Tag Archives: indie pop

JENNY PENNY FULL, EOS, VEGGIMAL RECORDS 2016

JENNY PENNY FULL - JEWEL BOX

Bellissima sorpresa questa di Eos, album d’esordio dei Jenny Penny Full registrato e prodotto da Vaggimal Records in collaborazione con C+C=Maxigross (che partecipano attivamente alla traccia Aloud). Il lavoro spazia su più fronti, da un delicato folk semi-acustico fino a un morbido post-rock (splendida Liquefy), rivelando stratificazioni sonore sofisticate, frutto di una già matura capacità di manipolazione dei suoni. Affascinante, e sorprendente, l’abilità nel rendere al meglio gli ampi spazi evocati dai titoli (Far Continents, Of Oceans And Mountains) grazie all’ariosità delle melodie ed ai piccoli, composti crescendo della compagine strumentale, che ben disegnano il movimento dello spalancare e dell’avvolgere, con profondissimi respiri che schiudono orizzonti emozionanti e poi tornano a rassicurarci in un abbraccio, quello della voce avvolgente e vellutata di Giulia Vallisari. E se è vero che Eos trae spunti da diversi modelli preesistenti (senza alcuna preclusione di genere) è altrettanto vero che brilla decisamente di luce propria, una luce a tratti abbagliante. (Elisa Giovanatti)

 

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BROTHERS IN LAW, RAISE, WE WERE NEVER BEING BORING 2016

raise

Il disco di debutto dei pesaresi Brothers In Law, Hard Times For Dreamers, aveva rivelato alla scena internazionale – perché sì, se la sono conquistati subito, con tanto di partecipazione al SXSW di Austin, Texas – una band dal talento cristallino. Raise arriva dopo 3 anni e dopo l’ingresso in formazione di un quarto elemento, Lorenzo Musto, al basso, ad inseguire sonorità più piene, e conferma che i Brothers In Law sono una delle realtà più interessanti del panorama indie. Arrangiamenti più maturi e ragionati, e una maggiore varietà sonora (anche all’interno del singolo pezzo), contraddistinguono questi nuovi 8 brani, che si muovono con successo in una miscela stilistica di dream-pop, shoegaze e rock con un approccio più deciso rispetto al debutto, che non disdegna accelerazioni, riff potenti, esplosioni e puntate epiche (Oh, Sweet Song). All The Weight e Life Burns corrono, ariose; Middle Of Nowhere rallenta leggermente e si imprime in testa prepotentemente, come la successiva Through The Mirror; l’accoppiata finale (Leaves I e II) è un saggio della raggiunta maturità stilistica dei Brothers In Law. Eppure forse sono le tematiche dei brani quelle che rivelano la maggiore crescita della band: pur se tutti diversi, i pezzi alla fine lambiscono temi di fondo come lo scorrere ineluttabile del tempo, la condizione di precarietà dell’essere umano, con domande, dubbi e incertezze che non trovano risposta, ma anche la necessità di vivere appieno, di dare un senso al nostro percorso, o quantomeno cercarlo. Rimangono, alla fine, sensazioni dolceamare, sentimenti di nostalgia, incertezza, ma anche tanta speranza, con una positività di fondo che si fa strada fra mille asperità. Il tutto insieme, contemporaneamente, proprio come accade nella quotidiana lotta fra i nostri impulsi vitali e le difficoltà che ci si parano davanti. E questo fa di Raise, oltre a tutto il resto, un album molto sincero, che offre (e si offre) senza paura uno squarcio di vita in tutta la sua contraddittorietà. (Elisa Giovanatti)

