Tag Archives: Graveyard

THE CHANFRUGHEN, SHAH MAT, MOLECOLE PRODUZIONI 2016

The Chanfrughen 2 (foto Paola Pietronave)

Vengono dalla Liguria, da Andora per la precisione, un luogo che hanno deciso di trasformare nella loro personalissima New Orleans. I Chanfrughen – Alessandro Bacher, Gianluca Guardone, Andrea Risso— usano & abusano della ricca tradizione sonora degli anni Settanta dipingendo un’Italia che ha del fantastico se non fosse che tutto suona tra le loro mani maledettamente vero. Il disco, il secondo in carriera, è un limpido esempio di un certo tipo di rock contemporaneo che, pur abbeverandosi a un passato inevitabile, riesce ancora a parlare un linguaggio originale e sincero. Sostenuto dalla maschia ritmica di Andrea Risso, il power trio si esalta ad abbandonare scopi e intenzioni per accendere il fuoco di jam intrise di lampi psichedelici e di appiccicosi umori funk. Non mi credete? Provate a “iniettarvi” Parassiti e vi entreranno in circolo in una sola “botta” Stevie Wonder, i Quicksilver Messenger Service e i contemporanei Graveyard. Dire che aspettavo un album come Shah Mat – in persiano “il re è morto” – sarebbe piuttosto arrogante e pretenzioso da parte mia, mi limiterò, allora, ad annunciarvi, che i Chanfrughen sono ufficialmente entrati nella mia playlist personale e che, cosa non affatto trascurabile visto il mio orecchio molto esigente, Gianluca Guardone è per il sottoscritto la voce più interessante del 2016. L’anno non poteva iniziare meglio! (Matteo Ceschi)

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SIENA ROOT, PIONEERS, GAPHALS/CLEOPATRA RECORDS 2015

Siena Root_by Nikola Adamovic_easy

Il bollino dorato che accompagna l’uscita sul mercato statunitense del sesto album della rock band di Stoccolma riporta con sicurezza la seguente dicitura “Un massiccio mix di Deep Purple & Iron Butterfly.” A ben vedere, però, questa etichetta a uso e consumo del mercato discografico, non rende del tutto l’idea di cosa ci si possa aspettare da Pioneers. L’album – otto brani più una ben riuscita cover di Whole Lotta Love degli Zeppelin – infatti, più che fare riferimento a delle band in particolare guarda piuttosto a quel mood sonoro, assai diffuso a cavallo tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta, che inaugurò la stagione dell’hard rock. Qua e là i segni del lato più ruvido ed aggressivo delle sonorità psichedeliche servono a reggere la mole culturale incombente dei Seventies come si può facilmente constatare con l’ascolto della lunga e ed epica In My Kitchen, il momento più ispirato di tutto il lavoro. Per il resto il disco sembra incolonnarsi senza particolari guizzi con le armate rock scandinave che a partire dai Graveyard stanno colonizzando con la foga di antichi conquistatori tutte le lande europee. Produzioni analogiche ineccepibili non fanno che esaltare ancora una volta le qualità dei maestri svedesi. (Matteo Ceschi)

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