Tag Archives: Italian indie music

INDIANA PLAYLIST PRIMAVERA

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Cari amici di Indiana, eccoci con nuove chicche musicali per voi.  I tre piccoli indiani vi propongono artisti italiani e internazionali, sonorità eterogenee che hanno colpito le loro orecchie negli ultimi mesi. Tenete quindi in alto le vostre antenne e ascoltate tutto d’un fiato la nostra playlist di primavera!

 

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DAVIDE MOSCATO, MENTAL MAZE, SEAHORSE REC/CUSTOM MADE MUSIC 2017

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Alt-Indie-folk che sembra venire e suonare dai lontani anni Sixties britannici, ma che in realtà ha radici molto più vicine, a Desenzano del Garda. Di Italia, a ben vedere, però, in Mental Maze, ce n’è molta, almeno quanto la sopraccitata Albione psichedelica: From the Ashes, infatti, ricorda molto da vicino Alan Sorrenti e non manca di guardare a un certo mood underground dei primissimi anni Ottanta. In Turning Away, invece, il côté alternative comincia a parlare la lingua di Lenny Kravitz spingendo il disco in una dimensione sonora più vicina a noi. Alla fine dell’ascolto Mental Maze risulta un lavoro ben fatto ma comunque interlocutorio nella carriera di un artista, Davide Moscato, che ha ancora molta voglia per trovare se stesso. (Matteo Ceschi)

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VIA LATTEA, QUESTA TERRA, 2016

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Rock e cantautorato vanno a braccetto con i toscani Via Lattea. A volerla dire tutta non si sentivano da tempo melodie e musiche così dense e ricche di sfumature di significato. La voce di Giovanni Rafanelli cresce minuto dopo minuto, canzone dopo canzone, nel segno di Guccini – ecco, l’ho fatto ancora, ho guardato con un po’ di nostalgia al passato – e, fate attenzione, non lo fa solamente nelle tonalità ma soprattutto nella costruzione e nello sviluppo dei testi. Vi basterà, se ne avrete la pazienza, ascoltare con attenzione la ricchezza verbale e di contenuti di Parole d’amore. A coronare questa spasmodica corsa del frontman alla ricerca di quello che ormai si ritiene scontato ci sono non una ma ben tre chitarre (Giovanni Coiro, Savino Minerva e Giulio Bracalante) impegnate a sfidarsi per tessere trame che accarezzano il sogno psichedelico più puro: ogni brano di Questa terra è una possibile jam, pronta a dilatarsi in direzione dell’ascoltatore fino a conquistarlo. Pescando qua e là dalla tracklist con un spirito un po’ hippie sicuramente Un angelo potrebbe benissimo essere la lama in grado di lacerare la vostra rassegnazione sonica e riportarvi a guardare, o meglio ascoltare, il mondo così com’è. (Matteo Ceschi)

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AMERIGO VERARDI, HIPPIE DIXIT, THE PRISONER REC. 2016

In questo doppio album dell’artista pugliese c’è molto indie rock anni Novanta ma l’istinto mi spinge più in là di così fino a riabbracciare lo spirito libero di Volo magico di Claudio Rocchi. Quindi ci sono gli anni Novanta ma anche molto più – forse, a ben vedere, solo loro – gli anni Settanta con tutte le loro sfumature/contraddizioni musicali e culturali. Mentirei spudoratamente se annunciassi semplicemente di essere di fronte a un buon album: Hippie dixit spinge il critico e l’ascoltatore a sbilanciarsi ben oltre il già sentito dire, fino a perdersi nelle sue complesse ed affascinanti pieghe sonore. La suite intitolata L’uomo di Tangeri, brano che apre le danze, è un esplicito invito a testare di persona l’incognita del viaggio, sia esso quello fisico o quello trascendentale che inevitabilmente ne consegue. Riprendendo la lezione di Rocchi, Amerigo Verardi non si pone limiti fisici all’esplorazione e così facendo dilata in tutte le direzione le sensazione che nutrono e accompagnano il viaggio. I richiami world non spiccano ma servano a fortificare le fondamenta dell’album in una maniera che non potrà che risultare sorprendente. Brindisi dedicata con cosciente coscienza sentimentale alla natia città abbatte il tabù di Lou Reed e sfronda il rock contemporaneo da ogni residuo pudore nei confronti del passato. Le cose non girano più e A me non basta, con la loro essenza “terrena” chiudono di fatto la tracklist di un percorso affascinante che, però, si percepisce idealmente non accetta la parola “fine”: Amerigo Verardi, si lascia così alle spalle il compiuto e comincia già ad ipotizzare e figurarsi forme e dimensioni dell’incompiuto all’orizzonte. Hippie dixit, un disco coraggioso come la scoperta di un continente. (Matteo Ceschi)

