Tag Archives: artisti italiani

MEGANOIDI, DELIRIO EXPERIENCE, LIBELLULA MUSIC 2018

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Inutile perdersi in presentazioni, meglio lasciare partire Delirio Experience e trovare la giusta lunghezza d’onda per farsi coinvolgere dalla band genovese. Sono passati anni dagli esordi discografici, ma i Meganoidi non sembrano avere perso neanche una caloria dell’energia che li aveva sospinti fuori dall’underground fino ad arrivare all’attenzione di un pubblico più ampio. C’è, evidentemente, l’ombra saggia della maturità su questo sesto lavoro in studio che porta a riflessioni  su quanto accade nella quotidianità a partire dal personale per arrivare fino a una visione più ampia della società. Il rock incalzante di Tutto è fuori controllo è un modo di dare forma alla caos e alla cacofonia di una quotidianità che troppo spesso pare avere perso la bussola. In Bye bye presente, altro pezzo tirato,  prevale invece una visione più sarcastica del mondo: il ritornello bye bye presente mi han detto che hai da fare per carnevale e non mi seguirai la dice tutta sul dramma di una contemporaneità in fuga da se stessa verso un futuro che non poggia su salde fondamenta. A volere cercare a tutti i costi un paragone nel panorama attuale, direi che quest’ultima eccellente fatica dei musicisti liguri si avvicina molto al mood blues-rock di Mike Ness e dei Social Distortion. (Matteo Ceschi)

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FOSCARI, I GIORNI DEL RINOCERONTE, LA CHIMERA DISCHI/TERRE SOMMERSE 2018

Foscari

L’attacco di Particelle, prima track del disco, parte con vaghi richiami agli Smashing Pumpkins per poi aprirsi gioiosamente una finestra sul mondo pop che molto, e dico molto, deve a quel genio che risponde al nome di Cesare Cremonini. Detto questo il disco di Marco Foscari non lascia così facilmente quella radice rock che evidentemente rappresenta una parte importante della formazione del suo autore: Trasparente ne è un ottimo esempio con la chitarra elettrica di Davide Sparpaglia a sostenerne le idee più audaci. Poi, quando meno te lo aspetti, sul finire del disco, arrivano un paio di canzoni “ibride” dall’atmosfera intimista che mantengono alto l’interesse dell’ascoltatore fino all’ultimo secondo: Eliot con le sue pennellate elettriche strizza l’occhio a Samuele Bersani mentre Te lo confesso si perde placidamente tra un ricordo beatlesiano e improvvisazioni vocali à la Pino Daniele. (Matteo Ceschi)

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GENERIC ANIMAL, GENERIC ANIMAL, LA TEMPESTA DISCHI 2018

Il primo disco solista di Luca Galizia, ventiduenne già chitarrista dei Leute che si nasconde dietro il progetto Generic Animal, è per la verità un lavoro di squadra: i testi musicati da Luca arrivano nientemeno che dalla penna di Jacopo Lietti dei Fine Before You Came mentre l’ottima produzione è stata curata da Marco Giudici e Adele Nigro (Halfalib, Any Other). Le tante mani all’opera però non inficiano l’immediatezza del risultato: Generic Animal è un lavoro fresco e insieme malinconico, sfrontato e insieme vulnerabile, proprio come la voce di Luca. È anche stralunato e preciso: l’andamento stiracchiato della voce, le metriche originali, i ritmi sbilenchi e sincopati, i testi nudi e diretti, inizialmente nascondono sotto un’apparenza lo-fi quelle che sono invece scelte più che ragionate; solo dopo un ascolto più attento tutto questo diventa un preciso intento, un utilizzo creativo e interessante di stilemi dalla provenienza più disparata (hip-hop, soul, anche jazz), un impianto sonoro assolutamente contemporaneo e internazionale, mentre proprio quella sensazione irrisolta che deriva da questo insieme tanto sgraziato di parole e arrangiamenti finisce per costituire grande parte del fascino dell’album. L’atmosfera urbana, il grigiore, l’asfalto, la pioggia, ma anche tanta vita e tanto cuore, insomma la quotidianità che si fa racconto, completano poi il quadro di un ottimo lavoro, che può sicuramente fare presa sul pubblico. (Elisa Giovanatti)

