Tag Archives: 1970s rock

AMERIGO VERARDI, HIPPIE DIXIT, THE PRISONER REC. 2016

In questo doppio album dell’artista pugliese c’è molto indie rock anni Novanta ma l’istinto mi spinge più in là di così fino a riabbracciare lo spirito libero di Volo magico di Claudio Rocchi. Quindi ci sono gli anni Novanta ma anche molto più – forse, a ben vedere, solo loro – gli anni Settanta con tutte le loro sfumature/contraddizioni musicali e culturali. Mentirei spudoratamente se annunciassi semplicemente di essere di fronte a un buon album: Hippie dixit spinge il critico e l’ascoltatore a sbilanciarsi ben oltre il già sentito dire, fino a perdersi nelle sue complesse ed affascinanti pieghe sonore. La suite intitolata L’uomo di Tangeri, brano che apre le danze, è un esplicito invito a testare di persona l’incognita del viaggio, sia esso quello fisico o quello trascendentale che inevitabilmente ne consegue. Riprendendo la lezione di Rocchi, Amerigo Verardi non si pone limiti fisici all’esplorazione e così facendo dilata in tutte le direzione le sensazione che nutrono e accompagnano il viaggio. I richiami world non spiccano ma servano a fortificare le fondamenta dell’album in una maniera che non potrà che risultare sorprendente. Brindisi dedicata con cosciente coscienza sentimentale alla natia città abbatte il tabù di Lou Reed e sfronda il rock contemporaneo da ogni residuo pudore nei confronti del passato. Le cose non girano più e A me non basta, con la loro essenza “terrena” chiudono di fatto la tracklist di un percorso affascinante che, però, si percepisce idealmente non accetta la parola “fine”: Amerigo Verardi, si lascia così alle spalle il compiuto e comincia già ad ipotizzare e figurarsi forme e dimensioni dell’incompiuto all’orizzonte. Hippie dixit, un disco coraggioso come la scoperta di un continente. (Matteo Ceschi)

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FARGO, INVISIBLE VIOLENCE, GREYWOLF RECORDS INC. 2016

Invisible Violence

Il paroliere Massimo Monti scrive traendo ispirazione dall’opera di Slavoj Zizek dedicata alla violenza e al lato più oscuro della psiche umana. Fabrizio Fargo Friggione, esegue, interpreta e canta con passione e trasporto i sentimenti e le inquietudini che muovono l’animo del suo socio artistico. Partendo da queste semplici informazioni, si intuisce che Invisible Violence è un album che va ascoltato e non messo su per il gusto di accompagnare i momenti della giornata che scorre. Il mood sonoro è quello di un rock a stelle & strisce à la Springsteen che non disdegna di prendere quel che gli serve per arrivare al pubblico sia dal passato più lontano che da quello più recente: in Noir Desir, terza traccia del disco, il sound dei Seventies, si “sporca” con quello dei Nineties accarezzando il desiderio di ruvidezza di un certo grunge (vedi Mark Lanegan). Nel complesso un lavoro ben prodotto che regalerà soddisfazioni a chi lo saprà lasciare entrare. (Matteo Ceschi)

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KADAVAR, BERLIN, NUCLEAR BLAST/TEE PEE REC. 2015

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Senza girarci troppo intorno, Berlin, terza fatica dei tedeschi Kadavar (mi raccomando, non fatevi intimorire troppo dal nome horror!), sale in cima alla lista delle mie personali preferenze del 2015. Se a ciò aggiungiamo una copertina (opera della fotografa Elizaveta Porodina) degna dei migliori e più spinti “Seventies Dreams”, rischiamo di raggiungere una perfezione pitagorica dai risvolti mistici e misticheggianti. Deliri a parte, con l’album che prende il nome dalla città natale Lupus Lindemann, Tiger Bartelt e Simon Bouteloup riescono ad alzare ulteriormente l’asticella rispetto ai precedenti ed ottimi lavori, in particolare Abra Kadavar del 2013.

