Tag Archives: indie label

CON I THIRD SOUND IL TEMPO PERDE SIGNIFICATO

Nemmeno il maltempo li ha fermati! Arrivati in ritardo sotto la pioggia battente all’Arci Bellezza di Milano, dopo un velocissimo sound-check – 10 minuti annunciati dal ruggito del basso di Andreas Miranda – i The Third Sound hanno solo atteso le ultime note del live di Kane Nero per far esplodere subito la sala da ballo con la loro miscela di richiami psichedelici e schegge post-new wave. I Velvet Underground incontrano i Grateful Dead sul palco! Un’epica cavalcata sonora iniziata con un brano strumentale e proseguita con Your Love Is Evol estratto da First Light, il loro ultimo LP per FUZZ CLUB. Il tempo sembra perdere significato… Le chitarre di Hakon Aðalsteinsson e Robin Hughes sono come lancette di orologi impazzite… Perdersi è un piacere… per poi ritrovarsi ai piedi del palco a chiacchierare con il batterista Fred Sunesen e il collega musicista Andreas.

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AUGUSTINE, PROSERPINE, LA CURA/I DISCHI DEL MINOLLO 2021

Appena ci si posa orecchio, si comincia a provare un attaccamento a questo disco e a nutrire per esso e per la sua autrice un affetto sincero. Proserpine, nuovo creatura di Augustine/Sara Baggini, colpisce per la sua schietta sincerità che trasporta l’ascoltatore verso un cosmo personale in delicato equilibrio tra ciò che la vita dispensa e ciò che, sotto la luce del sole, o se preferite quella riflessa della luna, la stessa vita decide di ritardare o, persino, si rifiuta di dispensare. È un gioco quotidiano con le esistenze quello intrapreso da Augustine insieme a Fabio Ripanucci e Daniele Rotella e a un pugno di altri artisti per scoprire quanta generosità si nasconda tra le note. Rispetto al precedente lavoro Grief and Desire del 2018, in Proserpine le chitarre si ritagliano uno spazio maggiore incidendo a chiare lettere il loro nome nei solchi: lo si intuisce fin dall’attacco della prima traccia Tower Stones, un creatura fantasy la cui anima sonora pare dividersi tra monolitici riferimenti a Kate Bush e slanci verso i mondi sonici bazzicati da PJ Harvey e Björk. La tetra How to Cut Your Veins Correctly prosegue il cammino spingendo Augustine verso un dark teatrale à la Tim Burton – il brano non avrebbe sfigurato nella colonna sonora di Sweeney Todd! Luce e ombre. Chiaro e scuro. La vita, però, scorre come una ninnananna verso le Good News e la conclusione di album decisamente sopra la media. (Matteo Ceschi)

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ALAN+, ANAMORFOSI, URTOVOX 2021

Recital elettrico.
Effetto sonoro (ma anche visivo, quello scelto per il titolo dagli ALAN+, Anamorfosi).
Avanti. Traccia dopo traccia.
Chiedersi quale siano i riferimenti sonori è un esercizio costante che accompagna piacevolmente l’ascolto.
Da Firenze, Tony Vivona e Alessandro Casini affrontano la contemporaneità pandemica e post-pandemica con lo spirito dei pionieri di un tardo krautrock che guarda alle malinconie e ai tormenti di Mark Lanegan. Forse in Anamorfosi potremmo addirittura sentire la lezione magistrale degli OfflagaDiscoPax e di una classica contemporanea pacata ma mai arrendevole à la Satie.
La title track con le note cadenzante suonate al piano che accompagnano le punture elettriche della chitarra di Alenssando Casini… e Tengo Traccia con quel suo spleen tutto oriental-grunge… esplodono fresche e delicatamente violente come un risveglio frizzante, di quelli che fanno rizzare i peli su tutto il copro… Fino all’ultimo respiro, viene da sospirare citando un’altra traccia, smuovendo la coscienza del giorno. (Matteo Ceschi)

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SUDAN ARCHIVES, ATHENA, STONES THROW 2019

