Tag Archives: autoproduzione

STEVEN LIPSTICKS AND HIS MAGIC BAND, AUTOPRODUZIONE 2015

lipsticks

Come promesso, eccoci qui a segnalare uno dei più meritevoli artisti che hanno partecipato all’INDIANA MUSIC CONTEST 2014/15: si tratta di Stefano Rossetti, in arte Steven Lipsticks And His Magic Band, una one-man-band che già solo per il nome – un po’ ironica traduzione (nome e cognome) e un po’ affettuoso tributo (Captain Beefheart) – merita una citazione. E del resto il nome racchiude molto dell’attitudine di Stefano Rossetti e di quello che ritroviamo nella sua musica: il tocco leggero, l’approccio modesto, l’amore per la musica e i suoi grandi protagonisti, l’ironia garbata. In una parola, Steven Lipsticks And His Magic Band è puro. I suoi meriti, però, non finiscono qui: la chitarra dell’Intro e Riding The Tide sono un inizio azzeccatissimo, così come piccoli gioielli sono le successive Dec. 8th e Jar Of Poetry Revisited (che risentiamo alla fine, spogliata ed essenziale, come ghost track), tutti brani che dichiarano nettamente le loro fonti di ispirazione ma suonano al contempo molto personali, per la capacità di giocare coi generi, per l’efficacia delle melodie, per l’andamento un po’ svogliato e così sincero, di quella sincerità di approccio che sarebbe bello trovare molto più spesso. In un album realizzato in casa e quasi interamente suonato dallo stesso Steven/Stefano c’è spazio anche per i 7 minuti di Aliens Hypnotizing Me (Parts I, II and III), complessa architettura psichedelica che pure non perde in immediatezza, mentre l’attitudine lo-fi (parte integrante della sensazione di purezza che si sprigiona all’ascolto) non inficia la qualità sonora del tutto. Un ottimo inizio per un indipendente vero. (Elisa Giovanatti)

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CONSIGLI PRE-VACANZE: BUONA MUSICA A TUTTI

cover hd

L’Indiana Elisa vi saluta prima di concedersi un po’ di riposo con qualche segnalazione. Cominciamo dai Parados, quartetto che nell’omonimo album (qui sopra la cover), uscito per l’etichetta Costello’s Records, propone 8 brani che creano un’interessante alchimia di elettronica e coralità, grazie a una scrittura meticolosa e alle ottime doti esecutive. Un album raffinato, cantato in italiano ma dal respiro internazionale, davvero consigliato. Pop-rock decisamente autoctono, invece, quello dei Malerba, duo bolognese formato da Eros Gandolfi e Valeriano Bruni: La Deriva Dei Sogni, autoprodotto, è un lavoro dolceamaro, che racconta con belle melodie una profonda disillusione. La preparazione dell’album ha richiesto 2 anni di impegno costante, che verranno certo ricambiati con un vostro ascolto. Cambiando totalmente scenario, segnalo infine i ben noti Iron & Wine (Sam Beam) e Ben Bridwell (Band Of Horses), che insieme pubblicano per le rispettive etichette Sing Into My Mouth: i due amici collaborano qui all’insegna delle cover, con scelte nient’affatto scontate (si va da Sade ai Talking Heads, da Pete Seeger a John Cale); nessun brano originale quindi, ma “solo” reinterpretazioni di gran classe. Un ottimo modo per cullarvi verso le vacanze. (Elisa Giovanatti)