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MERRY INDIE CHRISTMAS PLAYLIST

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Ecco qui le strenne natalizie di Indiana: 13 brani da cui prendere ispirazione per i regali o per donare a voi stessi un’ora in compagnia della nostra musica preferita del momento. Fateci sapere cosa pensate della nuova Indiana Playlist qui accanto al post e sulle nostre pagine Facebook  e Twitter. Non ci resta che farvi gli auguri di buone feste e di un fantastico happy indie year! Elisa Giovanatti, Matteo Ceschi e Katia Del Savio.

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ANGELA KINCZLY, TENSE DISORDER EP, NEUROSEN/SRI PROD’S 2016

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Grazie all’incontro con Francesco D’Abbraccio degli Aucan, l’artista italo ungherese abbandona la lingua italiana per far posto all’inglese e la forma cantautorale più classica che avevano caratterizzato il precedente lavoro, “La visita”, per tuffarsi in sonorità dubstep e techno-ambient. Francesco ha prodotto i primi tre brani dell’EP nei quali Angela si muove in un territorio liquido, ipnotico, affrontando temi quali  nevrosi, paranoia e stalking. Tense Disorder è un pullulare di ritmi frenetici, in Spies invece i tempi sono rallentati, la voce di Angela si fa amalliante e il brano ci ricorda alcune cose del recente disco di Gemma Ray, in Dark Secret Love si racconta l’amore malato, persecutorio e così il ritmo torna a essere martellante e l’atmosfera a tratti più inquietante. A Notion è invece dedicata alla guarigione, alla fine delle tensioni, delle ossessioni e celebra “just you and me”. Anche se l’uso dell’elettronica resta prevalente in questo brano di chiusura, prodotto da La Tarma, emerge maggiormente l’attitudine acustica dalla quale sicuramente è partito il progetto: un omaggio all’amata chitarra, strumento che la cantautrice insegna in diverse scuole di Brescia, la sua città. Ammetto che prima di questo disco non conoscevo Angela Kinczly, ma mi sono davvero incuriosita per la poliedricità del suo percorso artistico, che in passato è stato definito elettrofolk. Se non lo avete già fatto vi consiglio quindi di andarvi ad ascoltare anche la discografia precedente: vi stupirà. Copertina del Cd stupenda! (Katia Del Savio)

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OHIO KID, EVERYONE WAS SLEEPING AS IF THE UNIVERSE WERE A MYSTAKE, 2016

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Amori finiti, un esilio volontario nel piccolo e agiato Lussemburgo, lontano dai piaceri carnali della natia Bologna, rendono questo disco dal titolo assai lungo un’ottima cartina al tornasole delle passioni migranti che contraddistinguono la nostra contemporaneità. Personalmente non adotterei la definizione “anti-folk” per il secondo lavoro di Ohio Kid piuttosto quella di “post-grunge”; se di maestri vogliamo parlare, mi rifarei alle atmosfere laceranti e distorte dei Sonic Youth (The Universe is a mistake) e alle tenui melodie di Kurt Vile (Cattle). Everyone was sleeping as if the Universe were a mistake lascia sospesi i nodi esistenziali dell’autore e dell’ascoltatore ed è proprio questa sua naturale apertura a possibili scenari e soluzioni che conquista. Tutto suona bene e al suo posto nella misura in cui si percepisce che è molto a rimanere irrisolto (non solo musicalmente). Un ottimo disco che non ha bisogno di altre parole per spiccare il volo verso il cuore della tempesta. (Matteo Ceschi)

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INDIANA PLAYLIST AUTUNNO

indiana-playlistgennaioLasciatevi ispirare dall’INDIANA PLAYLIST di autunno, composta come sempre da ingredienti nostrani ed esotici, ma tutti genuini e provenienti da produzioni indie doc. Buon ascolto con Parranda Groove Factory, Giovanni Ferrario Alliance, Piers Faccini, Opeth, Francesco Di Bella, Steve ‘n’ Seagulls, Suzanne Vega, Hello Shark, Martino Adriani e Barro.

