Tag Archives: Americana

WHITNEY, LIGHT UPON THE LAKE, SECRETLY CANADIAN 2016

Whitney-Light-Upon-The-Lake-Album-Cover

Arrivo con un certo ritardo alla scoperta di Light Upon The Lake, ma per fortuna ci arrivo, e farlo d’estate, con tutto quello che l’estate si porta dietro (il caldo, la spossatezza, la voglia di vacanze e di evasione) non è affatto male. Anche perché questo disco è perfetto da ascoltare in macchina col finestrino abbassato, nei vostri stanchi vagabondaggi pre vacanzieri, e capita anche che ci faccia dimenticare di essere in una tangenziale milanese trasportandoci per un po’ nelle sconfinate lande americane, con il sole battente e il vento che scompiglia i capelli. I protagonisti sono Max Kakacek, ex chitarrista degli Smith Westerns, e Julien Ehrlich, ex batterista degli Unknown Mortal Orchestra, qui anche voce. La voce, ecco, bisogna dirlo subito: un falsetto a volte un po’ mieloso, che o ti piace subito o non ti piace. Il duo, coadiuvato da un buon numero di altri musicisti, fra cui William Miller con il suo prezioso contributo ai fiati, si è formato l’anno scorso ed esordisce inserendosi perfettamente nella tradizione del folk-rock più classico: il pensiero va immediatamente agli anni ’70 (Neil Young, The Band), ma anche a Jeff Tweedy e i suoi Wilco, se vogliamo avvicinarci ai nostri giorni. No Woman, il primo soave brano, è di una luce abbagliante, e per intensità emozionale è di sicuro uno dei vertici di questo album. Si procede poi speditamente, in un delicato soft-rock fatto di piccole miniature, pezzi di pochi minuti dalla scrittura squisitamente melodica, infarciti di Americana e CSN&Y (la bellissima titletrack), di speranze, spensieratezza e insieme nostalgia, ma sempre a finestrino abbassato (No Matter Where We Go). Niente di rivoluzionario, intendiamoci, semplicemente un bellissimo disco. Serve altro? (Elisa Giovanatti)

 

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CORB LUND, THINGS THAT CAN’T BE UNDONE, NEW WEST REC. 2016

Corb Lund

Ascoltando Things that Can’t Be Undone si ha subito la piacevole sensazione di essere stati iniziati a un viaggio, un cammino lungo e faticoso, verso le radici sonore nord-americane, un tragitto che al contempo pare capace di colorare cartoline in b&w in cangianti diapositive a colori 2.0. Il canadese Corb Lund, bisogna ammetterlo, suona decisamente più americano del più incallito Kentucky kid sciorinando una sequenza di baldanzosi brani country-rock – volete chiamarle ballads, fatelo pure! – che solo qua e là si concedono divagazioni Seventies verso quella che potremmo azzardare a definire una tarda vena psichedelica folk. Per tutta la lunghezza dell’album Lund vuole accompagnare l’ascoltatore alla scoperta di angoli nascosti dove la passione sembra sgorgare ovunque in refrigeranti fiotti creativi. Dotato di una voce pacata ma non per questo priva di profondità, il cantautore dell’Alberta riesce ancora a sorprendere quanti pensavano di avere appreso tutto quanto necessario della tradizione americana. Sadr City, e Talk Too Much, brano che abbraccia incondizionatamente il pop-rock dei Sixties, sapranno forse catturare più di altre tracks le fantasie di noi cowboy di città! HYIIIII AHHHH! (Matteo Ceschi)

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PHILL REYNOLDS, LOVE AND RAGE, LOCOMOTIV RECORDS 2015

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Dopo due Ep e due split (quello con Threelakes recensito su Indiana a inizio anno) ritroviamo con piacere Phill Reynolds, che torna con quello che ufficialmente è il suo primo album, e un po’ stupisce che si tratti dell’esordio solista, vista la maturità dell’artista vicentino (all’anagrafe Silva Cantele) e la quantità di concerti alle spalle, divisi tra Italia, Europa e States. Love And Rage, amore e rabbia, è il titolo di un album che narra l’umanità dei vinti, degli ultimi, ma che – nelle parole dello stesso Reynolds – cerca anche la luce, nella fisicità dei baci, nei legami sacri dell’amicizia, nei percorsi di liberazione personale e collettiva. Cercarvi poi una semplice dualità sonora, oltre che tematica, è facile ma non del tutto appropriato, anzi un po’ superficiale, perché le sfumature in gioco sono moltissime e la profondità di sguardo di Reynolds non se le lascia certo scappare. Armato di chitarra e banjo, l’artista indaga le pieghe dell’animo umano con grande sensibilità, muovendosi in una gamma espressiva folk-blues che assimila e reinterpreta felicemente la tradizione d’oltre oceano. La vocalità profonda, striata da una onnipresente malinconia, arricchisce in ugual modo l’impegno di pezzi come Freedom’s Path o l’introspezione di ballate come Black Sea, muovendosi nello spettro dei sentimenti umani con una disinvoltura degna di un artista consumato. Ottimo piglio da cantastorie e buona capacità compositiva per dieci brani che val la pena di ascoltare. (Elisa Giovanatti)

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FRASER A. GORMAN, SLOW GUM, MARATHON ARTISTS 2015

