Tag Archives: folk music

ANI DIFRANCO, BINARY, RIGHTEOUS BABE/AVELIN REC. 2017

 

Ani, Milano, early July 2017 72
Molta acqua sotto il ponte è fluita. Il flusso di note ha con il tempo smussato gli spigoli del sound di Ani DiFranco portando l’esuberanza e l’irruenza giovanile (sulla chitarra) a un più mite rapporto di coesistenza sonora con il mondo. Così Binary suona, e non potrebbe essere altrimenti, più soft e controllato, quasi a ritmo di un nu-soul alla Erykah Badu. Nel complesso l’album, ricco di partecipazioni di colleghi amici, procede senza fare una grinza ed è, forse, proprio questo preciso aspetto a lasciare al fan della prima ora (per intenderci uno di quelli del 1990) il palato un po’ asciutto: se in Pacifist’s Lament confesso almeno di ritrovarmi in parte, il resto della tracklist, lascia forte il rimpianto di quello che è stato. Non siamo neanche lontanamente vicini all’omonimo album d’esordio o al più recente, si fa per dire, e jazzato Canon. Senza farne una colpa ad Ani, la speranza è che la parentesi di introspezione adulta di Binary presto ceda nuovamente il passo ad un’anarchica volontà di urlare i propri sentimenti senza badare troppo alla forma. (Matteo Ceschi)
Advertisements
Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

GERA BERTOLONE, LA SICILIENNE, SEAHORSE/SONORA 2015

Gera Bertolone

Impegnata nel recupero e nella promozione del patrimonio culturale siciliano, Gera Bertolone è cantante, clarinettista ed etnomusicologa: tre modi differenti di vivere il rapporto con la musica, uno spessore formativo complesso, un background poliedrico di gran peso, che non può se non essere estremamente esigente, anzitutto con se stessa. Di qui forse deriva, ascoltando La Sicilienne, la sensazione di un lavoro maniacale, in cui nulla è lasciato al caso. Una tracklist ben farcita recupera brani della ricchissima tradizione musicale siciliana offrendone una rilettura rispettosissima e contemporaneamente non immune da una raffinata impronta autorale. I mezzi espressivi sono quelli della tradizione isolana, di cui si colgono anche i disparati influssi mediterranei, mentre la vocalità di Gera, raffinata ed espressiva, sa coinvolgere ed emozionare, sostenuta dalla collaborazione del polistrumentista Rares Morarescu (violino, mandolino, chitarra e arrangiamenti). Il progetto è audace e incontrerà favori all’estero, dove le nostre tradizioni sono apprezzate e studiate e questo genere di operazioni è riconosciuto in tutto il suo valore, ma potrà contribuire anche in Italia ad avvicinare una fetta di pubblico alla scoperta di questo repertorio. Intanto, Gera Bertolone ci consegna un album dal sapore antico, che a ben guardare racconta storie di valenza universale, oggi come nella notte dei tempi. (Elisa Giovanatti)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

VILLAGERS, DARLING ARITHMETIC, DOMINO 2015

villagers

“It took a little time to get where I wanted / It took a little time to get free / It took a little time to be honest / It took a little time to be me”. Comincia così lo splendido ritorno di Villagers (Conor O’Brien), una messa a nudo inaspettata e autentica, a ricordare a tutti che la cosa più difficile, in fondo, è proprio imparare ad essere se stessi. O’Brien lo fa con una musica ridotta all’osso, minimale, che procede per sottrazione (quanto siamo lontani da Awayland!), una scrittura in tono minore, che ci avvolge in luci soffuse, mettendo in risalto parole che invece pesano come macigni, dirette e genuine, le vere protagoniste dell’album, cantate da una voce piena di sentimento, su linee sinuose e sfuggenti. Sembra di assistere, in sole 9 tracce, ad un intero percorso umano (e artistico) per l’auto-accettazione, un percorso che sfiora ogni sfumatura del sentimento, per uno svelamento di sé tanto radicale da far venire i brividi al suo stesso protagonista (So Naïve). La già citata Courage, la ballata Hot Scary Summer, la pungente Little Bigot, la titletrack, le tenui Dawning On Me e No One To Blame, raccontano magistralmente tutte le fatiche del fare i conti con se stessi; sono pezzi illustrati nel comunicato di lancio del disco con una gran profusione di parole dello stesso artista: interpretazioni che preferisco non riportare, essendo questo genere di lotte interiori così universale da far sì che ognuno vi possa trovare il proprio significato. Un gran bel ritorno, un disco da lasciar sedimentare. (Elisa Giovanatti)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

