Tag Archives: Italian folk-rock

CESARE BASILE, U FUJUTU SU NESCI CHI FA?, URTOVOX 2017

Sono passati ad occhio e croce due anni dall’ultimo lavoro del musicista siciliano. Mese più o mese meno. Ed ecco, quando meno te lo aspetti, che Cesare Basile torna a farci visita con un album densamente popolato dalle voci della terra d’origine: U fujutu su nesci chi fa? va però ben oltre la semplice claustrofobia dialettale per spingersi ancora una volta verso una definizione che non potrebbe essere altro che mediterranea. Il Mare nostrum, intendiamoci, è inteso da Basile come un’area comune d’incontro senza limitazioni al meticciato culturale e alla comunicazione, un concetto egregiamente espresso da un brano come Ljatura, un’ipnotica melodia che idealmente si protende ad abbracciare la saggezza dei griots africani e il sudore esistenziale dei bluesmen neri americani. Se con U scantu la tradizione sonora isolana per un istante si rafforza, bastano pochi minuti per tornare con la title track ad abbracciare le infinite sfumature della world music che strizza l’occhio al rock. Senza cercare forzati paragoni con cose già ascoltate, il disco di Cesare Basile si presenta come null’altro che un invito a spogliarci dei pregiudizi per poter infine ballare più liberi e leggeri. (Matteo Ceschi)

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DAVIDE MOSCATO, MENTAL MAZE, SEAHORSE REC/CUSTOM MADE MUSIC 2017

davide-moscato

Alt-Indie-folk che sembra venire e suonare dai lontani anni Sixties britannici, ma che in realtà ha radici molto più vicine, a Desenzano del Garda. Di Italia, a ben vedere, però, in Mental Maze, ce n’è molta, almeno quanto la sopraccitata Albione psichedelica: From the Ashes, infatti, ricorda molto da vicino Alan Sorrenti e non manca di guardare a un certo mood underground dei primissimi anni Ottanta. In Turning Away, invece, il côté alternative comincia a parlare la lingua di Lenny Kravitz spingendo il disco in una dimensione sonora più vicina a noi. Alla fine dell’ascolto Mental Maze risulta un lavoro ben fatto ma comunque interlocutorio nella carriera di un artista, Davide Moscato, che ha ancora molta voglia per trovare se stesso. (Matteo Ceschi)

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IL RE TARANTOLA, L’ARTISTA IRRIMEDIABILMENTE NELLA MERDA EP, 2016

Il re tarantola

Manuel Bonzi, in arte Il re tarantola, torna con un EP che non tradirà l’attesa dei fans e dei curiosi. Il sound, meno spigoloso e “marcio” rispetto al passato, non pare perdere né il mordente né quelle peculiarità che avevano attirato un po’ di tempo fa la mia attenzione. Il contributo dato da Pietro Paletti, cui è affidata la produzione, suona, infatti, essenziale per l’evoluzione della specie della tarantola ma rispetta in pieno la filosofia lo-fi di un Bonzi sempre poco propenso a “infarcire” troppo le tracce. I testi scoppiettanti e anarchici appaiono sempre poeticamente allucinati tanto da risultare in più di un passaggio visionari. Agguati, brano che chiude l’ascolto, è il migliore premio alla composizione e richiama all’orecchio Bersani e Silvestri. (Matteo Ceschi)