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STEVEN LIPSTICKS AND HIS MAGIC BAND, AUTOPRODUZIONE 2015

lipsticks

Come promesso, eccoci qui a segnalare uno dei più meritevoli artisti che hanno partecipato all’INDIANA MUSIC CONTEST 2014/15: si tratta di Stefano Rossetti, in arte Steven Lipsticks And His Magic Band, una one-man-band che già solo per il nome – un po’ ironica traduzione (nome e cognome) e un po’ affettuoso tributo (Captain Beefheart) – merita una citazione. E del resto il nome racchiude molto dell’attitudine di Stefano Rossetti e di quello che ritroviamo nella sua musica: il tocco leggero, l’approccio modesto, l’amore per la musica e i suoi grandi protagonisti, l’ironia garbata. In una parola, Steven Lipsticks And His Magic Band è puro. I suoi meriti, però, non finiscono qui: la chitarra dell’Intro e Riding The Tide sono un inizio azzeccatissimo, così come piccoli gioielli sono le successive Dec. 8th e Jar Of Poetry Revisited (che risentiamo alla fine, spogliata ed essenziale, come ghost track), tutti brani che dichiarano nettamente le loro fonti di ispirazione ma suonano al contempo molto personali, per la capacità di giocare coi generi, per l’efficacia delle melodie, per l’andamento un po’ svogliato e così sincero, di quella sincerità di approccio che sarebbe bello trovare molto più spesso. In un album realizzato in casa e quasi interamente suonato dallo stesso Steven/Stefano c’è spazio anche per i 7 minuti di Aliens Hypnotizing Me (Parts I, II and III), complessa architettura psichedelica che pure non perde in immediatezza, mentre l’attitudine lo-fi (parte integrante della sensazione di purezza che si sprigiona all’ascolto) non inficia la qualità sonora del tutto. Un ottimo inizio per un indipendente vero. (Elisa Giovanatti)

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MAJICAL CLOUDZ, ARE YOU ALONE?, MATADOR 2015

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I Majical Cloudz, duo canadese composto dal cantante Devon Welsh e dal produttore e sound designer Matthew Otto, tornano dopo l’ottimo Impersonator del 2013 confermando quanto di bello avevano già mostrato. Are You Alone? è un’esperienza intima, per chi canta e per chi ascolta: la voce profonda di Welsh si muove su testi che sembrano delle confidenze, in cui vengono a galla dubbi e fragilità (di Welsh e di noi tutti), accolti nella più totale e umana comprensione; il rapporto con l’ascoltatore è più diretto che mai, non a caso costruito su una quantità enorme di domande, interrogativi che ti chiamano in causa in continuazione, diretti a te che ascolti e solo a te, stabilendo così una profonda connessione, tanto che alla fine quello che emerge dall’album è proprio questo tentativo cercato, insistito, voluto, di combattere un profondo senso di solitudine con una disperata ricerca di contatto umano. E mentre soltanto occasionali e piccole tracce di sarcasmo permettono di sorridere su un paesaggio così grigio, Matthew Otto appronta un sound lievissimamente pulsante, oscillante tra boccate d’aria (a beneficiarne di più è la bella, toccante ma controllata maestosità di Downtown) e cupezze autunnali, un sound discreto, vagamente consolatorio, sempre curato e coerente con le malinconie autunnali così ben evocate, solo qua e là toccato dall’immissione di elementi di varietà (per esempio i rintocchi di pianoforte e una bella, lontana melodia di sax in Disappeared). Are You Alone? è un album grigio, ma il grigio di quella malinconia in cui a volte piace crogiolarsi un po’. (Elisa Giovanatti)

