Tag Archives: African music

CESARE BASILE, U FUJUTU SU NESCI CHI FA?, URTOVOX 2017

Sono passati ad occhio e croce due anni dall’ultimo lavoro del musicista siciliano. Mese più o mese meno. Ed ecco, quando meno te lo aspetti, che Cesare Basile torna a farci visita con un album densamente popolato dalle voci della terra d’origine: U fujutu su nesci chi fa? va però ben oltre la semplice claustrofobia dialettale per spingersi ancora una volta verso una definizione che non potrebbe essere altro che mediterranea. Il Mare nostrum, intendiamoci, è inteso da Basile come un’area comune d’incontro senza limitazioni al meticciato culturale e alla comunicazione, un concetto egregiamente espresso da un brano come Ljatura, un’ipnotica melodia che idealmente si protende ad abbracciare la saggezza dei griots africani e il sudore esistenziale dei bluesmen neri americani. Se con U scantu la tradizione sonora isolana per un istante si rafforza, bastano pochi minuti per tornare con la title track ad abbracciare le infinite sfumature della world music che strizza l’occhio al rock. Senza cercare forzati paragoni con cose già ascoltate, il disco di Cesare Basile si presenta come null’altro che un invito a spogliarci dei pregiudizi per poter infine ballare più liberi e leggeri. (Matteo Ceschi)

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ADRIANO VITERBINI, FILM |O| SOUND, BOMBA DISCHI/GOODFELLAS 2015

viterbini

Molta della bellezza di questo secondo lavoro solista di Adriano Viterbini (voce e chitarra del progetto Bud Spencer Blues Explosion) risiede nella delicatezza e nella precisione dell’approccio: che si accosti pezzi di altri artisti o che proponga brani autografi, Viterbini lo fa in modo rispettoso, consapevole, maturo e personale. Il risultato è un viaggio affascinante, quasi tutto strumentale, che percorre in lungo e in largo la geografia mondiale, nel solco del blues ma con orizzonti aperti alle più disparate influenze. Le ritmiche tuareg sono lo spunto di Tubi innocenti, prima tappa di Film |O| Sound (il titolo del disco, a proposito, è un evidente gioco sul nome del proiettore a bobine degli anni ’40, usato qui come amplificatore). Andiamo nell’Africa nera con la successiva Malaika, brano interpretato tra gli altri da Harry Belafonte e Miriam Makeba, proposto qui in una versione essenziale, con la melodia affidata alla tromba di Ramon Caraballo, uno dei tanti artisti ospiti, e siamo ancora in Africa anche con la bella Tunga Magni di Boubacar Traore. Straordinarie Nemi, Solo perle, Welcome Ada (con Bombino) e Bakelite, che ci portano in terre aride e desertiche, e non senza una buona inclinazione per un’evocatività cinematica, confermata anche dalla dolce cover di Sleepwalk, grande classico di Santo & Johnny, che qui incontra qualche tocco di psichedelia e un sorriso. L’America a stelle e strisce è omaggiata anche nell’unico pezzo cantato del disco, Bring It On Home, con Alberto Ferrari dei Verdena alla voce, per una versione tutta da ascoltare del classico di Sam Cooke. Il viaggio si conclude su una rivisitazione morbida, delicatissima e sognante di un’altra pietra miliare, Five Hundred Miles. Un lavoro consigliatissimo, in cui Viterbini riassume le sue grandi passioni, tutte tenute sotto un velo meravigliosamente elegante. (Elisa Giovanatti)

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CESARE BASILE, TU PRENDITI L’AMORE CHE VUOI E NON CHIEDERLO PIÙ, URTOVOX 2015

Cesare Basile_easy

Un disco dai suoni antichi e marginali che inevitabilmente guarda al blues, quello più dannato e scarno, come a un modello, ancor prima che sonoro, di vita. In quest’ottica, la scelta del dialetto siciliano – l’artista ha fatto da alcuni anni ritorno nell’isola natia – pare supportare l’evidente sforzo di trovare nel passato la forza di affrontare il presente. Tutte le canzoni dell’album racchiudono una storia e dei personaggi che, proprio grazie a questa volontà di profondità storica, prendono forma tra le singole note fino a spingersi dentro l’intimità dell’ascoltatore. Con Tu prenditi l’amore che vuoi…, Cesare Basile pare fare proprio il concetto di schizofrenia contemporanea e vivere al contempo i panni di narratore e soggetto narrato. Attingendo a una tavolozza sonora agrodolce in cui fanno capolino persino i vivacissimi colori dell’Africa, il musicista non solo restituisce alla contemporaneità un passato degno di questo nome ma riesce anche, come in occasione di La libertà mi fa schifo se alleva la miseria, a liberare un sano sdegno rivoluzionario nei confronti delle tante, troppe, cose che non funzionano come vorremmo (Matteo Ceschi)

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