Tag Archives: Audioglobe

LEBOWSKI, DISADOTTATI, LEBOWSKI/AUDIOGLOBE 2015

LebowskiCover

Disadottati possiede tutto quello che un album dovrebbe avere. Lyrics sarcastiche e pungenti; un groove rock-funk-elettronico assassino privo di cadute; e un traccia capace di fare breccia nella memoria di un elefante, Una vita disarmata che a tutti gli effetti potrebbe suonare come l’ideale continuazione di Una vita spericolata di Vasco Rossi. Dall’inizio alla fine i Lebowski – il nome di chiara origine cinematografica, altro motivo per avere in simpatia la band – riescono a tenere sveglio l’ascoltatore con impennate di stile e attacchi al quotidiano incedere delle cose: tutto nella loro musica procede con la vigile convinzione di potere e volere dire qualcosa e con la certezza di riuscire prima o poi – prima, molto prima, nel caso di chi scrive – a conquistare quel giusto livello di attenzione nel pubblico necessario a inculcare la bellezza e le infinite possibilità del linguaggio pop. Gli otto brani – da Rent to Buy alla già citata Una vita disarmata passando per L’incapiente – denotano un’attenzione al matrimonio tra parole e suono facendo sempre coincidere il ritmo verbale con quello strumentale. A volere cercare riferimenti nel passato, i marchigiani Lebowski saccheggiano la genialità dei primi Bluvertigo, di Bugo e dei Velvet Underground ma al tempo stesso vanno fieri di essere allievi di Rino Gaetano. Concludendo, come non rimanere stregati da un album tra le cui rime primeggia il verso ? In pieno stile Grande Lebowski, non vi pare? E, allora, cosa aspettate? Correte a comprare Disadottati! (Matteo Ceschi)

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PHILL REYNOLDS, LOVE AND RAGE, LOCOMOTIV RECORDS 2015

reynolds

Dopo due Ep e due split (quello con Threelakes recensito su Indiana a inizio anno) ritroviamo con piacere Phill Reynolds, che torna con quello che ufficialmente è il suo primo album, e un po’ stupisce che si tratti dell’esordio solista, vista la maturità dell’artista vicentino (all’anagrafe Silva Cantele) e la quantità di concerti alle spalle, divisi tra Italia, Europa e States. Love And Rage, amore e rabbia, è il titolo di un album che narra l’umanità dei vinti, degli ultimi, ma che – nelle parole dello stesso Reynolds – cerca anche la luce, nella fisicità dei baci, nei legami sacri dell’amicizia, nei percorsi di liberazione personale e collettiva. Cercarvi poi una semplice dualità sonora, oltre che tematica, è facile ma non del tutto appropriato, anzi un po’ superficiale, perché le sfumature in gioco sono moltissime e la profondità di sguardo di Reynolds non se le lascia certo scappare. Armato di chitarra e banjo, l’artista indaga le pieghe dell’animo umano con grande sensibilità, muovendosi in una gamma espressiva folk-blues che assimila e reinterpreta felicemente la tradizione d’oltre oceano. La vocalità profonda, striata da una onnipresente malinconia, arricchisce in ugual modo l’impegno di pezzi come Freedom’s Path o l’introspezione di ballate come Black Sea, muovendosi nello spettro dei sentimenti umani con una disinvoltura degna di un artista consumato. Ottimo piglio da cantastorie e buona capacità compositiva per dieci brani che val la pena di ascoltare. (Elisa Giovanatti)

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LIMONE, SECONDO LIMONE, DISCHI SOVIET STUDIO 2015

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Un soffice pop elettronico accompagna i pensieri di Limone, cantautore veneto alla seconda prova discografica. Metafore originali, sarcasmo e ondate di freschezza invadono Secondo limone fin dal primo brano intitolato Qui lo dito e qui lo lego: “Ma sinceramente l’emozione la più intensa l’ho provata quella volta che ho guardato quel servizio a Studio Aperto del gattino molto stanco non scendeva più dal ramo”. Curiosa ad esempio è Capotasto, che utilizza il linguaggio musicale per raccontare la suddivisione delle “porzioni” dell’esistenza: “E se la vita è un’esperienza in 4 quarti/al lavoro io darei una semicroma/all’amore io darei una pausa e un quarto”. Ma la più divertente è Ho deciso di iniziare a leggere, presa in giro di chi deve a tutti costi citare registi, pittori, intellettuali per sembrare più colto: “Bevo da bottiglie di Morandi per disinibirmi/Taglio anche le tende della doccia come fa Fontana”. Se deciderete di ascoltare questo piacevolissimo disco fatto di piccole storie intime e pubbliche, amore e pensieri in libertà non vogliamo togliervi il gusto di scoprire altre strofe che vi faranno sorridere, a volte anche con amarezza (o asprezza, visto che siamo nella famiglia degli agrumi.)… Vi segnaliamo solo uno degli altri titoli che lo compongono per entrare un’ultima volta nel clima del disco: Amanda Knox trova un nuovo coinquilino. Oltre a Limone (Filippo Fantinato), alla voce, al piano, alle chitarre e al synth, hanno collaborato al disco distribuito da Audioglobe Paolo Pigato (basso) e Christian Paganotto (batteria). Da segnalare infine la bella grafica di copertina e del libretto del Cd.  (Katia Del Savio)