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BEACH HOUSE, DEPRESSION CHERRY, SUB POP/BELLA UNION 2015

beachhouse

A 3 anni di distanza dal precedente disco, i Beach House tornano con un sottile rimescolamento delle carte in tavola: un lavoro certosino di sottrazione, per un deciso ritorno alla semplicità (arrangiamenti più scarni, drum-machine e non batteria, pochi strumenti, più leggerezza). A dispetto del titolo, Depression Cherry è nel complesso un album molto arioso, piacevole, che scorre leggero senza intoppi, nel solco di un dream-pop atmosferico che ha qui non pochi sconfinamenti nello shoegaze. Levitation e Sparks – primo singolo, nonché forse il brano migliore del disco, e certamente il più dinamico – sono un ottimo inizio e ci invitano a lasciarci trasportare sui tappeti di tastiere che pervadono l’album, avvolti dalla vocalità misuratissima e morbida di Victoria Legrand (e a tratti dello stesso Alex Scally); non cambia molto, poi, nelle successive 7 tracce, prevalentemente in tempo lento, con qualche sussulto solo nella conclusiva Days Of Candy. Tutto questo per dire che Depression Cherry non aggiunge nulla di nuovo, e l’entusiasmo con cui è stato accolto dalla critica è forse eccessivo, ma è sicuramente ben fatto, una conferma del solito alto livello della produzione del duo di Baltimora. Funziona, insomma, e non è poco. (Elisa Giovanatti)

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FINAL DAYS SOCIETY, ICEBREAKER, SOUNDPOLLUTION 2015

Icebreaker Cover

I Final Days Society non solo provengono dal sud della Svezia, la regione divenuta nota grazie agli sceneggiati del commissario Wallander, ma ognuno dei cinque membri vanta precedenti esperienze in altrettante band. Icebreaker, loro terza fatica, si presenta come un lavoro compatto e maturo pur mantenendo qualche lecita ingenuità che regala al disco un tocco sbarazzino ed estremamente fresco. La matrice pop si mischia con l’infinita gamma di possibilità che solo la musica elettronica e un suo uso fantasioso possono dare e con l’azzardo del post-rock. La musica dei Final Days Society ha bisogno dei suoi tempi, anche quelli lunghi – molti dei brani di Icebraker si spingono oltre i sei minuti – ma ciò non sembra minimamente incidere sulla resa finale. Il consiglio è di lasciarvi andare e di seguire mano a mano i suggerimenti che questa sorprendente, e da noi ancora sconosciuta, band saprà suggerirvi. Parola di indiano! (Matteo Ceschi)

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HIC SUNT LEONES, HIC SUNT LEONES, INNER ANIMAL RECORDINGS 2015

HSL

Segnaliamo con piacere l’ottimo debutto degli Hic Sunt Leones per Inner Animal Recordings (etichetta indipendente e collettivo di band livornesi tra cui Bad Love Experience, Jackie o’s Farm, Mandrake): denominatore comune delle 5 tracce che compongono questo piacevolissimo EP è il gusto per le belle melodie pop combinato con un senso del ritmo e del groove che richiama sensibilità per il jazz e il soul. Un’elettronica discreta e molto morbida è il tappeto su cui si appoggiano le linee vocali calde, e qualche volta un po’ più aggressive, di Andrea Tempestini, al centro del progetto Hic Sunt Leones insieme al giovane polistrumentista Lorenzo Saini; elemento inconfondibile del loro sound è l’utilizzo dei fiati (Giacomo Fattorini alla tromba, Giulia Costagli al sax), ma è tutta la parte strumentale (segnaliamo anche la collaborazione di Riccardo Mazzoni) ad essere davvero preziosa, disinvolta nel passare da un genere all’altro, precisa nell’esecuzione. Ottima l’apertura con Zen Dance, con melodia soul, chitarra funky e fiati trascinanti; segue Agape, pezzo energico che entra sottopelle senza alcuna fatica; una decisa virata soul (Granny Lunchtime e Blowin’ Up The Pots) contraddistingue la parte centrale dell’Ep, che si chiude poi con Earthling, orientaleggiante, eterea, sognante. (Elisa Giovanatti)