CESARE BASILE, TU PRENDITI L’AMORE CHE VUOI E NON CHIEDERLO PIÙ, URTOVOX 2015

Cesare Basile_easy

Un disco dai suoni antichi e marginali che inevitabilmente guarda al blues, quello più dannato e scarno, come a un modello, ancor prima che sonoro, di vita. In quest’ottica, la scelta del dialetto siciliano – l’artista ha fatto da alcuni anni ritorno nell’isola natia – pare supportare l’evidente sforzo di trovare nel passato la forza di affrontare il presente. Tutte le canzoni dell’album racchiudono una storia e dei personaggi che, proprio grazie a questa volontà di profondità storica, prendono forma tra le singole note fino a spingersi dentro l’intimità dell’ascoltatore. Con Tu prenditi l’amore che vuoi…, Cesare Basile pare fare proprio il concetto di schizofrenia contemporanea e vivere al contempo i panni di narratore e soggetto narrato. Attingendo a una tavolozza sonora agrodolce in cui fanno capolino persino i vivacissimi colori dell’Africa, il musicista non solo restituisce alla contemporaneità un passato degno di questo nome ma riesce anche, come in occasione di La libertà mi fa schifo se alleva la miseria, a liberare un sano sdegno rivoluzionario nei confronti delle tante, troppe, cose che non funzionano come vorremmo (Matteo Ceschi)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

DI OACH, DI OACH, AUTOPRODUZIONE 2015

diOach

Riscoperto in anni recenti, specie nella sua variante più intimista e sussurrata, il folk sta pian piano popolando il suo panorama di tante belle nuove realtà, band lontane dai riflettori e dal clamore che fanno musica di grande qualità e autenticità. Con la freschezza tipica dell’opera prima e la libertà artistica dell’autoproduzione si affacciano in questo contesto anche i Di Oach, giovanissimi vicentini che propongono sonorità prevalentemente acustiche, raffinati intrecci vocali e atmosfere lievi e delicate. Piacevolissimo il primo brano, The Mountain Fox, che rivela subito quanto sia stata assimilata la lezione vocale di Joe Newman degli Alt-J, il cui saliscendi stralunato delle melodie è qui riproposto dal bel timbro caldo di Nicola Traversa. Nella successiva Don’t Know stupisce l’Irish pipe, ma il quartetto del resto pesca in ugual misura in Nord Europa e America; i ritmi lievi sono spesso ulteriormente addolciti dalla seconda voce femminile, mentre quando si fanno più cadenzati ricordano nemmeno troppo da lontano i Mumford & Sons. Il suono del glockenspiel dà un tocco fiabesco e sognate a tutto l’album, che dipinge spaccati di vita quotidiana per immagini evocative più che per racconti. Pagine raffinate si ascoltano in Every Early Morning, Who Won, Who Lost, Stubborn’s Cure e The First Time, il pezzo più americano, un country-blues molto ben riuscito. Si chiude con Like The Oaks, brano da cui prende il nome la band (di Oach, nell’antico dialetto cimbro, è la quercia): nel bell’intreccio di voci si innesta con la massima naturalezza possibile anche la tromba, che svolazza a lungo  senza minimamente scalfire gli equilibri del brano. (Elisa Giovanatti)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

INDIANA MUSIC MAGAZINE ALLA SCOPERTA DI LEO PARI

Cover-GENNAIO 2015_easy

Ormai lo sapete: dovete cliccare sulla copertina e avrete in freedownload il numero 4 di INDIANA MUSIC MAGAZINE. Con una lunga intervista andiamo alla scoperta di Leo Pari, che nella doppia veste di artista e discografico (con la sua Gas Vintage Records) svela un prezioso punto di vista sull’attuale scena musicale indipendente. Completano il magazine le recensioni del mese e le partnership di Indiana: quella con Scambio Date e quella col Blues Cave Studio, promotore con noi dell’INDIANA MUSIC CONTEST 2014. Il tutto scaricabile gratuitamente. Buona lettura!