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23enne di Melbourne, amico di Courtney Barnett – con la quale condivide etichetta ed alcuni stilemi, e spesso e volentieri anche il palco – Fraser A. Gorman debutta con Slow Gum, un album che ha in Bob Dylan, Neil Young, The Band, l’Americana e il miglior folk-roots anni ’70 la principale (ma non unica) fonte d’ispirazione, insieme a qualche richiamo black. Basta guardarlo, nelle numerose foto seppiate o in bianco e nero, coi riccioli alla Dylan, le giacche di jeans o i maglioncini anni ’70, per vedere tutto il suo amore per la tradizione musicale a stelle e strisce: chitarra acustica, lap-steel, organo hammond o piano rhodes, armonica e melodie senza tempo fanno il resto, eppure non è semplice revival. C’è a volte un sottile piglio ironico, uno sguardo stralunato, un modo un po’ svogliato e un’aura vagamente crepuscolare, che a tratti ricordano un certo Lou Reed, il più delle volte suonano originali; c’è, soprattutto, una grande capacità e scioltezza nella scrittura di testi dal fascino indiscutibile, soprattutto laddove sono musicati nella maniera più scarna.  L’album vacilla leggermente in alcuni pezzi della parte centrale, offrendo le sue perle, invece, all’inizio e alla fine: Big Old World, l’acclamato singolo Book Of Love e la struggente, conclusiva Blossom & Snow, i brani più schietti ed essenziali. (Elisa Giovanatti)

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OLIVIA JEAN, BATHTUB LOVE KILLINGS, THIRD MAN REC. 2015

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Direttamente dall’operosa e magica corte musicale di Jack White, arriva sui vostri stereo il debutto solista della polistrumentista Olivia Jean. Dopo un passato da sidewoman in televisione e sul palco, e un ruolo centrale con le Black Belles, sempre per l’etichetta Third Man, la brava Olivia si cala svelta nei panni della frontwoman e sgretola con poche note le certezze della concorrenza. Lasciati da perdere gli inquietanti avvenimenti evocati dal suggestivo titolo, il disco comincia a salire in quota rivelando all’ascoltatore un talento puro e libero da ogni condizionamento sonoro: accanto agli anni cinquanta fanno capolino richiami alle lussureggianti atmosfere dei Caraibi, al folk-rock, alle rudi maniere delle garage bands e persino alle inquietudini delle riot girls. Il tutto è assemblato con grande maestria, spesso, addirittura, nella stessa traccia, tanto da risultare sempre originale e mascherare l’ingombrante presenza di Jack White, produttore attento e parsimonioso sideman nella sola Cat Fight. Olivia dimostra di avere studiato bene la storia, ma il passaggio dell’esame di maturità sembra avere lasciato in lei solo un ricordo sbiadito su cui incidere liberamente graffianti fraseggi e ipnotiche melodie. La scarna e poetica Haunt Me è un perfetto manifesto di popular music – con suggestioni à la Exile on the Main St. o à la Bryter Layter – tanto da rivelare che certi musicisti contemporanei sono in grado di cancellare ogni debito con chi li ha preceduti e di allungare il passo verso nuovi territori sonori. Senza timore di essere smentito, annuncio che il migliore disco rock dell’anno suona tutto al femminile. (Matteo Ceschi)

 

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LERA LYNN, THE AVENUES, LERA LYNN MUSIC 2014

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Innovare e risultare originali pur rimanendo legati alla tradizione è una delle imprese più difficili per un artista. Lera Lynn, giovane stella del folk country rock originaria di Houston, ci riesce e lo fa in una maniera tutta sua che fa gridare al miracolo. <WOW!> Assurta agli onori della cronaca d’oltreoceano per l’ospitata al David Latterman Show, la Lynn nel giro di pochi mesi è uscita con tre album uno più bello dell’altro (tutto, e ne siamo molto grati, in free-download sulla piattaforma NoiseTrade.com) sfidando ogni sensata legge di mercato. Il coraggio ha pagato, possiamo oggi affermare, e ha regalato al pubblico una voce che, senza timore di venire fulminati, suona in maniera originalissima come un’evoluzione tutta al femminile del Bob Dylan di Self Portrait. Il legame con le radici del folk c’è e non viene nascosto, così come fece agli esordio Sheryl Crow, ma invece di risultare una pesantissima palla al piede si trasforma in un flessibile trampolino di lancio verso la nota che deve essere ancora suonata. Individuare un brano piuttosto che un altro è un’impresa quantomai ardua nel caso di The Avenues e dei suoi due gemelli Have You Met Lera Lynn? e Lying in the Sun: il consiglio è di lasciarsi andare agli umori della giornata e scoprire la canzone più adatta a voi. Io, nel momento di scrivere queste righe, ho scelto Standing on the Moon e Letters. (Matteo Ceschi)

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HORSE FEATHERS, SO IT IS WITH US, KILL ROCK STARS 2014

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C’è qualcosa di diverso in questo nuovo capitolo della carriera degli Horse Feathers: non proprio una svolta, ma un cambiamento di toni e colori nettamente percepibile, anche se già avviato in alcuni episodi della produzione più recente della band di Portland. E’ subito chiaro con Violently Wild, pezzo che apre So It Is With Us: da un titolo del genere qualcuno forse si potrebbe aspettare molti scossoni in più, ma chi conosce Justin Ringle e compagni sa che il tempo più veloce, la ritmica, l’arrangiamento non solo curato – come sempre – ma soprattutto luminoso rappresentano una decisa uscita dalla malinconia della gran parte dei loro pezzi, verso atmosfere più distese e leggere. Anche un brano che esprime rassegnazione come Why Do I Try si risolleva con note leggiadre e sognanti di pianoforte, una specie di riacquistata speranza. La fluidità melodica, la qualità del songwriting, le delicate venature roots e country, il clima bucolico che si respira ad ogni nota e la grazia espressa in ogni dettaglio rimangono quelli che già conosciamo, conferendo alla proposta chamber-folk degli Horse Feathers la solita piacevolezza. (Elisa Giovanatti)

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