Tag Archives: Canada indie music

CORB LUND, THINGS THAT CAN’T BE UNDONE, NEW WEST REC. 2016

Corb Lund

Ascoltando Things that Can’t Be Undone si ha subito la piacevole sensazione di essere stati iniziati a un viaggio, un cammino lungo e faticoso, verso le radici sonore nord-americane, un tragitto che al contempo pare capace di colorare cartoline in b&w in cangianti diapositive a colori 2.0. Il canadese Corb Lund, bisogna ammetterlo, suona decisamente più americano del più incallito Kentucky kid sciorinando una sequenza di baldanzosi brani country-rock – volete chiamarle ballads, fatelo pure! – che solo qua e là si concedono divagazioni Seventies verso quella che potremmo azzardare a definire una tarda vena psichedelica folk. Per tutta la lunghezza dell’album Lund vuole accompagnare l’ascoltatore alla scoperta di angoli nascosti dove la passione sembra sgorgare ovunque in refrigeranti fiotti creativi. Dotato di una voce pacata ma non per questo priva di profondità, il cantautore dell’Alberta riesce ancora a sorprendere quanti pensavano di avere appreso tutto quanto necessario della tradizione americana. Sadr City, e Talk Too Much, brano che abbraccia incondizionatamente il pop-rock dei Sixties, sapranno forse catturare più di altre tracks le fantasie di noi cowboy di città! HYIIIII AHHHH! (Matteo Ceschi)

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ANDY SHAUF, THE PARTY, ANTI- 2016

AndyShauf_The Party_Album Cover

La festa è quella di una piccola cittadina di provincia in cui tutti si conoscono, un house party i cui personaggi sono la ragazza che balla da sola al centro della stanza, con gli occhi di tutti su di lei (Eyes Of Them All), quello che arriva sempre in anticipo (Early To The Party), la coppia sull’orlo del litigio (The Worst In You), l’amico che si lamenta (Begin Again), la ragazza con cui il “narratore” si ritrova a ballare a fine serata e stranamente assomiglia alla sua ex (Martha Sways). Lo sguardo sul tutto è quello empatico, indulgente, di sincera partecipazione, di Andy Shauf, giovane cantautore canadese che finora si era cimentato in lavori di fattura perlopiù casalinga e che oggi approda finalmente in un vero studio di registrazione. Il risultato è un album dalla scrittura delicatissima e insieme sofisticata, che senza dare nell’occhio tiene insieme tanti piccoli dettagli (canto sommesso, pianoforte, chitarre, clarinetto, archi) avvolgendoli in un’eleganza discreta. Tra influssi indie (sprazzi di Belle & Sebastian, per dirne una) e reminiscenze beatlesiane (The Magician, il piccolo gioiello Begin Again), Andy Shauf ci fa davvero partecipare a questa festa, senza dimenticare di emozionarci anche un po’. (Elisa Giovanatti)

 