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GENGAHR, A DREAM OUTSIDE, TRANSGRESSIVE 2015

gengahr

Album di debutto dei Gengahr – band di North London ancora semi sconosciuta in Italia, nonostante l’apertura della data milanese degli Alt-J lo scorso febbraio, ma già ottimamente accolta in patria – A Dream Outside ha un’apparenza che potrebbe ingannare: melodie psych-pop estremamente accattivanti, unite al falsetto di Felix Bushe, creano motivi in cui si vorrebbe sguazzare per ore, avvolti dalle chitarre effettatissime, note cariche di riverbero che creano ambienti sognanti e fantastici. La prima traccia, Dizzy Ghosts, chiarisce subito quale sia il sound dell’album, con una partenza lieve che sfuma man mano in sonorità più corpose e rock. Seguono, uno dietro l’altro, pezzi che più catchy non si può. Eppure, dicevamo, non c’è solo apparenza: l’atmosfera leggera e sbarazzina non cela del tutto testi a volte inquietanti, più spesso stranianti (popolati da streghe, creature marine, fantasmi, voglie vampiresche e sentimenti non sempre nobili), così come non nasconde piccole increspature del sound, brevi derive quasi noisy (Ember) e, soprattutto, anche molta sostanza. Difficile scegliere i brani migliori: forse Heroine e Lonely As A Shark, di ispirazione vagamente Radiohead, forse She’s A Witch e Bathed In Light, coi loro motivi orecchiabilissimi, ma anche la quasi strumentale Dark Star… Quel che è certo è che arrivati alla fine viene voglia di ricominciare. (Elisa Giovanatti)

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IDEE SONORE DALLA SEMPRE MUNIFICA SVEZIA

Sound of Sweden_01

Non dovremmo puntare il naso all’insù, quella posizione sarebbe più consona per le nostre orecchie e favorirebbe certamente l’intercettazione di nuovi esaltanti suoni dal Nord Europa. Tra le tante (davvero tante) e recenti proposte che arrivano dalla patria del Nobel, la Svezia, mi sento di segnalare i nuovi singoli dei Kinetics e Caviare Days. I primi, una realtà ben affermata sulla scena pop/indie scandinava e internazionale, escono in questi giorni con un omonimo EP (Grammofonbolaget Deluxe) che raccoglie il meglio dei lavori usciti sul web e per le radio negli ultimi tre anni e propone con il nuovo singolo Yank Me Out Of Neutral una coinvolgente miscela di sonorità contemporanee e di reminiscenze corali del passato. La seconda proposta, quella della band capitanata dalle sorelle Lina and Maja Westin di Stoccolma, si spinge, invece, decisamente verso ambientazioni più rock. Like Me, che anticipa l’uscita di un omonimo EP (Label 259), riaccende la passione per il sound psichedelico, anche quello più pop di matrice francese, e lo fa con la zampata killer da hit dei più noti connazionali ABBA. Le voci di Lina & Maja, vi artiglieranno fino a farvi temere di essere stati risucchiati in un vortice spazio temporale. Se non siete mai stati hippy, questo è il momento buono per cominciare ad esserlo! (Matteo Ceschi)

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ANDREA ASCOLESE, TI PORTERÒ, PROGETTI DADAUMPA/MATERIALI MUSICALI 2015

Andrea Ascolese

Blues e pop a braccetto come solo il sentiero musical-culturale dell’ormai rinomata Via Emilia riesce a mettere insieme. Sono questi gli elementi di maggior spicco del disco d’esordio di Andrea Ascolese, cantautore e compositore laureato in Civiltà afro-americana, che pare rinverdire con una precisa manciata di note il fermento e l’entusiasmo che animarono decenni addietro la regione. Ad accompagnare gli otto brani della tracklist una spiccata propensione per il ritmo che colora le composizioni di piacevoli sfumature black, dal blues già citato di La rete fino alle impressioni delicate di atmosfere caraibiche di Via Cipro, 63. Ascolese dimostra oltre a un’ottima padronanza anche una certa personalità vocale seppure rimangano piuttosto evidenti i riferimenti al timbro e allo stile canoro di Nek. (Matteo Ceschi)

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