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THE RED ROOSTERS, NO DISGRACE, AUTOPRODUZIONE 2015

redroosters

L’anima rock’n’roll un po’ cialtrona è l’arma vincente di No Disgrace, primo Ep dei milanesi The Red Roosters: melodie efficacissime, riff vigorosi e trascinanti, ci avvolgono in questo quarto d’ora nella maniera più autentica e onesta possibile, trascinandoci con Classic Sunday e Opera 3 – i due pezzi migliori – lungo vere e proprie ondate di energia e freschezza e concedendoci un minimo di respiro solo con la bella Hold My Head. Il sound pulitissimo e caldo si avvale dello straordinario contributo alla produzione di Mauro Pagani (l’Ep è stato registrato in analogico alle Officine Meccaniche), produzione che tuttavia rischia di imbrigliare fin troppo le potenzialità dei Red Roosters, a proprio agio sì in territorio rock’n’roll, ma di sicuro capaci – e forse vogliosi – di spingersi oltre, in zone limitrofe e ibride: possibilità che certo rimane dal vivo, come i ragazzi hanno dimostrato nel recente tour. I grandi classici inglesi e americani sono il punto di riferimento dei nostri, che riescono però a suonare moderni e attuali, grazie anche all’ottima espressività vocale di Jaja Cislaghi. Quattro brani sono pochi per dimostrare il proprio valore, ma questo è un ottimo punto di partenza. (Elisa Giovanatti)

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ATTENTION SLAP, THE ANIMAL AGE, AUTOPRODUZIONE 2015

ATTENTIONSLAP

Concept album frutto di una fantasia visionaria e di amate letture orwelliane, The Animal Age ci catapulta in un mondo sinistro non troppo dissimile dal nostro: un topo, un coniglio, un asino e un maiale sono i protagonisti – insieme a un Okapi, rivoluzionario su cui sono riposte le speranze di cambiamento – del racconto allegorico che accompagna l’uscita del primo full length degli Attention Slap, lavoro interamente strumentale (salvo qualche inserto vocale in cui la voce, però, è in verità uno strumento aggiuntivo) che con una grande capacità narrativa e insperata immediatezza restituisce il senso di un universo corrotto e opprimente, popolato da loschi personaggi. Chitarre, sassofono, basso, synth e batteria dialogano tra loro in una sapiente e disinvolta commistione di generi, dall’acid-jazz al rock, dal funk al prog, per una musica dal fortissimo impatto visivo, che se non può fare a meno di richiamare il già citato Orwell, sa anche disegnare davanti ai nostri occhi le luci al neon e la contemporaneità dolente di un Hopper. Per la maestria tecnica e la complessità del progetto, questo coraggioso quartetto pavese merita davvero i nostri complimenti. Dal vivo promettono show esplosivi. (Elisa Giovanatti)

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IN VINO VERITAS, VIAVAI, 2015

IVV - ViaVai Copertina

Li avevo incrociati, se la memoria non mi tradisce, all’altezza del loro primo album. Oggi come allora a colpire è l’abbinamento musicale-etilico che la band lombarda riesce a produrre. Nel vino, che sia un bicchiere o un’intera bottiglia o, per i più resistenti, qualcosa di più, la formazione “stappata” – mi concederete la licenza del termine  – da Edoardo Favrin e Gianmarco Sgroi ha trovato e continua a trovare quell’ideale strada fluida verso una socialità che mai come oggi ha bisogno di essere rinvigorita ed esercitata con costanza. Sospesi come una giusta punta tanninica tra il rock dei primi Afterhours e la poesia del Gaber più giocoso, gli In vino veritas con Viavai sfiorano  il gusto della perfezione regalandovi la sincerità color rubino di un vino invecchiato. Inutile spendere tempo a descrivervi gli undici episodi dell’album e rovinare così al vostro palato musicale la possibilità di scoprirne ogni singola sfumatura. Viavai va sorseggiato fino al raggiungimento dell’ebbrezza e poi nuovamente, ci risiamo, stappato. La compagnia di amici non farà che aumentare il suo benefico effetto. (Matteo Ceschi)

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NUOVO CORSO CAFÈ, RACCONTI ESPRESSI, 2015