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SHILPA RAY, LAST YEAR’S SAVAGE, NORTHERN SPY/AUDIOGLOBE 2015

shilparay

È in strane creature alla Shilpa Ray, cantautrice del New Jersey di base a Brooklyn, che anche nel 2015 il rock ritrova la sua ragion d’essere, e lo fa con un pugno nello stomaco e un ghigno sprezzante. Difficile restare immuni alla schiettezza disturbante e senza compromessi di Last Year’s Savage, album fatto di un blues-rock sporco, dall’anima punk e dalle molte sfumature soul, in cui le ossessioni della Ray – morte, sesso, auto-distruzione, tradimento – ci vengono buttate in faccia senza troppo preavviso, con un’urgenza viscerale, animale, trascinandoci in una spirale buia cui si sopravvive solo grazie al contemporaneo onnipresente sorriso sardonico dell’artista, uno humour beffardo e dissacrante che mitiga rabbia ed eccessi. Colpisce, in quasi tutte le tracce, la componente corporea, materica, così come la presenza – in senso fisico, appunto – della vocalità di Shilpa Ray, capace di graffiare, urlare, o insinuarsi sottopelle sensuale e malinconica (Burning Bride, per esempio), mentre l’inseparabile armonium indiano avvolge tutto in una nebbia spessa di ronzante e canzonatoria ironia. Difficile scegliere i brani migliori (forse Pop Song For Euthanasia, Johnny Thunders Fantasy Space Camp e Nocturnal Emissions) di questa grande prova, godetevi l’album dall’inizio alla fine. (Elisa Giovanatti)

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PABLO E IL MARE, RESPIRO, LIBELLULA 2015

Cover Pablo e Il Mare

Fuori dal tempo. Respiro è un disco fuori dal tempo, lontano da mode sonore, dal cantautorato più trendy e “alternativo”, un po’ nevrotico e che vuole stupire a tutti i costi. Respiro, terza prova dei Pablo e il Mare (voce e chitarra, batteria e percussioni, pianoforte e sintetizzatori, violino, basso elettrico e contrabbasso), è un disco mediterraneo, latino, fresco, pieno di mare, un disco che ti fa stare bene, persino quando, come in A testa alta, si parla della Crisi con la C maiuscola. L’album parte con una milonga gitana, che accompagna il gestore dei bagni Tortuga mentre sistema la sua porzione di spiaggia nel deserto del mattino, prima che parta l’alta stagione. Tortuga è di impatto immediato e riassume la piacevole atmosfera malinconica che scorre per tutto il disco, e forse è per questo che è stato scelto come primo singolo. La delicatezza avvolge Di più, una ballata folk dal ritornello irresistibile, così come quello dell’incalzante Nausicaa. Con Ferdinandea ci si fa trasportare da atmosfere oniriche e acquatiche, lasciandosi affascinare dalla storia dell’omonima isola che apparve e scomparve nel canale di Sicilia. Una leggerissima bossa accompagna l’ascoltatore “a lezione di lentezza” sulla terrazza di Ana Luz (A Bahia). Per contrasto la successiva Ammanta avvolge l’ascoltatore nella nebbia invernale di Venezia, e poi, un po’ come Marco Polo, ci si dirige verso oriente finendo in Giappone, brano che aggiunge tipiche sonorità nipponiche a un impianto rock classico. Respiro si conclude con l’acustica Sottovoce, nella quale due voci si fondono delicatamente con chitarra e violino. Quest’ultimo, insieme al contrabbasso, dà una forte impronta stilistica a tutto l’album del gruppo sapientemente guidato da Paolo Antonelli. (Katia Del Savio)

