Tag Archives: acustica

CALAVERA, FUNERALI ALLE HAWAII, LIBELLULA 2016

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Quando recensisco un disco spesso mi piace condividere la mia esperienza dell’ascolto, collegare la mia vita con il momento in cui schiaccio play, e raccontare “in diretta” le emozioni che mi suscitano le canzoni. Qualche settimana fa, attratta dalla curiosa copertina, dall’altrettanto curioso titolo e fiduciosa in chi mi aveva inviato il Cd (evviva, esistono ancora i Cd!), decisi di ascoltare Funerali alle Hawaii di Calavera mentre…stiravo. Sì, spesso l’accensione dello stereo va di pari passo con il tasto on della “stirella”, perché tenendo famiglia “capita” di dover fare più cose in contemporanea. Dunque, dopo aver cominciato ad apprezzare le prime tracce arriva la n. 4, Le case d’inverno, che dopo un’introduzione strumentale dilatata e distorta parte con un ritmo incalzante e arriva la voce di Valerio Vittoria-Calavera che dice : “C’è una luce giallognola e amara che si accende ogni pomeriggio sulla testa di una madre che stira”. Beh, la coincidenza non è passata inosservata e mi son detta : “Dici a me, proprio a me?”. Il brano cambia di nuovo nella parte finale introducendo sonorità trip-hop. Le case d’inverno in realtà è una canzone di Luca Carboni del 1989, ma Calavera la fa sua rendendola meno minimalista e ovviamente più moderna. In Come i fiori il cantautore siciliano riprende in parte il tema, dedicando il brano alla madre scomparsa dieci anni fa: il funerale è il suo, e Valerio lo trasforma in un momento festoso e pieno di speranza, come lo sono le cerimonie alle Hawaii. Tutto l’album è permeato da una delicatezza malinconico-nostalgica, da pennellate intimiste, a volte più scure (ottima la 70s Mentre dormi), sostenute dalla produzione consistente curata da Carlo Barbagallo che inserisce drum machine, potenti riff di chitarra, synth e un’importante presenza del basso. Le tre anime, cantautorale-pop-acustica, rock ed elettronica, convivono in perfetto equilibrio. Funerali alle Hawaii è un album da ascoltare e riascoltare…al di là delle faccende domestiche! (Katia Del Savio)

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PILLOLE INDIANE, TRE PROGETTI ARTISTICI DA TENERE D’OCCHIO

E’ liberamente ispirato”a Frankenstein di Mary Shelley, Frank (etichetta Dischi Obliqui), l’ultimo lavoro  dei vicentini Nova Sui Prati Notturni (Federica Gonzato, Gianfranco Trappolin, Giulio Pastorello  e Massimo Fontana). Il disco è uscito nel 2014, ma è giunto a noi solo ora, e vista la bravura del quartetto sarebbe stato un peccato non parlarne. I NSPN propongono un interessante, evocativo post-rock: basterebbero i brani strumentali, il cinematografico Elettricità e Victor con il suo sorprendente finale impazzito, a lasciarci trascinare senza meta nel dilatato, viscerale mondo sonoro di Frank, opera rock che il gruppo porta in scena con l’accompagnamento di video e con l’aiuto di una macchina “che macina schermografie fluorescenti su ingranaggi dorati in cilindro di plexiglass”. Dalla new-wave del singolo Code all’hard-rock con venature dark di Seven in mezzo passano suggestioni, graffi, squarci, momenti melodici e follie sonore. Da non perdere.