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NAP EYES, THOUGHT ROCK FISH SCALE, PARADISE OF BACHELORS 2016

napeyes

Ha detto bene Stuart Berman su Pitchfork: se la vostra serata-tipo si svolge sul divano, a leggere un articolo su iPad con la televisione accesa sullo sfondo, mentre le conversazioni su smartphone proseguono senza tregua, allora questo disco potrebbe essere un primo passo nella vostra riabilitazione dal sovraccarico di informazioni. Canadesi di Halifax, Nuova Scozia, i Nap Eyes sono guidati dal frontman e paroliere Nigel Chapman, narratore-incantatore a dir poco intrigante che, per cominciare (Mixer), ci conduce per mano a una festa: nemmeno il tempo di entrare, però, che subito scatta la sensazione di trovarsi nel posto sbagliato, mentre siamo – rasenti al muro – osservatori degli altri e di noi stessi, soli tra la folla. Inizia così, con un gran senso di solitudine, il percorso di ricerca di identità che attraversa i 35 minuti scarsi di questo Thought Rock Fish Scale, cammino che passa in rassegna sogni e disillusioni, deliri e frustrazioni di vite galleggianti in una condizione di auto-inganno. Ed è proprio qui che la forza del disco colpisce come uno schiaffo: i testi asciutti, diretti, spogli, penetranti come raramente accade, privi di qualsiasi retorica, colpiscono al cuore, “feroci” nella purezza della visione, fulmini a ciel sereno in una società incentrata sulla distrazione di massa. Al cuore, per la maggior parte dell’album, di strutture basilari, le parole risaltano, circondate da una musica rilassata, sonnolenta, pigra: “idiot, slow down” invocava Thom Yorke quasi 20 anni fa in un capolavoro di rappresentazione dell’alienazione (OK Computer), perché la lentezza è una forma di difesa e un atto rivoluzionario nell’iperattività e ipervelocità della vita contemporanea. I Nap Eyes non solo rallentano, ma abbassano il volume e si sbarazzano di tutto quel sovraccarico di effetti e post-produzione oggi così in voga, mantenendo dall’inizio alla fine un profilo basso, il registro contemplativo del pensare tra sé e sé e il tono confidenziale dell’incisione casalinga (l’album è registrato in presa diretta, senza sovra incisioni). Le soluzioni musicali cambiano verso metà disco con Alaskan Shake e Click Clack, più complesse, imprevedibili, e mentre un flusso di coscienza intreccia presente, passato e futuro sentiamo un profondo senso di connessione, in barba alla mancanza di logica narrativa. Sarà anche per quelle continue ripetizioni (“my old great great great great great grandmother mother mother mother mother…”), specie di mantra per un Chapman alla ricerca di se stesso, con un lessico così nudo da farsi a volte enigmatico, allegorico o mistico. “Won’t you trust trust trust me, c’mon…”, si chiude così il disco. Io non lo so se mi fido, intanto lo riascolto, perché non ho ancora decifrato tutto di Thought Rock Fish Scale, lavoro ricchissimo in abito casual. (Elisa Giovanatti)

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OUGHT, SUN COMING DOWN, CONSTELLATION 2015

ought

Orfani di Lou Reed – lui e i suoi Velvet, insieme a Talking Heads e Sonic Youth, sono i pilastri dell’immaginario sonoro della band di Montreal, così newyorkese, così urbano – gli Ought lo omaggiano in qualche modo con Men For Miles, aprendo così il secondo atto della loro carriera, non meno potente e interessante del primo. L’alienante routine quotidiana, le richieste assillanti cui ci sottopone la vita contemporanea, sono il bersaglio preferito di una critica sociale lucida e feroce, spesso incontenibile, tanto da seppellire la melodia sotto l’incessante fluire delle parole. “I’m no longer afraid to die/Because that is all that I have left/ Yes”, dice Tim Darcy in Beautiful Blue Sky, con quel “Yes” cantato con voce quasi estatica e una sorta di senso di sollievo: è l’angosciante riconoscimento di una persona ormai travolta dalla pressante routine, eppure quel “yes” afferma una scelta, vibra, smuove qualcosa. Proprio qui sta il centro dell’album, decadente, corrosivo, disturbante, eppure capace di svelare una vitalità inaspettata. Gli andamenti ossessivi delle tracce sono continuamente increspati da nervosismi, interferenze, spigolosità che forse non sono altro che l’irrompere dell’incontenibile carica istintiva primordiale del quartetto, una vivacità e un vigore che portano con sé i semi di qualcosa di costruttivo; una potenza davvero incisiva, la stessa che si dice sia dirompente nei live degli Ought, ma che ci sembra molto ben presente anche in studio. (Elisa Giovanatti)

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VIET CONG, VIET CONG, JAGJAGUWAR 2015

Viet Cong_easy

Da Calgary, stato dell’Alberta, Canada, fanno il loro esordio sulla scena indie rock d’oltreoceano i Viet Cong con l’omonimo album. Un sound in bilico tra variazioni post-punk e una profonda infatuazione per le derive psichedeliche più pure – per intenderci quella della golden age di San Francisco nei Sixities – fanno dei Viet Cong una delle novità più interessanti del panorama alternativo internazionale. E se a ciò aggiungiamo anche un uso moderato e sapiente di electronic tricks anni Ottanta, allora la miscela sonora potrebbe davvero diventare instabile. Intendiamoci, i ragazzi non si sono affatto prefissi di riscrivere la storia del rock, ma con il coraggio delle loro idee sono certamente riusciti ad attirare l’attenzione di molti non solo in patria. Più in generale l’impressione che si ha ascoltando le sette tracce dell’album – i testi scivolano verso un esistenzialismo soft ben incarnato dal verso “What is the difference/ between love and hate?” – e di una sfrenata gioia per la scoperta di suoni, atmosfere e ritmi, un aspetto, quest’ultimo, ben evidente nella monumentale March of Progress. Correte ad accaparravi una copia, datemi retta, saranno soldi ben spesi. (Matteo Ceschi)

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