Tag Archives: Glasgow music scene

MOGWAI, EVERY COUNTRY’S SUN, ROCK ACTION 2017

C’era bisogno, a questo punto della carriera dei Mogwai, di un album che tornasse a spostare gli equilibri a favore del loro lavoro “principale”. Le loro (bellissime) esplorazioni cinematografiche, peraltro connaturate alle possibilità del genere che i Mogwai hanno contribuito a creare, hanno rischiato ultimamente di mettere in ombra una discografia dai risultati alterni. C’è quindi solo da rallegrarsi per l’uscita di questo validissimo Every Country’s Sun, nono album in studio per la band di Glasgow, il primo dopo l’abbandono del chitarrista e fondatore John Cummings. In parte, sembra una sorta di compendio di oltre 20 anni di carriera: le esperienze cinematografiche che si riversano nella prima metà dell’album (Crossing The Road Material, Aka 47, 20 Size), il ritorno del produttore Dave Fridmann e dell’uso massiccio dei synth, ora caldi ora gelidi, il gioco con la forma-canzone (Party In The Dark), i momenti da Mogwai d’annata (quelli che hanno scritto la storia del genere) fra sterminati landscapes e sfoghi deflagranti (la stessa 20 Size, Battered At A Scramble , Old Poisons). Più sottilmente, però, è un lavoro che continua l’incessante ricerca sonora dei nostri – perché, gliene va dato atto, i Mogwai non stanno mai fermi. È difficilissimo rinnovarsi quando si è così strettamente legati a un genere e ad un tipo di sonorità (un legame che deriva dal fatto che quel genere e quelle sonorità si è contribuito più di ogni altro a definirle), ma i Mogwai sono troppo intelligenti per farsi imbrigliare in stilemi da loro stessi costruiti; spostano quindi, rispetto alla formula degli inizi, l’obiettivo della ricerca, e lavorano di fino: più che nel “wall of sound” e nella vastità del suono è ora nelle minuzie, nelle stratificazioni graduali, nel controllo e nelle sottigliezze che Braithwaite e soci continuano a esplorare nuove possibilità, forti di un desiderio innovativo ancora intatto e di una maturità stra-consolidata. E in questo, nell’andare oltre, nel ridefinire i confini, nell’essere ancora significativi e genuini, i Mogwai si sono sempre dimostrati un passo avanti agli altri. Eppure… resta per me un disco che lascia qualcosa in sospeso, o più probabilmente che mi richiede più tempo rispetto ad altri per essere metabolizzato. Quando sento i pezzi che più guardano all’indietro mi assale forte il dubbio: e se questo ritorno al passato, a una specie di comfort-zone, suonasse più nostalgico che espressivamente urgente? Le vette della discografia dei Mogwai hanno la stessa capacità di catturare e coinvolgere dell’esperienza live, quel magnetismo che fa stare migliaia di persone in assoluto silenzio durante un sussurro per poi travolgerle in un istante con un’onda sonora che non dimenticheranno mai più (chi li ha sentiti in concerto sa perfettamente cosa vuol dire essere schiacciati all’improvviso da un muro di suono)… ecco, quell’immediatezza espressiva, che fosse brutalità, ferocia, oppure il suo contrario, una delicatezza che lascia a bocca aperta, un po’ manca, o mi manca, che è come dire che la ricerca dei Mogwai si è forse fatta un po’ troppo cerebrale, finendo per interporre fra loro e gli ascoltatori una distanza che nei loro lavori migliori veniva completamente annullata dalla potenza comunicativa. Questo, almeno, su disco, perché ho invece piena fiducia nella resa dal vivo. Rimane, sia chiaro, un album immensamente al di sopra della media, che sa regalare vere e proprie perle (tra queste anche Coolverine e la splendida titletrack in conclusione). Ci rifletterò ancora, intanto bentornati. (Elisa Giovanatti)

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FRANZ FERDINAND & SPARKS, FFS, DOMINO 2015

FFS

La collaborazione tra la band di Glasgow capitanata da Alex Kapranos e la storica rock band di L.A. decolla subito sulle note di un teatro canzone esuberante che gioca e si prende gioco degli schemi e del conformismo sonoro: Johnny Delusional, brano che apre le danze, suona a metà tra il David Bowie più pop e Kurt Weill & Bertolt Brecht regalando ottime impressioni a chi si pone all’ascolto. Senza allontanarsi troppo dal palco e dalle sue regole, Call Girl riaccende l’entusiasmo sotterraneo per Marc Bolan ricordando ancora una volta le infinite possibilità della musica, ieri così come oggi. Assolutamente anarchica nelle forme e nei contenuti, Police Encounters, un’irriverente e serrata marcetta capace di accendere la passione per l’illecito. Sul finire del disco The Power Couple accarezza le ambizioni lisergiche di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band riportando FFS alla sua dimensione di una pièce teatrale-musicale. Parole per la chiusura di Piss Off non ce ne sono, le hanno già spese tutte gli artisti dal palco! Per Alex Kapranos & soci non ci sono ripetizioni ma solo schegge impazzite di evoluzione artistica. (Matteo Ceschi)

