Tag Archives: brit pop

PILLOLE INDIANE, TRE NUOVI DISCHI DA NON PERDERE

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La musica anglosassone si è impossessata di Vincenzo Di Sarno (Rescue), trasformando un ragazzo di Torre Annunziata in un cantautore rock che può competere con i colleghi del mondo grazie a una pronuncia inglese perfetta, a sonorità che potrebbero calzare benissimo a gente come Coldplay, Starsailor e altri. Venature malinconiche, melodie eteree, emozioni in primo piano fanno di Silence here (Opera Music 2016) un album a presa rapida, tanto che la bonus track Your Eyes è stata scelta per fare da colonna sonora allo spot di una nota birra italiana. Sembra tutto troppo perfetto e forse questo è l’unico difetto del disco di Rescue. Bellissima Intro (Below a pillow), che dà quell’impronta onirica che si trascinerà poi per tutto l’album.

BS trio

Cantano in inglese anche i bolognesi Brightside, che nel loro Ep vol. 1 propongono un incalzante brit-pop tutto chitarre e batteria. Anche Andrea Turone (chitarra e voce), Luca Turone (basso), e Philip Volpicella (batteria) vengono notati dalla tv, ma in questo caso per la colonna sonora della serie “Tutto può succedere”, in onda in queste settimane su Rai Uno. La canzone prescelta è Castles in the sky,  ma le mie preferite sono Road to her, dalle venature leggermente più scure, The Answer, con matrice più pop, e la funky-rock Wasted on love.

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Dal 17 al 20 febbraio suonerà in Francia. Stiamo parlando di The Pepiband, quartetto di Siracusa che in Six Grills In Six Days (etichetta Altipiani, terzo lavoro della band), esprimendosi esclusivamente in inglese, alterna momenti più vicini al grunge, al noise e all’hard rock, ad altri più morbidi, che potremmo definire post-rock. Giovanna Cacciola, presa in prestito da altre band siciliane, Uzeda e Bellini, arricchisce di disperazione con la sua voce il brano A Blu Day e dà un tocco femminile al gruppo formato da Alessandro Formica, Enzo Pepi, Marco Caruso e Giuseppe Forte. Cercare di districarsi nel variegato mondo sonoro dei The Pepiband sarà un gioco divertente. Ottime, oltre alla già citata A Blu Day, Sentented to grace e Feathers & Demons. (Katia Del Savio)

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DELLERA, STARE BENE E’ PERICOLOSO, MARTELABEL 2015

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Il secondo lavoro solista di Dellera, bassista degli Afterhours e molto altro, è un vero e proprio atto d’amore per il pop-rock anni ’60 e ’70. Stare bene è pericoloso parteggia smaccatamente per il beat italiano e per il rock internazionale di quegli anni, senza mollare mai quell’ispirazione per un attimo. Più che di un cantautore questo è proprio un disco di un musicista che cura ogni suono e arrangiamento come un proprio figlio, e il brano Maharaja, al quale ha collaborato, fra gli altri, l’ex leader degli australiani Jet Nick Chester, è l’emblema di questa ricerca spasmodica verso il “suono perfetto”. Ma se nel caso di Maharaja il risultato è notevole, in altre canzoni (come ad esempio The Costitution, registrato in Inghilterra, o Testa floreale) questo atteggiamento fa perdere quella spontaneità che era propria del precedente album, il bellissimo Colonna sonora originale. Insomma, troppa carne al fuoco rischia di distrarre l’ascoltatore. In questo senso i brani arrangiati in modo più semplice, come Non ho più niente da dire, sognante ballata cantata in coppia con Rachele Bastrenghi dei Baustelle, Ogni cosa, una volta (scritta per la colonna sonora del film Senza nessuna pietà) o Stare bene è pericoloso, sono i più riusciti, soprattutto nell’ottica di far rivivere i favolosi anni ’60. Ottime, infine le dilatate Siamo argento (riflessione spirituale con uno stile che ricorda molto Cesare Cremonini, e questo è un complimento) e soprattutto Un ultimo saluto, brano lentissimo con una meravigliosa, malinconica, melodia sottolineata dagli archi dell’amico Rodrigo D’Erasmo. (Katia Del Savio)

 

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BELLE AND SEBASTIAN, GIRLS IN PEACETIME WANT TO DANCE, MATADOR 2015

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I commenti che si leggono in queste ore sul nono capitolo della carriera discografica dei Belle And Sebastian (foto di Søren Solkaer) gravitano attorno a due nuclei: la svolta elettro-dance e i testi politicizzati. Per quanto riguarda il primo punto, non possiamo certo parlare di una svolta compositiva: i due “pezzi dello scandalo”, The Party Line e Enter Sylvia Plath, con tanto di lustrini e synth pulsante, sono solo momenti – peraltro fatti di suoni nati già vecchi – inframezzati da brani nel più classico stile di Murdoch e soci; non sono nemmeno una grande novità: ricordate la Electronic Renaissance di Tigermilk? Eravamo nel 1996, ma è stato solo il primo di una serie di episodi disseminati in quasi 20 anni di attività, con il dancefloor ad esercitare da sempre un certo appeal sugli scozzesi. L’impegno politico, poi, è ridotto a qualche accenno (principalmente in Allie, uno dei brani migliori). Piuttosto, bisognerebbe parlare di una fondamentale incertezza sulla direzione da prendere. GIPWTD è un buon album, ma niente più, che oscilla continuamente fra la (stanca) riproposizione del personalissimo stile dei Belle And Sebastian e la spavalderia danzereccia di alcuni brani. L’inizio, per la verità, non è affatto male: Nobody’s Empire supera la prova a pieni voti, insieme ad Allie e, poi, Play For Today. L’effetto sorpresa, però, non basta per fare un album del tutto convincente. E l’accostamento di Sylvia Plath ai ritmi dance lascia molta perplessità. (Elisa Giovanatti)

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NEW STREET ADVENTURE, NO HARD FEELINGS, ACID JAZZ 2014

New Street Adventure - No Hard Feelings- Album packshot

Con l’album di debutto del quintetto londinese New Street Adventure si fa un tuffo nel passato, immergendosi nel cosiddetto Northern Soul, genere che si diffuse nel nord dell’Inghilterra intorno alla metà degli anni ’60 e che ebbe echi consistenti fino alla metà degli anni ’80 con gli Style Council di Paul Weller (ai quali i “nostri” vengono paragonati). In sostanza si trattava di reinterpretare in chiave “bianca” il soul e l’r’n’b provenienti dagli Stati Uniti. Ebbene, nel 2014 i New Street Adventure, dopo aver pubblicato alcuni ep a partire dal 2007, debuttano per la storica etichetta Acid Jazz con un album di Northern Soul. Suono elegante, raffinato, in bianco e nero, non solo per il sapore vintage, ma perché in alcune tracce i New Street Adventure adottano uno stile più white (specie nella prima parte dell’album), e in altre più black (Foolish once more, Say you’re lonely, ad esempio), che incontrano di più il nostro gusto. Pur essendo ricco di riferimenti del passato, No hard feelings riesce a sprigionare un sound fresco e senza tempo. Il secondo singolo Be Somebody, che mescola soul e brit pop, è senz’altro il più azzeccato per colpire un pubblico trasversale. (Katia Del Savio)

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