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Le Ernest’s Liver non si fermano mai. Dal maggio dell’anno scorso, quando pubblicarono il loro primo, omonimo, EP, hanno continuato a produrre la loro musica e a pubblicarla immediatamente su Bandcamp. L’ultima fresca fatica si chiama Pale Blue Eyes, dove le tre ragazze non nascondono il loro amore per Velvet Underground e Lou Reed, mentre in I bet that you where born arrivano le suggestioni smaccatamente dylaniane. Entrambi i riferimenti artistici sono presenti anche nel resto delle produzioni dei trio formato dall’italo-americana Aileen, voce e chitarra armonica, da Vally (sax, clarinetto, tastiera) e da Gloria (batteria e voce). Le ragazze arrivano da Praticello di Gattatico (RE), ma la loro residenza ufficiale sembra essere il Greenwich Village: il loro primo EP vanta titoli come la folk-rock Allen Ginsberg, la ballata acustica strumentale dedicata alla Pivano Fernanda Revisited o la conclusiva Bob Dylan’s Dream. Nelle scorribande sonore delle Erne’st Liver non mancano brani garage e blues! Ah, il fegato (liver) è quello di Ernest Heminguay.

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“Fiori finti talmente belli da sembrare veri/fiori veri talmente belli da sembrare finti”. Questo è l’inizio dell’album e del brano Avventure umane particolari, un pop divertente che non si vuole schiodare dalla testa. L’album di debutto di Alessandro Casalis è un insieme di cartoline pop-rock spedite dalla vita quotidiana fatta di incertezze (Avventure umane particolari), di abbandoni (La festa), di insicurezze (Invisibile), di bilanci (Questa vita) trattati con leggerezza, ironia e disincanto. In Alieni vestiti da impiegati Alessandro si trasforma  in un cantante folk-rock nel solco della tradizione dylaniana-de gregoriana. L’album contiene anche due brani strumentali: la pillola elettronica L’atterraggio (alieno?) e il conclusivo, etereo, Sunday Morning.

(Katia Del Savio)

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QUATTRO PICCOLI CONSIGLI INDIANI

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Oggi vi parlo di alcune interessanti produzioni uscite in queste settimane che meritano di essere segnalate. Ascoltare How to erase a plot (Lady Sometimes Records) è come entrare in un sogno dalla trama poco definita, dai contorni vaghi, uno di quei sogni di cui dimentichiamo quasi tutto al risveglio, ma che ci lasciano sensazioni positive. Tutto questo è opera di Armaud, nome esotico dietro il quale si nasconde un’italiana emigrata in Olanda (Paola Fecarotta) e due musicisti che sono ormai entrati a far parte del progetto, Marco Bonini e Federico Leo. Il trio propone un delicato e ipnotico dreampop cantato in inglese che privilegia l’elettronica, ma non disdegna passaggi acustici. Si chiamano Nova Lumen, vengono da Torino e ci fanno fare un bel tuffo negli anni ’80 con Assurdo Universo, album d’esordio che fa seguito a due EP. Pubblicato dall’etichetta Gente Bella, il disco è ben rappresentato dal singolo (e primo brano) Ambrosia, uscito la scorsa estate: raffinato synth pop con venature new wave; un filone sonoro che sta prendendo piede fra molte band nate negli ultimi anni. Si intitola Portland (Caipira Records/Musica Distesa) ed è stato prodotto da Giuliano Dottori (ex Amour Fou) l’album d’esordio del toscano David Ragghianti: nove affreschi di cantautorato folk-pop da ascoltare accoccolati sulla poltrona con tanto di coperta e fuocherello: disco soffice, con poche impennate (La bella I prati che cercavo, che apre l’album, è la più incisiva) ma decisamente piacevole. Concludo questa carrellata di “consigli della settimana” con Nightingale (Spring Hill Music), l’album, uscito in realtà qualche mese fa, che ha permesso alla sua interprete, Giuditta Scorcelletti, di essere candidata ai prossimi Grammy Awards nella categoria folk. Il delicatissimo lavoro dell’artista toscana è frutto della collaborazione con Alessandro Borgi (chitarra acustica) e con gli statunitensi Michael Hoppé (produttore e compositore incontrato per caso mentre Giuditta suonava per strada a San Giminiano) e David George (autore dei testi). Flauto e violoncello contribuiscono a fornire un’atmosfera fiabesca al tutto. (Katia Del Savio)

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