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FRANCESCO DI BELLA, NUOVA GIANTURCO, LA CANZONETTA REC 2016

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Ascoltare Francesco Di Bella è come fare un tuffo nella metà degli anni ’90, quando la musica italiana ebbe un sussulto, quando esplose una nuova creatività e nacquero moltissimi gruppi, che diedero una scossa, non solo artistica, ma anche culturale a un Paese forse un po’ troppo intorpidito. Francesco Di Bella allora era il leader dei 24 Grana, una delle band, insieme ai 99 Posse, agli Almamegretta, a Neffa e i Messaggeri della Dopa e ad altri, che dal Sud contribuirono fortemente a questa rivoluzione indie, una rivoluzione che, anche se un bel po’ assopita, ha effetti benefici ancora oggi. Ed è proprio con la collaborazione di alcuni di quei colleghi che, lasciati i 24 Grana, Francesco ricomincia con un album solista. Il titolo richiama l’attenzione nei confronti di Gianturco, quartiere periferico di Napoli, ex zona industriale che avrebbe dovuto essere riqualificata e modernizzata, ma che in realtà secondo i suoi abitanti è stata abbandonata a se stessa. L’aggettivo “nuova”, aggiunto da Di Bella, può essere visto quindi con ironia o con speranza, perché l’album racconta sì di gente che fugge dal degrado (Gina se ne va, bellissima), che è arrivata a Napoli scappando da un Paese lontano e portando con se tanta malinconia (Aziz, con i 99 Posse) che si vorrebbe ribellare agli “invasori piemontesi” (la cover di Briganti se more, scritta nel ’79 da Carlo D’Angiò ed Eugenio Bennato) ma lo fa con una delicatezza infinita, senza urlare, con uno sguardo benevolo, provando a far emergere punti di vista positivi (come nella “souly” Progetto – secondo singolo che sembra stato scritto per Neffa, che infatti vi canta – oppure nella conclusiva Guardate fori), o sogni di un futuro migliore (il primo singolo Tre nummarielle). Il disco ha un suono fresco e moderno: elettronica e strumenti acustici si fondono in modo compatto grazie alla raffinata produzione di Daniele Sinigallia, con il quale Di Bella aveva già lavorato al precedente disco, di cover, intitolato Francesco Di Bella & Ballads Cafè, e che qui è attivo anche come musicista (chitarre e programming). Disco da ascoltare ripetutamente. (Katia Del Savio)

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JAZZ PER AMATRICE

Jazz 4 Amatrice-Falzone&Intra, Teatro Continuo, Milano, September 4, 2016_01

Jazz 4 Amatrice-Falzone&Intra, Teatro Continuo, Milano, September 4, 2016_02

La giornata meteorologicamente parlando non è delle migliori. Cielo grigio e lattiginoso e un notevole teso di umidità su Milano. Arrivo al Teatro Continuo, al centro del Parco Sempione, che il set di Giovanni Falzone e Enrico Intra è appena iniziato. Il primo, un ragazzone ormai maturo che sembra essere un rapper del Bronx – i suoni che escono dalla sua tromba non nascondono l’ammirazione per l’ultima incarnazione della black music. Il secondo con la sua chioma bianca, invece, ricorda Gil Evans e armeggia come mago Merlino al piano. Il set dura 15 minuti, forse, 20. Improvvisazione allo stato puro che lascia ammirata la platea assiepata sull’erba. Suonano per raccogliere fondi per ricostruire il Teatro Giuseppe Garibaldi di Amatrice devastato dal terremoto (la maratona jazz è stata promossa dall’associazione I-Jazz e coordinata da Antonio Ribatti direttore artistico del Milano Jazz Festival). Falzone e Intra si esibiscono con vigore e energia. Quasi a volere opporre alla forza distruttrice del sisma quella rigenerante e confortante della musica. Scatto e ascolto. Non potrei fare altrimenti. Scatto e continuo ad ascoltare cercando di catturare un frame di quell’energia. Scatto e poi smetto al primo applauso. L’esibizione è finita, certo. Per la ricostruzione ci vorrà ancora molto. Lo sanno loro, gli artisti che lasciano il palco ai colleghi. Lo sa il pubblico. Lo sa il fotografo. Non sono il solo a guardare in alto. Immagino le note volare verso Amatrice… (Matteo Ceschi)

Jazz 4 Amatrice-Falzone&Intra, Teatro Continuo, Milano, September 4, 2016_05

Jazz 4 Amatrice-Falzone&Intra, Teatro Continuo, Milano, September 4, 2016_03

Jazz 4 Amatrice-Falzone&Intra, Teatro Continuo, Milano, September 4, 2016_08

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