Nuovo corso cafè

Non lo pensavate più possibile? E invece, la musica e i musicisti sono pieni di risorse! Lontani dall’ambiente protetto (con gelosia patologica dalle major) dei format televisivi continua a muoversi un universo sonoro che nulla chiede al pubblico se non di essere ascoltato. Mi direte voi, ma abbiamo, poi, effettivamente tutto questo tempo da dedicare loro? Si tratta di pochi minuti, credetemi, nulla a confronto delle maratone serali sullo schermo al plasma. Pochi minuti per capire che l’arte nasce dalla gavetta e solo in età matura arriva a tergersi le gocce di sudore provocate dai riflettori di importanti palcoscenici. Tra le tante proposte alternative al mainstream, quella del Nuovo Corso Cafè, giovane band del milanese, mi è parsa possedere l’elisir per una futura e lunga vita musicale. Il sound folk-rock, ben costruito e architettato dal quartetto, certo attinge qua e là alle voci dell’Almanacco sonoro – piuttosto evidente la vena “etnica” stile Negrita, a sua volta derivata dalla rivoluzione sonora dei Clash, e cenni inevitabili all’epopea dei Modena City Ramblers – ma sa anche mostrare una spiccata indipendenza di gusto spingendo il sopraccitato modello verso l’embrione dell’originalità. Se l’elemento rock – esaltato dalla chitarra di Giulio Milanesi – regala in più di un’occasione ai brani quella giusta frenesia per spiccare voli che rasentano sfumature neo-psichedeliche, la tradizione del cantautorato resiste con orgoglio nella voce di Simone Milani che ricorda un po’ Angelo Branduardi ma anche l’Eddie Vedder solista. Racconti Espressi riesce a svegliare come un caffè sorseggiato al bancone del bar lasciandovi in circolo per tutta la giornata un ottimo ed energico retrogusto musicale! (Matteo Ceschi)

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MAINSTREET, SECOND CHANCE, AUTOPRODUZIONE 2014

SecondChance

Il loro primo album aveva un titolo inequivocabile: Back to the 80s. A distanza di 5 anni i milanesi MainStreet sono tornati con il loro carico di nostalgia verso l’hard rock melodico, ma tante cose sono cambiate, a partire dalla formazione che dei membri originali ha mantenuto solo il chitarrista Mauro Guarnirei e il batterista Ivan Belloni. Fra gli elementi di discontinuità il più evidente è l’arrivo della convincente voce maschile di Andrea Delsignore, ma anche l’apporto di Ivan Garbuio alle chitarre, Antonello Colamonaco al basso e di Pietro Venezia al piano e alle tastiere ha fatto fare un salto di qualità alla band. Quest’ultimo, compositore di vasta esperienza soprattutto nell’ambito di colonne sonore e che ha co-prodotto il disco con Danilo Di Lorenzo con lo stesso Guarnieri, ha fornito a Second Chance un suono completo, con arrangiamenti raffinati, incisivi e dal marcato sapore internazionale. Come da tradizione del genere, l’album alterna ballate romantiche, come la riuscitissima e orchestrale Empty eyes, la più essenziale Love can hurt you so strong e l’enfatica ed evocativa Prayer, a brani di puro hard rock come Short Steps, che apre il disco con un ritmo martellante che non lascia scampo, Mark and Johnny, con un ottimo lavoro delle chitarre, o What to believe in?. Pur mantenendo ben saldi i riferimenti agli anni ’80, Second Chance non scimmiotta le band di quel periodo, ma ne fornisce una sua lettura matura e personale. Da non perdere i MainStreet dal vivo, magari il 16 maggio alla FIM (Fiera Internazionale della Musica) di Genova. (Katia Del Savio)

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ARCANE OF SOULS, CENERE’, AUTOPRODUZIONE 2015

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Un po’ perché ora è più facile dal punto di vista tecnologico e un po’ perché non è semplice agguantare un contratto, molti artisti saltano quasi tutte le tappe dell’iter discografico e si autoproducono. Alfonso Surace, bergamasco dalle origini calabresi nella vita fa tutt’altro, l’insegnante, ma il desiderio di esprimersi attraverso la musica è così forte che ha deciso di far tutto da sé, realizzando in proprio non solo il disco (che arriva a tre anni di distanza dal precedente, Vivo e vegeto), ma anche foto e video per promuoverlo. Come pseudonimo artistico Alfonso si è scelto l’esterofilo Arcane Of Souls, che non è altro che l’anagramma del suo nome, e se nel primo disco era un uomo solo al comando, ora per Ceneré si è fatto accompagnare anche da un gruppo di musicisti, mantenendo comunque quella freschezza del “buona la prima” tipica di una produzione casalinga. Partendo con la sferzata energetica di L’oro in bocca, rock e blues elettrico si mescolano in un disco diretto, che per attitudine e timbro vocale del “nostro” ricorda molto il conterraneo Rino Gaetano (ascoltare ad esempio la bluesy Gennaro, dedicata a un suo alunno, la sixties Povero me o l’incalzante Sintomatico per credere). Alfonso ama inserire una buona dose di venature psichedeliche a un brano come Maggio, o sonorità ricche di strumentazioni, che ammiccano alla produzione battistiana (Respirare); idee interessanti che andrebbero sviluppate in modo più approfondito, per fornire una maggior coerenza a tutto il progetto. L’estrema spontaneità è la forza e allo stesso tempo il limite di Ceneré. Aspettiamo quindi con sincera curiosità di ascoltare il prossimo disco di Arcane Of Souls. (Katia Del Savio)

