvolgente di brani capaci di riproporre in chiave contemporanea (un po’ in stile Daft Punk) certe geniali intuizioni degli anni Ottanta. Insieme in nome di una musica che non riconosce i confini tracciati dall’uomo (i tre componenti provengono rispettivamente da Germania, Cile e USA) i St. Beaufort ricordano per l’approccio asciutto e diretto dei brani l’affiatamento della Incredible String Band; la spiccata verve narrativa, invece, spinge a guardare maggiormente a Donovan e alla poesia vellutata di Cat Stevens. Non mi credete? Andate ad ascoltarvi di gran volata Hidden Force e gli altri brani di Trail & Guns (Blue Whale Records 2018) oppure cercateli in giro per lo stivale, marzo è il loro mese! (Matteo Ceschi)

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NORTHWEST, I, TEMPEL ARTS 2018

Prima ancora della musica è notevole, nei Northwest, l’approccio alla musica stessa e all’arte tutta: il duo, nato alla fine del 2015 dal sodalizio fra Ignacio Simón (compositore, multi-strumentista e produttore) e Mariuca García-Lomas (visual artist, cantante e compositrice), è mosso infatti da un vero e proprio spirito d’avanguardia, un approccio sperimentale mai domo che si esprime in ogni aspetto del proprio lavoro e che non si esaurisce nella musica. C’è, evidentemente, molta elaborazione teorica, molta capacità di riflessione sul fare arte al giorno d’oggi (hanno pubblicato ben due manifesti, sul loro sito http://thisisnorthwest.com/, che vi consiglio di leggere in particolare per conoscere la singolare storia della distribuzione di I), e c’è anche un vero e proprio bisogno di esprimersi artisticamente: per questo il lavoro dei Northwest non si esaurisce nell’aspetto musicale, ma coinvolge anche le produzione di video studiati in ogni dettaglio e a loro volta ricchissimi di riferimenti di estrazione colta al cinema, all’arte, alla danza. Definire I un album di musica ambient sperimentale non rende giustizia alla varietà di sonorità che si svelano a poco a poco nel corso della scaletta, ma offre comunque un’idea di quale sia lo sfondo (talora enigmatico, inquietante, altre volte etereo, rilassante) dal quale di volta in volta si staccano dolci beat elettronici (Pyramid), tocchi leggeri di pianoforte o cangianti tappeti di archi. La strumentazione dell’album è infatti molto varia, come dimostra una traccia straordinaria come London, prima lenta e d’atmosfera, poi raffinatissima, poi montante e impetuosa, una cavalcata di 11 minuti, davvero un grandissimo pezzo. (Elisa Giovanatti)

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LA FABBRICA DELL’ASSOLUTO: ORWELL IN ROCK

Siamo giunti al numero 30, ebbene sì, e festeggiamo con un’uscita particolarmente corposa di INDIANA MUSIC MAGAZINE. Doppia intervista, infatti, questa volta: si parte con La Fabbrica Dell’Assoluto, formazione romana autrice di un apprezzato concept album ispirato al celebre 1984 di George Orwell, che si racconta qui in una lunga e generosa intervista, e si chiude con Gerardo Balestrieri, di recente alle prese col suo progetto dedicato a Corto Maltese. In mezzo, le nostre recensioni delle produzioni più interessanti di fine 2018 e inizio 2019: Il Terzo Istante, Veronica Marchi e Mimosa. Il tutto a vostra disposizione con un semplice click sulla copertina qui sopra. Buona lettura!