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GABRIELE MITELLI O.N.G., CRASH, PARCO DELLA MUSICA RECORDS 2017

Nuovo lavoro di Gabriele Mitelli, interessantissimo trombettista ormai bel noto sul panorama nazionale, Crash è un album che, per scelta, convoglia la creatività del giovane bresciano in tre lunghe suite piuttosto che in singoli pezzi: questo per lasciare più spazio possibile alla pratica dell’improvvisazione, per favorire la libertà d’espressione, per assecondare il flusso di quanto prende corpo strada facendo. Il risultato è un percorso musicale d’assieme – Mitelli è qui inserito in un quartetto di prim’ordine – a cui l’ascoltatore si avvicina prudente, accolto (si fa per dire) da tutta la ruvidezza noise che costituisce l’inizio di Frequency, ma nel quale non può che rimanere intrappolato, grazie ad un’esplosione di creatività ambiziosissima e perfettamente riuscita, in pieno controllo. Le tre suite, passando per incursioni rock e post punk, trovano il modo di omaggiare Sun Ra (anche con richiami espliciti a Lanquidity) e, scelta audace e inaspettata, A tratti dei C.S.I. di Giovanni Lindo Ferretti. Il quartetto all’opera è di altissima qualità, ed è responsabile della creazione di atmosfere acide e psichedeliche: oltre allo stesso Mitelli (pocket trumpet ed elettronica) troviamo alla batteria Cristiano Calcagnile, insieme al quale Mitelli aveva partecipato a Multikulti Cherry On (Caligola Records 2016), bellissimo progetto ispirato a Don Cherry, che del resto sembra essere una delle principali fonti d’ispirazione di questo Crash; quello che sembra un basso è invece la bellissima chitarra baritono di Gabrio Baldacci, mentre l’altra straordinaria chitarra elettrica è quella di Enrico Terragnoli. Lavoro molto denso, merita grande attenzione. (Elisa Giovanatti)

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CUCINA SONORA, EVASIONE, TOYS FOR KIDS RECORDS 2017

Evasione come fuga da un luogo, come liberazione da una condizione opprimente o come leggerezza, disimpegno? Sono, forse, tutte queste cose insieme quelle che si trovano nell’album di Cucina Sonora, il progetto solista di Pietro Spinelli, toscano trasferitosi a Berlino, artista di solidissima formazione classica e di più recenti studi di sound engineering, che ha condiviso il palco con artisti come Aucan e Godblesscomputers. Dialogo fra classico e moderno, fra pianoforte ed elettronica, all’insegna della leggerezza e della solarità, Evasione procede prevalentemente su ritmi incalzanti, sostenuti, una sorta di moto perpetuo in cui Spinelli si trova molto a suo agio (fino a correre il rischio, scampato per un soffio, di ripetersi), ma regala emozioni anche laddove rallenta e lascia emergere sprazzi di umanità e preziosa sensibilità: accade per esempio nella bellissima Dissolution, o anche in Cocktail, unica traccia non strumentale del lavoro, che rivisita con classe il trip-hop degli anni ’90 anche grazie alla voce calda e morbida di Ginevra Guerrini. Una voce si era già sentita per la verità nella precedente Sistema Lunare, che esplora uno dei classici tópoi della tradizione elettronica (la luna, appunto, così come gli astri e lo spazio) avvalendosi della registrazione del “Landing a man on the moon” speech di J.F. Kennedy (’61), così come di altri elementi umanizzanti e robotici insieme (conto alla rovescia, procedure di controllo ecc.). Una sensazione di cerebralità senza freddezza pervade tutto il disco, ed era forse il traguardo più difficile da raggiungere per questo tipo di musica: complimenti quindi a Spinelli, alle sue dita che saltellano e si rincorrono sul pianoforte, al suo approccio leggero – che pure nasconde un grande lavoro – e alla sua voglia di giocare. (Elisa Giovanatti)

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AUDIODRAMA, IL LIMITE, TERRE SOMMERSE 2017

Esordire con un disco e ricordare proprio a cominciare dalla prima traccia dell’album un sound à la Bono & soci può essere un ottimo segnale per il proseguimento di una carriera che deve ancora, ammettiamolo, cominciare. Man mano che la tracklist procede si intuisce, però, che, oltre agli immancabili riferimenti internazionali, la band romana vive e suona una realtà tutta italiana: la title track e Fuoco dentro affondano i fasti del rock in una dimensione più vicina al quotidiano, se vogliamo più a dimensione d’uomo, che ha profonde radici nella tradizione musicale nostrana e che non disdegna una certa introspezione sorniona da cantautori di razza. Un’altra opportunità, dilaniata tra l’imprinting a stelle & strisce dei Foo Fighters e l’azzardo sonoro degli anni Ottanta (nelle tonalità vocali Enrico D’Angelosante ricorda molto Garbo) si stacca chiaramente dalle resto delle sorelle e conquista il trofeo di miglior pezzo dell’opera prima. Se vi capita, fate caso a Il limite.  (Matteo Ceschi)

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ANTUNZMASK, ANTUNZMASK, AUTOPRODUZIONE 2017