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Appurato che il modello rimane quello di un hard rock duro & ruvido, un po’ à la Sons of Anarchy, se me lo concedete, bisogna proprio ammettere che il trio tedesco è riuscito ancora una volta a stupire quanti già avevano gridato al miracolo. Rispetto al passato più recente il sound si dilata fino ad abbracciare, in occasione della potente Last Living Dinosaur, le ragioni di una potenza psichedelica dai rivolti dark. Con The Old Man, invece, la band vira verso umori decisamente più popular – ma non per questo scontati – e strizza l’occhio alla semplicità assassina dei KISS, per poi decollare in direzione di una galassia sonora di cui avevamo perso memoria e coordinate. A completare il capolavoro, se non bastasse, arriva, infine, la bonus track, Reich der träume: il brano, un’epica cavalcata verso l’empireo che molto si avvicina alle atmosfere sospese di Nel corso del tempo di Wim Wenders, sboccia all’improvviso offrendo all’ascoltatore la possibilità di sbirciare nel futuro di una delle band più promettenti del Vecchio continente. (Matteo Ceschi)

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FRASER A. GORMAN, SLOW GUM, MARATHON ARTISTS 2015

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23enne di Melbourne, amico di Courtney Barnett – con la quale condivide etichetta ed alcuni stilemi, e spesso e volentieri anche il palco – Fraser A. Gorman debutta con Slow Gum, un album che ha in Bob Dylan, Neil Young, The Band, l’Americana e il miglior folk-roots anni ’70 la principale (ma non unica) fonte d’ispirazione, insieme a qualche richiamo black. Basta guardarlo, nelle numerose foto seppiate o in bianco e nero, coi riccioli alla Dylan, le giacche di jeans o i maglioncini anni ’70, per vedere tutto il suo amore per la tradizione musicale a stelle e strisce: chitarra acustica, lap-steel, organo hammond o piano rhodes, armonica e melodie senza tempo fanno il resto, eppure non è semplice revival. C’è a volte un sottile piglio ironico, uno sguardo stralunato, un modo un po’ svogliato e un’aura vagamente crepuscolare, che a tratti ricordano un certo Lou Reed, il più delle volte suonano originali; c’è, soprattutto, una grande capacità e scioltezza nella scrittura di testi dal fascino indiscutibile, soprattutto laddove sono musicati nella maniera più scarna.  L’album vacilla leggermente in alcuni pezzi della parte centrale, offrendo le sue perle, invece, all’inizio e alla fine: Big Old World, l’acclamato singolo Book Of Love e la struggente, conclusiva Blossom & Snow, i brani più schietti ed essenziali. (Elisa Giovanatti)

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THE STRANGE FLOWERS, PEARLS AT SWINE, AREA PIRATA 2015

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Perle ai porci. Sono quelle che gli Strange Flowers hanno distribuito in qualche decennio di carriera, forse senza trovare quello che sarebbe stato un giustissimo riconoscimento. Altre 11 perle arrivano con questo settimo album, magistrale riassunto del percorso della longeva band pisana, ma anche portatore di qualche novità, come il fondamentale ingresso nella line up di Giacomo Ferrari alle tastiere, che rinnova con molta sensibilità e senza scossoni le sonorità dei nostri. Amanti di pop beat, garage rock, psichedelia, Beatles, Neil Young, Pink Floyd, sixties e seventies, troveranno di che divertirsi fra queste 11 bellissime tracce: i vertici del disco si toccano con Watching The Clouds From A Strawberry Tree e la conclusiva, più dilatata, Twins, ma ben oltre la media sono davvero tutti i brani di Pearls At Swine, a cominciare da Alice Stealing Rainbows e Rose Lynn, che nella loro diversità sono entrambe gioielli di melodia e arrangiamenti. Un album vero, sincero, che risveglierà in voi ben più di un ricordo musicale. (Elisa Giovanatti)

