Tag Archives: Bob Dylan

MATTEO CESCHI, UN’ALTRA MUSICA. L’AMERICA NELLE CANZONI DI PROTESTA, MIMESIS 2018

Lungo una parabola che va grossomodo dal secondo dopoguerra – con un ovvio sostare sugli anni ’60-’70 – fino ai giorni nostri, il collega Matteo Ceschi (storico, americanista, giornalista musicale, fotografo, già autore di diversi testi dedicati alla controcultura statunitense) in Un’altra musica esplora le dinamiche attraverso cui una canzone diventa una canzone di protesta, restituendoci un’ampia fetta di storia americana contemporanea. Si tratta di un percorso affascinante, condotto non come un saggio esaustivo – non è questa l’intenzione – ma come una narrazione per immagini e casi esemplari, spesso ad alto contenuto simbolico: è, in particolare, l’analisi di tre brani leggendari (This land is your land di Woody Guthrie, Blowing in the wind di Bob Dylan e Kick out the jams degli MC5) a reggere lo snodarsi della narrazione di Matteo ed il suo addentrarsi nelle innumerevoli pieghe del rapporto dialettico musicista/ascoltatore. Proprio in questo rapporto, nel ruolo attivo del pubblico, nel suo appropriarsi di una canzone, si annidano gli elementi chiave che permettono di definire cosa sia una canzone di protesta; proprio lì, nello scambio autore/pubblico, avviene la fondamentale costruzione di senso che tramuta una canzone in inno generazionale, tanto che sono moltissimi i casi di canzoni che acquistano una sorta di vita propria, che trascende non di poco l’intenzione del loro stesso autore e che le riporta in vita in momenti diversi della storia di un Paese. La prosa sempre ricca e succosa di Matteo Ceschi, coadiuvata da interviste con alcuni autori e interpreti (Wayne Kramer degli MC5, “Country Joe” McDonald e il folk singer Jim Collier), restituisce in pieno il clima di impegno, cambiamento e passione che si è respirato e talora si respira ancora in frangenti più o meno recenti della storia americana. È bello lasciarsi andare alle riflessioni e agli spunti suggeriti dall’autore facendo riecheggiare, nell’aria e nell’anima, le varie canzoni citate, a cui possiamo anche aggiungerne delle altre, grazie agli strumenti critici che ci fornisce la lettura. E chissà che non si risvegli, così, qualche coscienza sopita. (Elisa Giovanatti)

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PILLOLE INDIANE, TRE PROGETTI ARTISTICI DA TENERE D’OCCHIO

E’ liberamente ispirato”a Frankenstein di Mary Shelley, Frank (etichetta Dischi Obliqui), l’ultimo lavoro  dei vicentini Nova Sui Prati Notturni (Federica Gonzato, Gianfranco Trappolin, Giulio Pastorello  e Massimo Fontana). Il disco è uscito nel 2014, ma è giunto a noi solo ora, e vista la bravura del quartetto sarebbe stato un peccato non parlarne. I NSPN propongono un interessante, evocativo post-rock: basterebbero i brani strumentali, il cinematografico Elettricità e Victor con il suo sorprendente finale impazzito, a lasciarci trascinare senza meta nel dilatato, viscerale mondo sonoro di Frank, opera rock che il gruppo porta in scena con l’accompagnamento di video e con l’aiuto di una macchina “che macina schermografie fluorescenti su ingranaggi dorati in cilindro di plexiglass”. Dalla new-wave del singolo Code all’hard-rock con venature dark di Seven in mezzo passano suggestioni, graffi, squarci, momenti melodici e follie sonore. Da non perdere.

ErnestLiver

Le Ernest’s Liver non si fermano mai. Dal maggio dell’anno scorso, quando pubblicarono il loro primo, omonimo, EP, hanno continuato a produrre la loro musica e a pubblicarla immediatamente su Bandcamp. L’ultima fresca fatica si chiama Pale Blue Eyes, dove le tre ragazze non nascondono il loro amore per Velvet Underground e Lou Reed, mentre in I bet that you where born arrivano le suggestioni smaccatamente dylaniane. Entrambi i riferimenti artistici sono presenti anche nel resto delle produzioni dei trio formato dall’italo-americana Aileen, voce e chitarra armonica, da Vally (sax, clarinetto, tastiera) e da Gloria (batteria e voce). Le ragazze arrivano da Praticello di Gattatico (RE), ma la loro residenza ufficiale sembra essere il Greenwich Village: il loro primo EP vanta titoli come la folk-rock Allen Ginsberg, la ballata acustica strumentale dedicata alla Pivano Fernanda Revisited o la conclusiva Bob Dylan’s Dream. Nelle scorribande sonore delle Erne’st Liver non mancano brani garage e blues! Ah, il fegato (liver) è quello di Ernest Heminguay.