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PAOLO SPACCAMONTI, RUMORS, SANTERIA/ESCAPE FROM TODAY 2015

spaccamonti copertina CD

Più della delicatezza malinconica – pur molto presente in vari brani del disco – è il lato oscuro, inquieto e cupo a offrire la giusta chiave di lettura di Rumors, terzo album solista di Paolo Spaccamonti: “non è facile per me spiegare questo disco, credo abbia a che fare con l’assenza e la disperazione, la malattia e il dubbio. Come la tenacia con cui a volte ci si alza dal letto per scansare la pazzia. Tutto il resto è brusio di fondo, chiacchiericcio, rumors…”, spiega Spaccamonti; ed è in Croci/Fiamme, Sweet EN e Il Delinquente Va Decapitato che viene fuori il sofferto tentativo della vita, quella vera, di emergere da quel soffocante strato di quotidianità inessenziale e futile, in uno sforzo immane (ma necessario) di conciliazione fra dentro e fuori, per superare il brusio di fondo e ritrovare noi stessi. Sono pezzi scurissimi, sulfurei, in cui assistiamo a un’irrequietezza montante grazie ad accumuli di linee strumentali e tensione, sferzate metalliche ed espedienti vari, che si fermano appena prima della soglia del rumorismo, in un intelligentissimo e complesso equilibrio espressivo. Sono pezzi così efficaci che ci sorprende, poi, la schiarita di brani come Io Ti Aspetto (un bel dialogo, delicato e malinconico, fra la chitarra di Spaccamonti e il violoncello di Julia Kent) o il vago esotismo di Giorni Contati, le due tracce che più si discostano dal procedimento compositivo alla base dell’album: affastellamento e sovrapposizione di linee strumentali, appunto, in processi di accumulo perfettamente percepibili sin dall’iniziale titletrack o, ancora, in Seguiamo Le Api (e le seguiamo davvero, in mille fili e percorsi diversi). Una grande dimostrazione di maturità, una potente prova di quanto si possa dire senza usare le parole. (Elisa Giovanatti)

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PARBAT, SEASON OF K2, SEAHORSE RECORDINGS/AUDIOGLOBE 2015

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Da amante delle avventure in quota di Reinhold Messner, non ho saputo resistere né al nome del gruppo né all’invitante titolo dell’album. Da critico, invece, dovrei chiedermi cosa possano mai avere tre ragazzi di Catania in comune con il grande scalatore e con le vette magiche del subcontinente indiano. Comunque la mettiate, i Parbat – la “Montagna del destino”, il Nanga Parbat, vegli su di loro! – sono riusciti a creare con le note quello che in milioni di anni movimenti tellurici e smottamenti hanno sollevato sulle teste del genere umano arrivando a rendere tangibile il concetto elevato di paradiso. Il trio, proprio ispirandosi alle ripide pareti dei monti più alti del mondo, riesce a rendere il metal a tal punto rarefatto da riprodurre nella testa di chi ascolta ogni singola asperità del terreno aprendo la mente al concetto di una fusion dolcemente aggressiva – post-rock la si potrebbe definire – nelle sue nuove forme. Himalaya e 8611– composizione che prende il la dall’altitudine del K2, seconda vetta più alta della Terra – sono brani che mantengono intatta l’epica verticale della corsa al Tetto del mondo che vide europei e asiatici competere nel secolo scorso. I Parbat suonano per rievocare con rispetto tutti coloro che uscirono vincenti e perdenti dall’ardua sfida, ma non solo. Nella loro musica emerge un amore sincero per luoghi lontani che per rimanere magici dovrebbero mantenersi i più incontaminati possibile. (Matteo Ceschi)

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ENRICO FARNEDI, AUGURI ALBERTA, BRUTTURE MODERNE/SIDECAR 2015

 

Enrico Farnedi, Auguri Alberta (copertina)