Produzione povera, lo-fi, e attitudine punk sono al centro del nuovo album omonimo di Antunzmask, nome d’arte dietro cui si cela il campano Antonio Russo: si tratta di un lavoro autoprodotto, cantato e quasi interamente suonato in ogni strumento dallo stesso Antunzmask nella maniera più ruvida, viscerale e schietta, che si tratti di brani energici come Buongiorno obbligatoriamente o di pezzi a volume più basso come E l’ora sia. Una presenza in nuce di idee originali, su cui lavorare in futuro, si rileva in Radio UFO e Nella tana del Kranio, i due pezzi più sperimentali dell’album, ma personalmente apprezzo molto anche le esplosioni di energia di Forse uno sfogo e Ponda Ponda. La parte più bella dell’album, infine, è forse la sincerità con cui gli amori musicali di una vita intera si riversano nella scrittura di Antunzmask, dall’urgenza espressiva viscerale alla Kurt Cobain fino a certe derive allucinatorie alla Syd Barrett, passando per una vena cantautorale che risente fortemente dell’influenza di De Gregori. (Elisa Giovanatti)

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PULA+, FEATURING PULA, 2017

Una voce non eccessivamente roca – quel tanto da esaltare un mood destinato ad aumentare la ruvidezza della scena hip-hop nostrana – basi dal divertito sapore “casserole” e l’ambizione a spingere il rap nella “dimensione più vissuta” del blues, sono le principali skills dell’album dell’artista torinese. Con questo lavoro autoprodotto, Pula+, una volta annunciato di essere libero dalle altrui volontà – in passato, come ricordato ironicamente nel titolo del disco, tante importanti collaborazioni – può imbracciare la chitarra chiamando alla sua corte quei colleghi capaci nella sua visione artistica di sostenerlo nella non facile impresa di definirsi agli occhi degli altri: ecco allora Ezra, già collaboratore dei Casino Royale, affiancarlo per la produzione dell’album, e i due chitarristi Buzzy Lao (INRI) e Anthony Sasso (degli Anthony Laszlo) a irrobustirne l’evidente spinta live. Inutile cercare di stilare la classifica dei migliori brani della tracklist, qualunque scelta facciate il risultato sarà sempre soddisfacente. A me sono piaciute per l’impronta internazionale e la freschezza dei suoni Cerchio di fuoco e Cappello bianco. (Matteo Ceschi)

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POLARIS, POLARIS, AUTOPRODUZIONE 2016

I Polaris sono Dario Nistri (batteria e voce), Gabriel Di Maggio (sax), Mitch Coda (basso), Andrew Casa Apice (synth) e, in 5 brani, Robert Barrett (chitarra). La loro proposta è difficilmente inquadrabile, racchiude elementi di space rock, progressive, jazz e post rock, ma penso di poter dire che la componente fondante del progetto sia l’attitudine jazzistica (intesa come approccio più che come sound): ne è un macroscopico esempio l’onnipresente sax, ma l’attitudine si manifesta in moltissimi altri dettagli (i tempi, il tocco sulla batteria…) e soprattutto nella vena improvvisativa; i pezzi registrati per questo debutto nascono come vere e proprie jam session, l’attitudine ad esplorare e sperimentare liberamente emerge in ogni momento e la “band” stessa, del resto, è molto più a suo agio nel definirsi progetto piuttosto che gruppo, a riprova di un approccio jazz presente fin nel midollo. Ciò detto, è incredibile come nulla di tutto questo precluda alla altrettanto evidente presenza di numerose altre spinte ed influenze, un background eclettico (dai King Crimson fino ai nostrani Julie’s Haircut) che si respira ad ogni nota, siano quelle inquietanti dell’iniziale Lovers and Giants, quelle ossessive di Cassiopea, quelle acide di Dreamscape o quelle stratificate che compongono il raffinatissimo chiaroscuro di Bible Black, crimsoniana anche nel titolo. Siamo insomma al cospetto di un lavoro (10 pezzi in tutto) incredibilmente denso, complesso, certo non per tutti, ma che può regalare gioie ai più temerari. (Elisa Giovanatti)

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ALDO BETTO’S SAVANA FUNK

È con particolare orgoglio che vi presentiamo il ventitreesimo numero di INDIANA MUSIC MAGAZINE dedicato ad Aldo Betto, artista e chitarrista che nella bellissima intervista qui inclusa si rivela in tutta la sua umana profondità, oltre a raccontarci alcuni dei segreti del suo ultimo, splendido lavoro, Savana Funk. Contaminazioni, migrazioni e una contemporaneità complessa e sempre più sull’orlo del baratro sono qui filtrate da una grande sensibilità artistica, che ci lascia ben sperare sulle possibilità della musica di toccare nel profondo l’animo delle persone. E ci sembra proprio questo il filo rosso che unisce anche i dischi scelti questo mese per la sezione recensioni: Cesare Basile, Giacomo Lariccia e Maxïmo Park completano infatti un numero particolarmente intenso. Come sempre il download è gratuito: cliccate sulla copertina qui sopra, buona lettura!

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