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

THREELAKES/PHILL REYNOLDS, SPLIT, DINOTTE RECORDS 2015

split

Dietro i nomi inglesi si celano gli italianissimi Luca Righi e Silva Cantele, due tra i migliori esponenti della musica folk d’autore in Italia: mantovano il primo (i tre laghi sono quelli che circondano la città gonzaghesca) e vicentino il secondo, si dividono qui il lavoro con 3 brani a testa, proseguendo – chitarra in mano – sul solco tracciato dalla grande tradizione cantautorale americana. Essenziali e minimali le interpretazioni di Threelakes, che indaga il tema della memoria e dei ricordi con brani molto intimi, una resa crepuscolare e intensa, un’attitudine molto sobria e una sensibilità fuori dal comune. Grande espressività anche per Phill Reynolds, anch’essa ben radicata oltre oceano, con qualche arricchimento negli arrangiamenti, pur se sempre con molta misura (dosatissimi gli interventi strumentali su Twosday e Man?), ad esplorare le relazioni umane nelle loro molteplici declinazioni. Di sicuro effetto anche le rispettive vocalità, molto diverse ma accomunate dalla profondità e dal sapore malinconico. Da oggi online in streaming, il disco esce ufficialmente il 17 gennaio, quando sarò presentato con un concerto al Teatro Busnelli di Dueville (Vi) cui seguirà un tour nei primi mesi del 2015. (Elisa Giovanatti)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

AA.VV., NATIVE NORTH AMERICA (VOL. 1), LIGHT IN THE ATTIC RECORDS 2014

nativenorthamerica

Il titolo completo recita Native North America (Vol. 1): Aboriginal Folk, Rock And Country 1966-1985. Si tratta di 34 introvabili incisioni (inclusi alcuni veri gioielli), recuperate grazie al lungo lavoro del musicologo e archeologo Kevin “Sipreano” Howes, che riportano alla luce un repertorio sommerso e ai più sconosciuto, quella particolare produzione musicale dei nativi del Nord America che prende forma dall’incontro/scontro con il pop-rock mainstream, uno scambio fondamentale per la reciproca definizione della produzione musicale: se da un lato sono evidentissimi i lasciti folk, rock e country nella musica dei nativi, dall’altro va finalmente riconosciuto infatti il sostanziale contributo di questi ultimi alla canzone d’autore americana. Echi di Johnny Cash, Bob Dylan e Neil Young, per non parlare di vero garage-rock (ascoltate Fall Away dei Sugluk) e di rock psichedelico (la bella Old Man Carver di Willie Thrasher), risuonano così nella poetica dei nativi. Proprio nel complesso rapporto coi generi mainstream sta il senso di unità che deriva da questo materiale pur così eterogeneo, frutto di esistenze messe ai margini (dai pregiudizi, dalla politica) che vivono e lottano fra l’impulso di imitare gli altri e quello di distinguersi e autodeterminarsi. Il tema politico – l’emarginazione, il ratto della terra, i soprusi – ha ovviamente largo spazio, insieme al racconto mitico-sacro e alla rievocazione nostalgica di una vita e un mondo ormai perduti. “Pollution it chokes me, movies they joke me”, canta la voce calda di Willie Dunn – paladino dei diritti dei nativi americani morto durante il concepimento dell’album – nella splendida I Pity The Country, restituendo tutto il senso della raccolta in due minuti traboccanti di poesia e rassegnazione. (Elisa Giovanatti)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

HORSE FEATHERS, SO IT IS WITH US, KILL ROCK STARS 2014

hf2014_1718_final

C’è qualcosa di diverso in questo nuovo capitolo della carriera degli Horse Feathers: non proprio una svolta, ma un cambiamento di toni e colori nettamente percepibile, anche se già avviato in alcuni episodi della produzione più recente della band di Portland. E’ subito chiaro con Violently Wild, pezzo che apre So It Is With Us: da un titolo del genere qualcuno forse si potrebbe aspettare molti scossoni in più, ma chi conosce Justin Ringle e compagni sa che il tempo più veloce, la ritmica, l’arrangiamento non solo curato – come sempre – ma soprattutto luminoso rappresentano una decisa uscita dalla malinconia della gran parte dei loro pezzi, verso atmosfere più distese e leggere. Anche un brano che esprime rassegnazione come Why Do I Try si risolleva con note leggiadre e sognanti di pianoforte, una specie di riacquistata speranza. La fluidità melodica, la qualità del songwriting, le delicate venature roots e country, il clima bucolico che si respira ad ogni nota e la grazia espressa in ogni dettaglio rimangono quelli che già conosciamo, conferendo alla proposta chamber-folk degli Horse Feathers la solita piacevolezza. (Elisa Giovanatti)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,
%d bloggers like this: