Tag Archives: European indie music

CANECAPOVOLTO, NORMALE, 2018

Normale

Verrebbe da dire una raccolta di impressioni/schizzi sonori che dall’ormai lontano 1996 ci porta fino all’oggi. La discografia del progetto/collettivo catanese Canecapovolto – attivo anche nel campo delle colonne sonore – non ha l’ambizione di cambiare le vostre idee musicali, ma piuttosto quello di rendere il pubblico aperto a forme d’arte sonora che non necessariamente rientrano nel rassicurante formato canzone. Anzi, nelle diciannove tracce si può solo trovare un sentimento “disturbante” in grado di spingere chi si è messo all’ascolto a proseguire brano dopo brano nella speranza di ritrovare un “porto sicuro”. Prendiamo ad esempio Continuum: si ha la netta impressione di essersi imbucati alla celebrazione di un culto sconosciuto che sazia i suoi fedeli a suon di feedback, distorsioni e lancinanti lamenti elettronici. Nulla appare per quel che è sebbene la musica sia tutt’altro che eterea e suoni come mai terrena e terrestre. Il mio invito è quello di concedersi la curiosità di ascoltare Normale almeno una volta. (Matteo Ceschi)

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MEGANOIDI, DELIRIO EXPERIENCE, LIBELLULA MUSIC 2018

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Inutile perdersi in presentazioni, meglio lasciare partire Delirio Experience e trovare la giusta lunghezza d’onda per farsi coinvolgere dalla band genovese. Sono passati anni dagli esordi discografici, ma i Meganoidi non sembrano avere perso neanche una caloria dell’energia che li aveva sospinti fuori dall’underground fino ad arrivare all’attenzione di un pubblico più ampio. C’è, evidentemente, l’ombra saggia della maturità su questo sesto lavoro in studio che porta a riflessioni  su quanto accade nella quotidianità a partire dal personale per arrivare fino a una visione più ampia della società. Il rock incalzante di Tutto è fuori controllo è un modo di dare forma alla caos e alla cacofonia di una quotidianità che troppo spesso pare avere perso la bussola. In Bye bye presente, altro pezzo tirato,  prevale invece una visione più sarcastica del mondo: il ritornello bye bye presente mi han detto che hai da fare per carnevale e non mi seguirai la dice tutta sul dramma di una contemporaneità in fuga da se stessa verso un futuro che non poggia su salde fondamenta. A volere cercare a tutti i costi un paragone nel panorama attuale, direi che quest’ultima eccellente fatica dei musicisti liguri si avvicina molto al mood blues-rock di Mike Ness e dei Social Distortion. (Matteo Ceschi)

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ZARA MCFARLANE, ARISE, BROWNSWOOD REC. 2017-18

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Quando mi è arrivato tra le mani Arise, sono rimasto subito incuriosito e non ho lasciato passare molto tempo prima di fare partire l’ascolto. L’impazienza e la curiosità, in questo caso, sono state premiate regalando alle mie orecchie uno dei dischi più interessanti degli ultimi tempi, un lavoro al mio udito in grado di competere per la freschezza dell’approccio con The Source di Tony Allen. Il mood musicale di Zara McFarlane si dipana con eleganza sul confine quasi inviabile che divide l’acide jazz degli anni Novanta dalle incredibili intuizioni dell’allora contemporanea scena di Bristol. La cantante inglese di origini caraibiche fa scendere sull’ascoltatore una gentile bruma profumata che rompe il grigio d’ordinanza – una tinta adatta ormai solo alla Brexit – saturando l’orizzonte con oleose e avvolgenti sfumature che da qui possiamo solo intuire provenire dal ricco universo caraibico. Fussin’ & Fightin’, terza traccia dell’album, è un esempio di questa riuscita forma di meticciato sonoro: la dub degli Aswad rincorre le escursioni dei Massive Attack ma non si dimentica mai dai ritmi sincopati della Giamaica. La McFarlane, d’altronde, propone una musica che è migrante nel suo più intimo DNA, e non potrebbe fare altrimenti. Stoke the Fire, invece, è si dichiara per quello che è: jazz nella sua più moderna incarnazione. Stesso discorso per Allies and Enemies, una composizione semplice ma al tempo stesso potente che pone il “Black Atlantic Jazz” di Zara McFarlane come nuovo metro di paragone per un’intera scena. Mi piace immaginare, per concludere, come sarebbe potuta essere l’esistenza dei protagonisti di The Lonely Londoners (1956) di Sam Selvon se avessero avuto come colonna sonora Arise… la musica d’altronde è un viaggio a cavallo dell’immaginazione… (Matteo Ceschi)

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HOLBROOK, HELLO//ANGEL, 2017

Tutti a Parigi con luoghi di provenienza diversi: Canada, Marocco e, ça va sans dire, la ville lumière. Gli Holbrook sono figli di un’epoca di commistioni di genere musicali e di melting pot culturale e non fanno nulla per nascondere la loro natura multiforme alla faccia di quanti provano nostalgia per i muri e i confini blindati. Il sound della band formata da Ali Chafik and Arnaud Jacques e dal chitarrista Nycollas Medeiros è assolutamente attuale ed esaltante con quella sua anima ritmica meticcia contaminata da sprazzi di elettronica che strizza l’occhio alla gioia  tipica degli anni Ottanta. View to Share, brano che inaugura le danze, è un inno alla diversità e alla voglia di lasciarsi per sempre dietro la concezione/visione di un mondo a compartimenti stagni. Man mano che il disco procede si ha la conferma che la band nutra un profondo ed urgente desiderio di comunicare con il pubblico per renderlo partecipe delle proprie scoperte (non solo sonore). Did You? suona, e non potrebbe essere altrimenti, come l’inno di quanti non hanno ancora trovato la loro causa: la chitarra di Medeiros è una lama nel fianco dell’ascoltatore che non dà mai tregua e sospinge il componimento verso la forma perfetta. Volendo dirla tutta Hello//Angel, terza fatica della formazione, arriva con le sue loud vibes a rompere la stanchezza di un panorama sonoro apatico e troppo spesso impegnato ad esaltare quello che è già stato fatto&suonato. Se mancherete di intercettare gli Holbrook perderete ogni diritto a lamentarvi del piattume sonoro che vi circonda! Siete avvisati! (Matteo Ceschi)

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BLACK SEAGULL, DISTANT LULLABIES, 2017

Se non fossero danesi di Copenaghen, li si direbbe degli hippy californiani. Il loro “urban folk-rock” suona come un incredibile mix tra i Love di Arthur Lee, creature dei Sixties, per l’appunto, e i primi REM, band evidentemente legata all’eredità di quel magico decennio per la storia del rock. Il quartetto esplode e convince l’ascoltatore sull’attacco di Wake Up Dreaming, terza traccia dell’album, capace di rendere attuale con sorprendente semplicità e nuovamente “spendibile” l’insegnamento delle sopraccitate band. Tutto viene fatto all’insegna di una pacata sobrietà sonora che ammalia e lusinga il pubblico fino a farlo capitolare in coincidenza del brano “mariachi” Silence Is Broken, composizione a suo modo epica che guarda ammirata al concetto di frontiere inteso come un ventaglio di nuove scoperte. In quest’ottica avventurosa, almeno sul piano sonoro, sbocciano e inebriano il critico Ready to Go e Fire Roses. Inutile, girarci attorno, i Black Seagulls, sono proprio una bella sorpresa scovata sul web. Vivamente consigliati! (Matteo Ceschi)

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PULA+, FEATURING PULA, 2017

Una voce non eccessivamente roca – quel tanto da esaltare un mood destinato ad aumentare la ruvidezza della scena hip-hop nostrana – basi dal divertito sapore “casserole” e l’ambizione a spingere il rap nella “dimensione più vissuta” del blues, sono le principali skills dell’album dell’artista torinese. Con questo lavoro autoprodotto, Pula+, una volta annunciato di essere libero dalle altrui volontà – in passato, come ricordato ironicamente nel titolo del disco, tante importanti collaborazioni – può imbracciare la chitarra chiamando alla sua corte quei colleghi capaci nella sua visione artistica di sostenerlo nella non facile impresa di definirsi agli occhi degli altri: ecco allora Ezra, già collaboratore dei Casino Royale, affiancarlo per la produzione dell’album, e i due chitarristi Buzzy Lao (INRI) e Anthony Sasso (degli Anthony Laszlo) a irrobustirne l’evidente spinta live. Inutile cercare di stilare la classifica dei migliori brani della tracklist, qualunque scelta facciate il risultato sarà sempre soddisfacente. A me sono piaciute per l’impronta internazionale e la freschezza dei suoni Cerchio di fuoco e Cappello bianco. (Matteo Ceschi)

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MAXÏMO PARK, RISK TO EXIST, DAYLIGHT/COOCKING VINYL/EDEL

Non importa che siate fans della scena alternative inglese o meno, Risk to Exist vi conquisterà fin dalle prime note. Pur mantenendo una vocazione puramente indie il disco trasuda un pop adulto a cui pochi (e sfortunati) potranno resistere. Prodotto da Tom Schick (Wilco, Beck, White Denim), l’ultimo lavoro della band di Newcastle attinge al miglior campionario di suoni degli ultimi trent’anni portandoci in un ubriacante vortice di terapeutici ricordi sonori. Se What Equals Love? andrebbe fatta studiare alle giovani leve come un modello molto vicino alla perfezione di “canzone rock da ballare”, I’ll Be Around riaccende al contempo la passione per le melodie degli anni Ottanta così ben rappresentata da Nick Kershaw e insinua con i fraseggi di tromba sul finale il dubbio per una fusion tutt’altro che scontata. A fare la differenza, rispetto agli appena citati Eighties, quel “risk to exist” del titolo, chiaro riferimento al precario equilibrio di una contemporaneità in bilico sul baratro. The Hero, track dal titolo inequivocabile, con la brevissima intro orientaleggiante e le sue ritmiche un po’ à la Chic, è, forse, il brano che meglio rappresenta l’attitude schierata della band e la sua voglia di farsi sentire: all’indifferenza di fronte alla tragedia delle migrazioni dal Sud del mondo ci sarà sempre un’inconsapevole vocazione da eroe nelle persone più insospettabili. Risk to Exist, è un inno all’empatia, a quel sentimento troppo spesso smarrito da un’umanità soffocata da muri, barriere e fake news. I Maxïmo Park ritengono evidentemente possibile un’alternativa alla pericolosa direzione intrapresa ed usano il più diretto idioma della musica, il pop, per comunicare le loro idee. (Matteo Ceschi)

#mayday #primomaggio

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CESARE BASILE, U FUJUTU SU NESCI CHI FA?, URTOVOX 2017

Sono passati ad occhio e croce due anni dall’ultimo lavoro del musicista siciliano. Mese più o mese meno. Ed ecco, quando meno te lo aspetti, che Cesare Basile torna a farci visita con un album densamente popolato dalle voci della terra d’origine: U fujutu su nesci chi fa? va però ben oltre la semplice claustrofobia dialettale per spingersi ancora una volta verso una definizione che non potrebbe essere altro che mediterranea. Il Mare nostrum, intendiamoci, è inteso da Basile come un’area comune d’incontro senza limitazioni al meticciato culturale e alla comunicazione, un concetto egregiamente espresso da un brano come Ljatura, un’ipnotica melodia che idealmente si protende ad abbracciare la saggezza dei griots africani e il sudore esistenziale dei bluesmen neri americani. Se con U scantu la tradizione sonora isolana per un istante si rafforza, bastano pochi minuti per tornare con la title track ad abbracciare le infinite sfumature della world music che strizza l’occhio al rock. Senza cercare forzati paragoni con cose già ascoltate, il disco di Cesare Basile si presenta come null’altro che un invito a spogliarci dei pregiudizi per poter infine ballare più liberi e leggeri. (Matteo Ceschi)

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GIACOMO LARICCIA, RICOSTRUIRE, AVVENTURA IN MUSICA 2017

COVER RICOSTRUIRE_Giacomo_Lariccia

Ricorstruire mette e in chiaro fin da subito che Giacomo Lariccia questa volta si gioca in tutto e per tutto la carta dell’intimismo, inteso come forma per raccontare sia i sentimenti che riguardano la sfera privata, che quella pubblica come riflessione personale, con sonorità essenziali, prive di arrangiamenti inutili per mettersi totalmente a nudo. Così se l’iniziale Ottobre è un invito a riprendere in mano la propria storia d’amore in un momento di crisi, la titletrack, soffice rock in crescendo, è il punto di vista di un artista, ma anche di un semplice uomo di fronte a un momento storico difficile come il nostro, specialmente nel cuore dell’Europa, in quella Bruxelles dove Giacomo vive e che un anno fa è stata teatro degli attentati terroristici che tutti ricordiamo. La delicatissima e intensa Quanta strada parla del riassunto della propria vita con la consapevolezza di volerla abbandonare, un brano in punta di piedi sul tema del fine vita, così come La mano di un vecchio racconta del rapporto fra un bambino e un anziano (o sono la stessa persona?): “Uno piange per ciò che ha perduto e l’altro per quello che avrà”, una sorta di riflessione “nel mezzo del cammin di nostra vita…”, perché Giacomo, come noi, sta lì, a metà strada. La giocosa Come sabbia è un inno a cambiar se stessi prima di voler cambiare il mondo e qui, come Celeste o Solo una canzone che incontriamo più avanti, Lariccia sembra far emergere tutto il suo DNA cantautorale, eredità dei grandi come De Gregori. Amore e variabili è una malinconica ballata molto ispirata, che man mano si apre e si diffonde nell’aria con il contributo degli archi e che si conclude con un dolcissimo assolo di pianoforte. Celeste racconta della donna che si dice che il 16 ottobre 1943 provò ad avvisare gli abitanti del Ghetto di Roma che i nazisti sarebbero arrivati a rastrellare gli ebrei, ma che non venne ascoltata e definita “pazza”. La fragilità di questo momento storico, sottotesto di tutto l’album, compare prepotentemente nell’incalzante Luce, in cui “senza te io sono al buio”. Il disco si chiude con Solo una canzone, delicata ballata voce-chitarra che esprime il  punto di vista di…una canzone. Ricostruire non poteva che chiudersi con questo semplice omaggio al ruolo che la musica ha nelle nostre vite. L’anno scorso Giacomo Lariccia è stato protagonista di una delle nostre copertine. Se volete rileggere l’intervista cliccate qui (Katia Del Savio)

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INDIANA PLAYLIST PRIMAVERA

PlaylistIndianaMarzo16

Cari amici di Indiana, eccoci con nuove chicche musicali per voi.  I tre piccoli indiani vi propongono artisti italiani e internazionali, sonorità eterogenee che hanno colpito le loro orecchie negli ultimi mesi. Tenete quindi in alto le vostre antenne e ascoltate tutto d’un fiato la nostra playlist di primavera!

 

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