Immerso nelle dinamiche dello stile di vita occidentale, intrappolato nelle sue origini, nella sua terra, nelle piccole cose di ogni giorno, Enrico Farnedi ha conservato ironia e romanticismo, ma soprattutto la capacità di prendere il largo con l’immaginazione, consegnandoci un secondo album che dietro l’immediatezza e la spensieratezza di molte melodie nasconde tanta serietà e sensibilità: parole semplici e schiette, oggetti e situazioni della nostra quotidianità, persino un ghiacciolo che si squaglia, trovano una dignità artistica grazie ad arrangiamenti audaci e originalissimi e ad un immaginario un po’ surreale che tiene tutto insieme. Sonorità delicate – anche nei brani più rock – avvolgono racconti di vite comuni e i moti di sommessa ribellione di chi guarda ciò che ci circonda senza riuscire a sciogliere del tutto le catene: ed ecco allora che l’evasione sognante e surreale (Vulcano, Fammi Vedere, La Canzone Dei Pesci, con ukulele, archi, tromba e cembali per una perfetta resa sonora del surreale) diventa una spinta necessaria e vitale, mentre guardiamo tutti ad Alberta – la signora che dà il titolo all’album e alla titletrack – con uno sguardo di sincera ammirazione per la forza che anima l’esistenza comune di questa donna, nella capacità di non rinunciare, di sognare e reinventarsi, di partire da operaia e arrivare finalmente a scrivere libri. Un’altra donna, un’anziana in bicicletta, resiste e sogna ai tempi della guerra in Vendemmia, altro brano che affonda le radici nella terra di provincia. Serio e ironico, distaccato e romantico, Farnedi canta le piccole cose e sotto sotto ci convince di quanto di eroico ci sia nelle esistenze comuni. (Elisa Giovanatti)

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CESARE BASILE, TU PRENDITI L’AMORE CHE VUOI E NON CHIEDERLO PIÙ, URTOVOX 2015

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Un disco dai suoni antichi e marginali che inevitabilmente guarda al blues, quello più dannato e scarno, come a un modello, ancor prima che sonoro, di vita. In quest’ottica, la scelta del dialetto siciliano – l’artista ha fatto da alcuni anni ritorno nell’isola natia – pare supportare l’evidente sforzo di trovare nel passato la forza di affrontare il presente. Tutte le canzoni dell’album racchiudono una storia e dei personaggi che, proprio grazie a questa volontà di profondità storica, prendono forma tra le singole note fino a spingersi dentro l’intimità dell’ascoltatore. Con Tu prenditi l’amore che vuoi…, Cesare Basile pare fare proprio il concetto di schizofrenia contemporanea e vivere al contempo i panni di narratore e soggetto narrato. Attingendo a una tavolozza sonora agrodolce in cui fanno capolino persino i vivacissimi colori dell’Africa, il musicista non solo restituisce alla contemporaneità un passato degno di questo nome ma riesce anche, come in occasione di La libertà mi fa schifo se alleva la miseria, a liberare un sano sdegno rivoluzionario nei confronti delle tante, troppe, cose che non funzionano come vorremmo (Matteo Ceschi)

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YUKO, LONG SLEEVES CAUSE ACCIDENTS, UNDAY/AUDIOGLOBE 2014

Yuko_-_Long_Sleeves_Cause_Accidents

Arriva anche in Italia il terzo album dei belgi Yuko, band capitanata da Kristof Deneijs attualmente in tour nel nostro Paese. I ragazzi sono andati a scuola dai Radiohead e lo si sente ad ogni nota: certi gesti della chitarra, ancora di più la batteria (Karen Willems) – specie quando insiste, quasi meccanicamente, in un delicato sincopato sopra linee malinconiche – ricordano tantissimo In Raibows, mentre lo stile vocale di Kristof ibrida felicemente Jonsi Birgisson e Thom Yorke, e questi sono solo esempi per un disco che dall’inizio alla fine omaggia sinceramente i suoi maestri senza risultare mai stucchevole. Con qualche cambio di formazione, infatti, e soprattutto rimboccandosi le maniche – il titolo dell’album, a proposito, è l’avvertimento dato alle donne che durante la II Guerra Mondiale sostituirono i mariti nelle fabbriche – gli Yuko hanno trovato un loro sound affascinante e non catalogabile, raffinato, che sulle reminiscenze di un post-rock nordico (ancora i Sigur Ros, nella loro versione più atmosferica) e dell’esperienza Radiohead innesta melodie più smaccatamente pop e accessibili (While You Figure Things Out) più tutta una serie di elementi disparati ed apparentemente estranei, eppure tutti al posto giusto: barocchismi vari, inserti spiritual (Usually You Are Mine), persino una bellissima voce di soprano (Deborah Cachet) in un paio di tracce; esemplare A Couple Of Months On The Couch, che parte piano e cresce man mano con soprano, cori, fiati, riverbero, sonorità sempre più piene, eppure non ridondante, barocca ma non troppo, mette tutto al punto giusto, finché sul finire pian piano si spegne: semplicemente splendida, chiude come meglio non si poteva un album sorprendente. La copertina è opera del bravissimo illustratore londinese David Foldvari. (Elisa Giovanatti)

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