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BELLE AND SEBASTIAN, GIRLS IN PEACETIME WANT TO DANCE, MATADOR 2015

Belle-and-Sebastian-Cinema-by-Søren-Solkær

I commenti che si leggono in queste ore sul nono capitolo della carriera discografica dei Belle And Sebastian (foto di Søren Solkaer) gravitano attorno a due nuclei: la svolta elettro-dance e i testi politicizzati. Per quanto riguarda il primo punto, non possiamo certo parlare di una svolta compositiva: i due “pezzi dello scandalo”, The Party Line e Enter Sylvia Plath, con tanto di lustrini e synth pulsante, sono solo momenti – peraltro fatti di suoni nati già vecchi – inframezzati da brani nel più classico stile di Murdoch e soci; non sono nemmeno una grande novità: ricordate la Electronic Renaissance di Tigermilk? Eravamo nel 1996, ma è stato solo il primo di una serie di episodi disseminati in quasi 20 anni di attività, con il dancefloor ad esercitare da sempre un certo appeal sugli scozzesi. L’impegno politico, poi, è ridotto a qualche accenno (principalmente in Allie, uno dei brani migliori). Piuttosto, bisognerebbe parlare di una fondamentale incertezza sulla direzione da prendere. GIPWTD è un buon album, ma niente più, che oscilla continuamente fra la (stanca) riproposizione del personalissimo stile dei Belle And Sebastian e la spavalderia danzereccia di alcuni brani. L’inizio, per la verità, non è affatto male: Nobody’s Empire supera la prova a pieni voti, insieme ad Allie e, poi, Play For Today. L’effetto sorpresa, però, non basta per fare un album del tutto convincente. E l’accostamento di Sylvia Plath ai ritmi dance lascia molta perplessità. (Elisa Giovanatti)

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MOGWAI, YOUNG TEAM, CHEMIKAL UNDERGROUND 1997

mogwai

Epocale album di debutto degli scozzesi Mogwai – che prima avevano pubblicato qualche Ep – Young Team diviene ben presto uno dei dischi cardine degli anni ’90, capace di dar vita a un intero filone musicale (con influenze ancora oggi vive, fra Sigur Rós e Explosions In The Sky) e ponendo le basi per molto post-rock di fine millennio. Yes! I Am A Long Way From Home, sorta di prefigurazione di ciò che più tardi sarà Cody, apre il disco e introduce agli 11 minuti di Like Herod, manifesto stilistico di Stuart Braithwaite e soci: un inizio morbido conduce a una tensione montante nell’ombra, che proprio quando pare placarsi esplode in una sfuriata chitarristica che atterrisce; e così si prosegue nella seconda parte di un brano che rivela al mondo una band straordinaria nel costruire atmosfere da thriller, silenzi tesi e minacciosi, progressioni inquiete, muri di suono che si elevano improvvisi e ti schiacciano, ma altrettanto straordinaria nel regalare momenti eterei, struggenti, quando un pianoforte, una semplice melodia, dei pacati tocchi alle corde, aggiungono una intensissima profondità emozionale a questi visionari quadri musicali. Simili contrasti continuano nel resto del disco (Katrien, Summer, With Portfolio), dove i rari interventi vocali, a volte sotto forma di voci registrate o di un parlato quasi incomprensibile, funzionano spesso come semplici ulteriori elementi della stratificazione sonora. Il pianoforte di A Cheery Wave With Stranded Youngsters conduce poi al finale maestoso di Mogwai Fear Satan, l’altro apice dell’album: piuttosto che il gioco di contrasti, però, troviamo qui una progessione in cui, su una base ritmica ossessiva, lo stesso motivo di 3 note viene ripreso da basso e chitarre, con graduali livelli di distorsione; persino un flauto risuona sullo stesso motivo, ad aggiungere un inaspettato colore nelle pause fra una feroce esplosione e la successiva, fino a regalare la magia della lunga coda finale. Abbandonata qualsiasi velleità narrativa, i Mogwai offrono suggestioni, sogni, visioni, grazie a una capacità evocativa senza pari e a un perfetto equilibrio fra immediatezza e sperimentazione. (Elisa Giovanatti)

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