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“Fiori finti talmente belli da sembrare veri/fiori veri talmente belli da sembrare finti”. Questo è l’inizio dell’album e del brano Avventure umane particolari, un pop divertente che non si vuole schiodare dalla testa. L’album di debutto di Alessandro Casalis è un insieme di cartoline pop-rock spedite dalla vita quotidiana fatta di incertezze (Avventure umane particolari), di abbandoni (La festa), di insicurezze (Invisibile), di bilanci (Questa vita) trattati con leggerezza, ironia e disincanto. In Alieni vestiti da impiegati Alessandro si trasforma  in un cantante folk-rock nel solco della tradizione dylaniana-de gregoriana. L’album contiene anche due brani strumentali: la pillola elettronica L’atterraggio (alieno?) e il conclusivo, etereo, Sunday Morning.

(Katia Del Savio)

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FRASER A. GORMAN, SLOW GUM, MARATHON ARTISTS 2015

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23enne di Melbourne, amico di Courtney Barnett – con la quale condivide etichetta ed alcuni stilemi, e spesso e volentieri anche il palco – Fraser A. Gorman debutta con Slow Gum, un album che ha in Bob Dylan, Neil Young, The Band, l’Americana e il miglior folk-roots anni ’70 la principale (ma non unica) fonte d’ispirazione, insieme a qualche richiamo black. Basta guardarlo, nelle numerose foto seppiate o in bianco e nero, coi riccioli alla Dylan, le giacche di jeans o i maglioncini anni ’70, per vedere tutto il suo amore per la tradizione musicale a stelle e strisce: chitarra acustica, lap-steel, organo hammond o piano rhodes, armonica e melodie senza tempo fanno il resto, eppure non è semplice revival. C’è a volte un sottile piglio ironico, uno sguardo stralunato, un modo un po’ svogliato e un’aura vagamente crepuscolare, che a tratti ricordano un certo Lou Reed, il più delle volte suonano originali; c’è, soprattutto, una grande capacità e scioltezza nella scrittura di testi dal fascino indiscutibile, soprattutto laddove sono musicati nella maniera più scarna.  L’album vacilla leggermente in alcuni pezzi della parte centrale, offrendo le sue perle, invece, all’inizio e alla fine: Big Old World, l’acclamato singolo Book Of Love e la struggente, conclusiva Blossom & Snow, i brani più schietti ed essenziali. (Elisa Giovanatti)

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LERA LYNN, THE AVENUES, LERA LYNN MUSIC 2014

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Innovare e risultare originali pur rimanendo legati alla tradizione è una delle imprese più difficili per un artista. Lera Lynn, giovane stella del folk country rock originaria di Houston, ci riesce e lo fa in una maniera tutta sua che fa gridare al miracolo. <WOW!> Assurta agli onori della cronaca d’oltreoceano per l’ospitata al David Latterman Show, la Lynn nel giro di pochi mesi è uscita con tre album uno più bello dell’altro (tutto, e ne siamo molto grati, in free-download sulla piattaforma NoiseTrade.com) sfidando ogni sensata legge di mercato. Il coraggio ha pagato, possiamo oggi affermare, e ha regalato al pubblico una voce che, senza timore di venire fulminati, suona in maniera originalissima come un’evoluzione tutta al femminile del Bob Dylan di Self Portrait. Il legame con le radici del folk c’è e non viene nascosto, così come fece agli esordio Sheryl Crow, ma invece di risultare una pesantissima palla al piede si trasforma in un flessibile trampolino di lancio verso la nota che deve essere ancora suonata. Individuare un brano piuttosto che un altro è un’impresa quantomai ardua nel caso di The Avenues e dei suoi due gemelli Have You Met Lera Lynn? e Lying in the Sun: il consiglio è di lasciarsi andare agli umori della giornata e scoprire la canzone più adatta a voi. Io, nel momento di scrivere queste righe, ho scelto Standing on the Moon e Letters. (Matteo Ceschi)

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AA.VV., NATIVE NORTH AMERICA (VOL. 1), LIGHT IN THE ATTIC RECORDS 2014

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Il titolo completo recita Native North America (Vol. 1): Aboriginal Folk, Rock And Country 1966-1985. Si tratta di 34 introvabili incisioni (inclusi alcuni veri gioielli), recuperate grazie al lungo lavoro del musicologo e archeologo Kevin “Sipreano” Howes, che riportano alla luce un repertorio sommerso e ai più sconosciuto, quella particolare produzione musicale dei nativi del Nord America che prende forma dall’incontro/scontro con il pop-rock mainstream, uno scambio fondamentale per la reciproca definizione della produzione musicale: se da un lato sono evidentissimi i lasciti folk, rock e country nella musica dei nativi, dall’altro va finalmente riconosciuto infatti il sostanziale contributo di questi ultimi alla canzone d’autore americana. Echi di Johnny Cash, Bob Dylan e Neil Young, per non parlare di vero garage-rock (ascoltate Fall Away dei Sugluk) e di rock psichedelico (la bella Old Man Carver di Willie Thrasher), risuonano così nella poetica dei nativi. Proprio nel complesso rapporto coi generi mainstream sta il senso di unità che deriva da questo materiale pur così eterogeneo, frutto di esistenze messe ai margini (dai pregiudizi, dalla politica) che vivono e lottano fra l’impulso di imitare gli altri e quello di distinguersi e autodeterminarsi. Il tema politico – l’emarginazione, il ratto della terra, i soprusi – ha ovviamente largo spazio, insieme al racconto mitico-sacro e alla rievocazione nostalgica di una vita e un mondo ormai perduti. “Pollution it chokes me, movies they joke me”, canta la voce calda di Willie Dunn – paladino dei diritti dei nativi americani morto durante il concepimento dell’album – nella splendida I Pity The Country, restituendo tutto il senso della raccolta in due minuti traboccanti di poesia e rassegnazione. (Elisa Giovanatti)

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GIANMARIA SIMON, L’ENNESIMO MALECON, V REC. 2014

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Dopo le sontuose mangiate in famiglia a Natale cosa c’è di meglio che fare spazio nel salotto spostando tavolo e sedie per ballare, magari un po’ brilli, con amici e parenti? L’ennesimo Malecon potrebbe essere uno dei Cd da mettere nello stereo proprio a questo scopo. Sì, perché Gianmaria Simon propone un piacevole mix di musica tzigana, swing e milonga, che provoca come minimo il battito di piedi anche da parte dello zio più timido o della nonna troppo satolla. Il 38enne Gianmaria, nato a Sarzana ma cresciuto a Massa, ex suonatore di strada di Bob Dylan e Neil Young in Germania e Francia, studioso di fisarmonica e di Bach al conservatorio, con il suo album d’esordio (prima militava nei Trajet Karavani) propone 11 brani che sanno di campagna e osterie e che si muovono fra Leo Ferrè (vedi la cover di Marzibill), e la musica latina (L’ennesimo Malecon, la morbida e malinconica milonga di Prima che venga giorno), fra folk, balcanica (Ussaro o il singolo Lo chiamerei goliardo) e rock ‘n roll (Il baro). Nulla di nuovo, direte voi, ma la passione, il divertimento e la bravura di Gianmaria e dei numerosi musicisti fanno dimenticare che altri hanno già percorso questa strada. Da non perdere dal vivo, magari nella sua Sarzana, il 21 dicembre. (Katia Del Savio)

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BENJAMIN BOOKER, BENJAMIN BOOKER, ROUGH TRADE 2014

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Un rock and roll che ha le sue radici più profonde in Chuck Berry incontra in un’incredibile esplosione di energia sonora i Beatles di Revolver, l’estro incompreso dei T-Rex, il Dylan più “trasandato” e il soul di Sam Cooke. Ne scaturisce una bolla di splendente passato in un presente grigio e dalle ancora più scure prospettive per il futuro. A Benjamin Booker, classe 1989, non manca certo il coraggio di aggiungere a questo già incredibile amalgama un gusto post-grunge/garage molto contemporaneo che lo avvicina per l’azzardo creativo – se lo ascolterete non potrete che condividere questa opinione – a Jack White. A ciò aggiungete una voce quel tanto rude & ruvida da suonare piacevolmente imperfetta e dimenticherete presto quanto ascoltato nell’ultimo anno solare. Concedete a questo giovane cantautore rock adottato da New Orleans un’occasione. Non ne rimarrete delusi. (Matteo Ceschi)

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