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LE SIGARETTE!!, 2 + 2 = 8, AUTOPRODUZIONE (DISTR. ZIMBALAM) 2015

LE-SIGARETTE-COVER-ALTA

C’erano una volta un fonico di studio abituato a produrre musica indipendente, chitarrista e percussionista, Jacopo Dell’Abate, e un batterista, percussionista, cantante e booking manager, Lorenzo Lemme, che decisero di formare il duo chitarra-batteria (e voci) Le sigarette!!! per mettere insieme tutte le suggestioni sonore che avevano assorbito facendo i loro rispettivi lavori. 2 + 2 = 8 è frutto di miscugli dall’attitudine punk e dalla totale spontaneità: musica in levare, cavalcate rock, funky, il tutto suonato in modo molto diretto, rapido, scarno, folle e divertito. Funambolo, con repentini cambi ritmici, è il brano più rappresentativo di questa piacevole, energica, schizofrenia sonora. L’atteggiamento di Jacopo e Lorenzo è come quello di due bambini che si trovano per la prima volta liberi di sfogarsi in una stanza piena di giochi tutti per loro, giochi che possono smontare, rimontare e anche distruggere se vogliono. E come tutti i bambini Le sigarette!! non si preoccupano di assecondare le mode, e alla fine si inventano anche una sorta di filastrocca, Albero, che si conclude, e chiude l’album, con il calmo frinire dei grilli. I temi trattati dal duo sono quelli ben noti ai trentenni al tempo della crisi: precariato, mancanza di soldi, sfruttamento…il tutto condito da abbondante sarcasmo! (Katia Del Savio)

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DI OACH, DI OACH, AUTOPRODUZIONE 2015

diOach

Riscoperto in anni recenti, specie nella sua variante più intimista e sussurrata, il folk sta pian piano popolando il suo panorama di tante belle nuove realtà, band lontane dai riflettori e dal clamore che fanno musica di grande qualità e autenticità. Con la freschezza tipica dell’opera prima e la libertà artistica dell’autoproduzione si affacciano in questo contesto anche i Di Oach, giovanissimi vicentini che propongono sonorità prevalentemente acustiche, raffinati intrecci vocali e atmosfere lievi e delicate. Piacevolissimo il primo brano, The Mountain Fox, che rivela subito quanto sia stata assimilata la lezione vocale di Joe Newman degli Alt-J, il cui saliscendi stralunato delle melodie è qui riproposto dal bel timbro caldo di Nicola Traversa. Nella successiva Don’t Know stupisce l’Irish pipe, ma il quartetto del resto pesca in ugual misura in Nord Europa e America; i ritmi lievi sono spesso ulteriormente addolciti dalla seconda voce femminile, mentre quando si fanno più cadenzati ricordano nemmeno troppo da lontano i Mumford & Sons. Il suono del glockenspiel dà un tocco fiabesco e sognate a tutto l’album, che dipinge spaccati di vita quotidiana per immagini evocative più che per racconti. Pagine raffinate si ascoltano in Every Early Morning, Who Won, Who Lost, Stubborn’s Cure e The First Time, il pezzo più americano, un country-blues molto ben riuscito. Si chiude con Like The Oaks, brano da cui prende il nome la band (di Oach, nell’antico dialetto cimbro, è la quercia): nel bell’intreccio di voci si innesta con la massima naturalezza possibile anche la tromba, che svolazza a lungo  senza minimamente scalfire gli equilibri del brano. (Elisa Giovanatti)

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