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SIENA ROOT, PIONEERS, GAPHALS/CLEOPATRA RECORDS 2015

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Il bollino dorato che accompagna l’uscita sul mercato statunitense del sesto album della rock band di Stoccolma riporta con sicurezza la seguente dicitura “Un massiccio mix di Deep Purple & Iron Butterfly.” A ben vedere, però, questa etichetta a uso e consumo del mercato discografico, non rende del tutto l’idea di cosa ci si possa aspettare da Pioneers. L’album – otto brani più una ben riuscita cover di Whole Lotta Love degli Zeppelin – infatti, più che fare riferimento a delle band in particolare guarda piuttosto a quel mood sonoro, assai diffuso a cavallo tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta, che inaugurò la stagione dell’hard rock. Qua e là i segni del lato più ruvido ed aggressivo delle sonorità psichedeliche servono a reggere la mole culturale incombente dei Seventies come si può facilmente constatare con l’ascolto della lunga e ed epica In My Kitchen, il momento più ispirato di tutto il lavoro. Per il resto il disco sembra incolonnarsi senza particolari guizzi con le armate rock scandinave che a partire dai Graveyard stanno colonizzando con la foga di antichi conquistatori tutte le lande europee. Produzioni analogiche ineccepibili non fanno che esaltare ancora una volta le qualità dei maestri svedesi. (Matteo Ceschi)

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WILD EYES, ABOVE BECOMES BELOW, HEAVY PSYCH SOUNDS REC. 2014

Wild Eyes-Above Becomes Below

Ammettiamolo, a balzare subito all’occhio e all’orecchio è l’originale formazione di questa heavy-psych-rock band di San Francisco. A guidare le scorribande elettriche verso confini solo in parte intuibili al momento di esercitare la pressione sul tasto PLAY è, infatti, una voce femminile, quella della brava e grintosa Janiece Gonzales. La scelta di avere una lead singer al posto di un barbuto individuo innamorato della più nota marca di bourbon a stelle & strisce inevitabilmente richiama alla memoria i concittadini Jefferson Airplane, sebbene registro vocale – più simile a Rachel Nagy dei Detorit Cobras che a Grace Slick – e sound spingano la matrice psichedelica verso forme espressive più vicine all’hard rock degli anni Settanta che non agli insegnamenti lisergici dei Sixties. Nel complesso l’album, un lungo EP di ventisette minuti, non solo regge bene la prova dell’ascolto ma sa persino richiamare in ognuno di noi quel pizzico di “selvaggio” che la quotidianità tende continuamente a reprimere con grande profitto di psicologi e psichiatri. (Matteo Ceschi)

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SAMSARA BLUES EXPERIMENT, WAITING FOR THE FLOOD, ELECTRIC MAGIC 2013

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Echi d’oriente e mood brahminici elevano il rock-blues dei tedeschi Samsara Blues Experiment a vette sonore irraggiungibili lambite solo da possenti venti psichedelici. L’esperienza di questo album è paragonabile alle gioie e alle fatiche di un trekking sull’Himalaya e lascerà un pieno senso di appagamento. Le quattro tracce salgono gradualmente in quota lasciando all’ascoltatore il tempo di acclimatarsi e di gustare le suggestioni di paesi e culture antichi. I Samsara hanno lavorato come sherpa in analogico per produrre un disco che, tra mille riferimenti musicali, ha la ferma convinzione di volere aprire nuove vie alla sperimentazione. La voce di Christian Peters, un’assoluta novità perché distante da ogni codice e schema canoro, eleverà anche voi sulla cima del tetto del mondo. <Namasdé.> (Matteo Ceschi)

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UGOSTIGLITZ, UGOSTIGLITZ, 2014

Ugostiglitz

Con un nome ispirato a uno dei più recenti film di Quentin Tarantino la band non può che destare curiosità nel pubblico sintonizzato all’ascolto. Tralasciando i pur accattivanti riferimenti cinematografici, però, ci sia accorge che del personaggio di Bastardi senza gloria, il quartetto mantovano ha preso molto più del solo nome: su una robusta matrice rock-blues che molto deve alla esperienze dei primi anni Settanta affiorano vagiti funk che ampliano enormemente la proposta musicale della band rendendola decisamente più aggressiva. Gli Ugostiglitz, comunque li vogliate prendere, rimangono profondamente rock nella misura in cui fanno della spontaneità e della naturalezza dell’atteggiamento sonoro non un marchio di fabbrica ma un’ostinata ragione di vita. Contraddirli non sarebbe una saggia mossa! (Matteo Ceschi)

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