Sudan_Archives_photo_by_Eric_Coleman

Era dai tempi dei Massive Attack e di Erykah Badu che non mi capitava di mettere orecchio su un prodotto musicale così fresco e votato al futuro. La statunitense Sudan Archives con Athena non solo porta una ventata di innovazione nel panorama pretenziosamente hipster della black music degli ultimi anni, ma spinge il genere – e più in generale l’intrattenimento sonoro – verso una ritrovata consapevolezza nei propri mezzi. Down On Me, non solo invita le nostre voglie musicali a palesarsi e a sbirciare al di là delle mode ma riallaccia concretamente il confronto tra artista e pubblico. La scelta del violino – che Sudan Archives condivide, ad esempio, con jazzisti del calibro di Ben Williams e Ambrose Akinmusire – solo apparentemente scoraggia l’ascolto: in realtà l’uso sapiente dello strumento reso celebre da Vivaldi (doveroso citare Black Vivaldi Sonata) regala ad ognuna delle composizioni dell’album un tocco etereo sufficientemente distante per fare viaggiare la mente di chi si mette in ascolto. Così la libertà d’espressione dell’artista si sovrappone quasi perfettamente a quella del pubblico rompendo ogni schematismo discografico. Athena è l’album che in molti aspettavano di aver tra le mani da tempo… Forse non tutto è perduto… (Matteo Ceschi)

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TAXIWARS, ARTIFICIAL HORIZON, SDBAN ULTRA 2019

TW

Un disco notturno, dalle sfumature un po’ crepuscolari, se vogliamo, quello che Tom Barman, frontman dei dEUS, e il sassofonista belga Robin Verheyen (insieme al bassista Nicolas Thys e al batterista Antoine Pierre) propongono al pubblico. Artificial Horizon ha il gusto musicale di una secret jam a cui pochi fortunati possono assistere. Questa sua natura “aperta & possibilista” porta i suoi interpreti a non fissare mai dei paletti sonori ma a lasciarsi ispirare dal momento e dalle situazioni: il jazz così si mescola a forme di hip-hop old school (Sharp Practice ricorda davvero molto gli Spearhed) prima di passare affascinanti forme di free-post-punk (la title track, ad esempio). C’è anche spazio per ballad dal sicuro impatto emotivo (Irritated Love) e per compiaciute citazioni di classic rock (Different or Not è costruita a partire dal groove inconfondibile di Under My Thumb degli Stones). Nel complesso l’album dei TaxiWars con il suo ampio spettro di proposte sembra riuscire a dare fiato a una naturale quanto impulsiva voglia di variazioni di fronte al continuo ripetersi di pattern e standard artistici. (Matteo Ceschi)

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KISHI BASHI, OMOIYARI, JOYFUL NOISE 2019

Le sonorità accattivanti di Omoiyari non vi devono ingannare: c’è della protesta dietro tanta grazia, c’è dolore, c’è un percorso umano e storico che ha ormai assolto la storia, ma non la dimentica. Americano figlio di immigrati giapponesi, Kaoru Ishibashi – in arte Kishi Bashi – riflette in questo suo quarto album sul terribile episodio dell’internamento di oltre 110 mila nippo-americani in campi di prigionia statunitensi durante la Seconda Guerra Mondiale. “Non volevo che questo progetto parlasse di storia, ma piuttosto dell’importanza della storia, delle lezioni che possiamo ricavarne”, ha dichiarato l’artista, che infatti incentra le sue canzoni non tanto su una denuncia esplicita, ma piuttosto su vicende individuali (la madre di Theme for Jerome (Forgotten Words), il giovane di Summer of ’42) o su relazioni (A song for you, per esempio, che con delicatezza tocca il tema della separazione e della lenta erosione della memoria). Non è difficile, tuttavia, intravedere dietro a tutto ciò anche continui riferimenti all’attuale amministrazione americana, le sue ansie xenofobe, i suoi muri, che anzi di fatto hanno avuto la funzione di vero e proprio input per questo album. E del resto pur essendo ispirato ad una vicenda storica particolare, avvenuta negli anni ’40, Omoiyari convoglia un messaggio che non ha tempo, a partire proprio dal titolo: si tratta infatti di una parola giapponese dal significato complesso che ruota attorno a quella che per noi è l’empatia, la comprensione degli altri, la compassione, il pensare agli altri, insomma una disposizione umana che per Kishi Bashi è l’unico modo per superare conflitti, xenofobia, intolleranza, paura. Musicalmente parlando Omoiyari è frutto di una scrittura solida ed elaborata, fatta di stratificazioni minuziose e sovrapposizioni delicatissime di voci e strumenti, che la produzione (più sobria rispetto ai lavori precedenti) mette in risalto in maniera pulitissima. Il violino resta lo strumento prediletto da Bashi, che qui abbandona certi virtuosismi a favore di una musica che suona più sobria, sincera, a cuore aperto. Lo stile, certo, resta quello di un pop sempre leggermente sopra le righe (“barocco” nei precedenti album), lussuoso e raffinato, ma meno appariscente ed ostentato. Omoiyari è un lavoro godibilissimo ma non a cuor leggero, perché anche il pop sa parlare di cose serie. (Elisa Giovanatti)