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PHILL REYNOLDS, LOVE AND RAGE, LOCOMOTIV RECORDS 2015

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Dopo due Ep e due split (quello con Threelakes recensito su Indiana a inizio anno) ritroviamo con piacere Phill Reynolds, che torna con quello che ufficialmente è il suo primo album, e un po’ stupisce che si tratti dell’esordio solista, vista la maturità dell’artista vicentino (all’anagrafe Silva Cantele) e la quantità di concerti alle spalle, divisi tra Italia, Europa e States. Love And Rage, amore e rabbia, è il titolo di un album che narra l’umanità dei vinti, degli ultimi, ma che – nelle parole dello stesso Reynolds – cerca anche la luce, nella fisicità dei baci, nei legami sacri dell’amicizia, nei percorsi di liberazione personale e collettiva. Cercarvi poi una semplice dualità sonora, oltre che tematica, è facile ma non del tutto appropriato, anzi un po’ superficiale, perché le sfumature in gioco sono moltissime e la profondità di sguardo di Reynolds non se le lascia certo scappare. Armato di chitarra e banjo, l’artista indaga le pieghe dell’animo umano con grande sensibilità, muovendosi in una gamma espressiva folk-blues che assimila e reinterpreta felicemente la tradizione d’oltre oceano. La vocalità profonda, striata da una onnipresente malinconia, arricchisce in ugual modo l’impegno di pezzi come Freedom’s Path o l’introspezione di ballate come Black Sea, muovendosi nello spettro dei sentimenti umani con una disinvoltura degna di un artista consumato. Ottimo piglio da cantastorie e buona capacità compositiva per dieci brani che val la pena di ascoltare. (Elisa Giovanatti)

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IN VINO VERITAS, VIAVAI, 2015

IVV - ViaVai Copertina

Li avevo incrociati, se la memoria non mi tradisce, all’altezza del loro primo album. Oggi come allora a colpire è l’abbinamento musicale-etilico che la band lombarda riesce a produrre. Nel vino, che sia un bicchiere o un’intera bottiglia o, per i più resistenti, qualcosa di più, la formazione “stappata” – mi concederete la licenza del termine  – da Edoardo Favrin e Gianmarco Sgroi ha trovato e continua a trovare quell’ideale strada fluida verso una socialità che mai come oggi ha bisogno di essere rinvigorita ed esercitata con costanza. Sospesi come una giusta punta tanninica tra il rock dei primi Afterhours e la poesia del Gaber più giocoso, gli In vino veritas con Viavai sfiorano  il gusto della perfezione regalandovi la sincerità color rubino di un vino invecchiato. Inutile spendere tempo a descrivervi gli undici episodi dell’album e rovinare così al vostro palato musicale la possibilità di scoprirne ogni singola sfumatura. Viavai va sorseggiato fino al raggiungimento dell’ebbrezza e poi nuovamente, ci risiamo, stappato. La compagnia di amici non farà che aumentare il suo benefico effetto. (Matteo Ceschi)

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NUOVO CORSO CAFÈ, RACCONTI ESPRESSI, 2015

Nuovo corso cafè

Non lo pensavate più possibile? E invece, la musica e i musicisti sono pieni di risorse! Lontani dall’ambiente protetto (con gelosia patologica dalle major) dei format televisivi continua a muoversi un universo sonoro che nulla chiede al pubblico se non di essere ascoltato. Mi direte voi, ma abbiamo, poi, effettivamente tutto questo tempo da dedicare loro? Si tratta di pochi minuti, credetemi, nulla a confronto delle maratone serali sullo schermo al plasma. Pochi minuti per capire che l’arte nasce dalla gavetta e solo in età matura arriva a tergersi le gocce di sudore provocate dai riflettori di importanti palcoscenici. Tra le tante proposte alternative al mainstream, quella del Nuovo Corso Cafè, giovane band del milanese, mi è parsa possedere l’elisir per una futura e lunga vita musicale. Il sound folk-rock, ben costruito e architettato dal quartetto, certo attinge qua e là alle voci dell’Almanacco sonoro – piuttosto evidente la vena “etnica” stile Negrita, a sua volta derivata dalla rivoluzione sonora dei Clash, e cenni inevitabili all’epopea dei Modena City Ramblers – ma sa anche mostrare una spiccata indipendenza di gusto spingendo il sopraccitato modello verso l’embrione dell’originalità. Se l’elemento rock – esaltato dalla chitarra di Giulio Milanesi – regala in più di un’occasione ai brani quella giusta frenesia per spiccare voli che rasentano sfumature neo-psichedeliche, la tradizione del cantautorato resiste con orgoglio nella voce di Simone Milani che ricorda un po’ Angelo Branduardi ma anche l’Eddie Vedder solista. Racconti Espressi riesce a svegliare come un caffè sorseggiato al bancone del bar lasciandovi in circolo per tutta la giornata un ottimo ed energico retrogusto musicale! (Matteo Ceschi)

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