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IL TERZO ISTANTE, ESTRANEO, PHONARCHIA DISCHI 2019

estraneo

“Anche a te capitava di sentirti sopraffare da una domanda semplice? E avere voglia di dissolverti nell’aria pur di non rispondere?”. Si apre così Dissolversi, primo tassello che ha il compito di accompagnarci nelle atmosfere di Estraneo, nuovo album del quartetto torinese Il Terzo Istante. E fin da queste prime parole di inadeguatezza prende senso questo lavoro, ed il suo titolo: Lorenzo De Masi, Fabio Casalegno, Luca Sbaragli e Carlo Bellavia raccontano infatti Estraneo come il ritratto di una condizione personale (che per molte ragioni può essere auto inflitta), un senso di inadeguatezza rispetto a ciò che ci circonda, ma anche come una dichiarazione rispetto al loro modo di sentirsi una band, estranea tanto al contesto mainstream quanto a quello indipendente (“da questo punto di vista, è sia una dichiarazione d’intenti che un’ammissione di colpa”). Sembra, e in parte magari lo è, un percorso di autoanalisi, che abbraccia atmosfere care a certi Radiohead e procede per un rock cangiante, raffinato, estremamente ben costruito, e testi sempre capaci di far riflettere. Dal canto mio, dico senza esitazioni che era da tempo che non trovavo tanta solidità in una band, tanto mestiere, tanto spessore, e ne sono felice. Paolo Benvegnù presta la sua voce in Materia grigia, mentre Andrea Franchi firma la produzione artistica. (Elisa Giovanatti)

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CANECAPOVOLTO, NORMALE, 2018

Normale

Verrebbe da dire una raccolta di impressioni/schizzi sonori che dall’ormai lontano 1996 ci porta fino all’oggi. La discografia del progetto/collettivo catanese Canecapovolto – attivo anche nel campo delle colonne sonore – non ha l’ambizione di cambiare le vostre idee musicali, ma piuttosto quello di rendere il pubblico aperto a forme d’arte sonora che non necessariamente rientrano nel rassicurante formato canzone. Anzi, nelle diciannove tracce si può solo trovare un sentimento “disturbante” in grado di spingere chi si è messo all’ascolto a proseguire brano dopo brano nella speranza di ritrovare un “porto sicuro”. Prendiamo ad esempio Continuum: si ha la netta impressione di essersi imbucati alla celebrazione di un culto sconosciuto che sazia i suoi fedeli a suon di feedback, distorsioni e lancinanti lamenti elettronici. Nulla appare per quel che è sebbene la musica sia tutt’altro che eterea e suoni come mai terrena e terrestre. Il mio invito è quello di concedersi la curiosità di ascoltare Normale almeno una volta. (Matteo Ceschi)

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LEWISLAND: DALLA MOTOWN AL SOUND GLOBALE

Vi abbiamo fatto aspettare ma ne è valsa la pena… eccoci qui, con il nuovo numero di INDIANA MUSIC MAGAZINE! Un’uscita di cui siamo particolarmente felici, merito anzitutto di Lewisland, della sua simpatia e della generosità che ci ha dimostrato nell’intervista a lui dedicata: Lewis Enwegbara, cantante, songwriter, rapper e polistrumentista di origine nigeriana trapiantato in Friuli Venezia Giulia, ci racconta qui la sua variegata esperienza di artista, dalle origini fino al suo ultimo lavoro (Fast Forward), passando per attività live, aneddoti, artisti di riferimento e molto, molto altro. Diversi consigli di ascolto, poi, per soddisfare la vostra voglia di novità, ed una succosa novità che riguarda nientemeno che Rick Rubin, uno dei produttori più noti del pianeta. Cliccate sulla copertina, non sarete delusi!

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PAOLO RICCA: FANTASIA E IMPROVVISAZIONE ASPETTANDO I SOFT MACHINE

Rieccoci qui, ad augurarvi una buona estate con il ventottesimo numero di INDIANA MUSIC MAGAZINE, un’uscita di cui siamo particolarmente orgogliosi per la ricchezza dei contenuti: grazie quindi a Paolo Ricca, compositore e arrangiatore torinese che non si è certo risparmiato per questa interessantissima intervista che qui vi proponiamo, in cui si spazia per gli anni ’70, il nuovo disco Mumble, la collaborazione con John Etheridge dei Soft Machine, e molto altro. A seguire una scorpacciata di recensioni e consigli per i vostri ascolti estivi: con Liz Vice, Meganoidi, Foscari, Cimini, Postino e Belize sarete in ottima compagnia, parola di Indiani! Non vi resta che cliccare sulla copertina qui sopra, e buona lettura.

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