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NORTHWEST, I, TEMPEL ARTS 2018

Prima ancora della musica è notevole, nei Northwest, l’approccio alla musica stessa e all’arte tutta: il duo, nato alla fine del 2015 dal sodalizio fra Ignacio Simón (compositore, multi-strumentista e produttore) e Mariuca García-Lomas (visual artist, cantante e compositrice), è mosso infatti da un vero e proprio spirito d’avanguardia, un approccio sperimentale mai domo che si esprime in ogni aspetto del proprio lavoro e che non si esaurisce nella musica. C’è, evidentemente, molta elaborazione teorica, molta capacità di riflessione sul fare arte al giorno d’oggi (hanno pubblicato ben due manifesti, sul loro sito http://thisisnorthwest.com/, che vi consiglio di leggere in particolare per conoscere la singolare storia della distribuzione di I), e c’è anche un vero e proprio bisogno di esprimersi artisticamente: per questo il lavoro dei Northwest non si esaurisce nell’aspetto musicale, ma coinvolge anche le produzione di video studiati in ogni dettaglio e a loro volta ricchissimi di riferimenti di estrazione colta al cinema, all’arte, alla danza. Definire I un album di musica ambient sperimentale non rende giustizia alla varietà di sonorità che si svelano a poco a poco nel corso della scaletta, ma offre comunque un’idea di quale sia lo sfondo (talora enigmatico, inquietante, altre volte etereo, rilassante) dal quale di volta in volta si staccano dolci beat elettronici (Pyramid), tocchi leggeri di pianoforte o cangianti tappeti di archi. La strumentazione dell’album è infatti molto varia, come dimostra una traccia straordinaria come London, prima lenta e d’atmosfera, poi raffinatissima, poi montante e impetuosa, una cavalcata di 11 minuti, davvero un grandissimo pezzo. (Elisa Giovanatti)

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LA FABBRICA DELL’ASSOLUTO: ORWELL IN ROCK

Siamo giunti al numero 30, ebbene sì, e festeggiamo con un’uscita particolarmente corposa di INDIANA MUSIC MAGAZINE. Doppia intervista, infatti, questa volta: si parte con La Fabbrica Dell’Assoluto, formazione romana autrice di un apprezzato concept album ispirato al celebre 1984 di George Orwell, che si racconta qui in una lunga e generosa intervista, e si chiude con Gerardo Balestrieri, di recente alle prese col suo progetto dedicato a Corto Maltese. In mezzo, le nostre recensioni delle produzioni più interessanti di fine 2018 e inizio 2019: Il Terzo Istante, Veronica Marchi e Mimosa. Il tutto a vostra disposizione con un semplice click sulla copertina qui sopra. Buona lettura!

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IL TERZO ISTANTE, ESTRANEO, PHONARCHIA DISCHI 2019

estraneo

“Anche a te capitava di sentirti sopraffare da una domanda semplice? E avere voglia di dissolverti nell’aria pur di non rispondere?”. Si apre così Dissolversi, primo tassello che ha il compito di accompagnarci nelle atmosfere di Estraneo, nuovo album del quartetto torinese Il Terzo Istante. E fin da queste prime parole di inadeguatezza prende senso questo lavoro, ed il suo titolo: Lorenzo De Masi, Fabio Casalegno, Luca Sbaragli e Carlo Bellavia raccontano infatti Estraneo come il ritratto di una condizione personale (che per molte ragioni può essere auto inflitta), un senso di inadeguatezza rispetto a ciò che ci circonda, ma anche come una dichiarazione rispetto al loro modo di sentirsi una band, estranea tanto al contesto mainstream quanto a quello indipendente (“da questo punto di vista, è sia una dichiarazione d’intenti che un’ammissione di colpa”). Sembra, e in parte magari lo è, un percorso di autoanalisi, che abbraccia atmosfere care a certi Radiohead e procede per un rock cangiante, raffinato, estremamente ben costruito, e testi sempre capaci di far riflettere. Dal canto mio, dico senza esitazioni che era da tempo che non trovavo tanta solidità in una band, tanto mestiere, tanto spessore, e ne sono felice. Paolo Benvegnù presta la sua voce in Materia grigia, mentre Andrea Franchi firma la produzione artistica. (Elisa Giovanatti)

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