Tag Archives: jazz

PAOLO RICCA: FANTASIA E IMPROVVISAZIONE ASPETTANDO I SOFT MACHINE

Rieccoci qui, ad augurarvi una buona estate con il ventottesimo numero di INDIANA MUSIC MAGAZINE, un’uscita di cui siamo particolarmente orgogliosi per la ricchezza dei contenuti: grazie quindi a Paolo Ricca, compositore e arrangiatore torinese che non si è certo risparmiato per questa interessantissima intervista che qui vi proponiamo, in cui si spazia per gli anni ’70, il nuovo disco Mumble, la collaborazione con John Etheridge dei Soft Machine, e molto altro. A seguire una scorpacciata di recensioni e consigli per i vostri ascolti estivi: con Liz Vice, Meganoidi, Foscari, Cimini, Postino e Belize sarete in ottima compagnia, parola di Indiani! Non vi resta che cliccare sulla copertina qui sopra, e buona lettura.

Advertisements
Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

LIZ VICE, SAVE ME, LIZ VICE MUSIC 2018

LizViceSaveMejpg

A distanza di quattro anni dal disco di debutto, Liz Vice, da Portland (Oregon), protagonista di una delle prime interviste di Indiana, torna con il secondo album. Una leggera pioggia apre il brano Drift Away, un gospel in cui la voce Liz dimostra di essere evoluta, di aver acquisito una profondità che nel precedente There’s a light mancava ancora. La ragazza cresciuta in una chiesa in Drift away parla della deriva dove rischia di finire chi non riesce ad “ancorare” Gesù. E dopo questo brano emotivamente forte e quasi spettrale la successiva Baby Hold alleggerisce un po’ l’atmosfera con un soul in perfetto stile Stax, con i fiati in evidenza e un coro a sostenere la potente voce di Liz. Brick to brick, dal suono più essenziale ed elettronico, invece, strizza più l’occhio a sonorità contemporanee, e con il suo crescendo non starebbe male anche nelle corde vocali di Adele (decisamente uno dei miei brani preferiti!). Nella successiva Red Roses, la rilassatezza della voce e dell’arrangiamento dolcemente soul richiama invece Sade. Fancy Feet, in bilico fra jazz e soul, è un inno a credere in se stessi prima di aspettarsi qualcosa dagli altri. La title track Save me parte con un intenso duetto fra la voce di Liz e il pianoforte, per allargarsi alla presenza di archi e cori sul finale, una richiesta d’aiuto: “Perché non mi salvi da me stessa”?. Pare sia il primo brano che la Vice abbia mai scritto. Il disco si conclude con Where can I go, un morbidissimo r’n’b che si chiude sfumando troppo velocemente. “Già finito? Ci viene da chiedere…” In effetti otto tracce sembrano un po’ poche per racchiudere il talento di Liz. Rispetto a There’s a light, Save me è più eterogeneo e cupo, come se la cantautrice avesse nel frattempo perso una sorta di spensieratezza e la copertina con l’uccello imbrigliato fra corde strette la dice lunga in questo senso.  Katia Del Savio

 

 

 

 

 

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

ZARA MCFARLANE, ARISE, BROWNSWOOD REC. 2017-18

ZaraMcFarlane_Arise

Quando mi è arrivato tra le mani Arise, sono rimasto subito incuriosito e non ho lasciato passare molto tempo prima di fare partire l’ascolto. L’impazienza e la curiosità, in questo caso, sono state premiate regalando alle mie orecchie uno dei dischi più interessanti degli ultimi tempi, un lavoro al mio udito in grado di competere per la freschezza dell’approccio con The Source di Tony Allen. Il mood musicale di Zara McFarlane si dipana con eleganza sul confine quasi inviabile che divide l’acide jazz degli anni Novanta dalle incredibili intuizioni dell’allora contemporanea scena di Bristol. La cantante inglese di origini caraibiche fa scendere sull’ascoltatore una gentile bruma profumata che rompe il grigio d’ordinanza – una tinta adatta ormai solo alla Brexit – saturando l’orizzonte con oleose e avvolgenti sfumature che da qui possiamo solo intuire provenire dal ricco universo caraibico. Fussin’ & Fightin’, terza traccia dell’album, è un esempio di questa riuscita forma di meticciato sonoro: la dub degli Aswad rincorre le escursioni dei Massive Attack ma non si dimentica mai dai ritmi sincopati della Giamaica. La McFarlane, d’altronde, propone una musica che è migrante nel suo più intimo DNA, e non potrebbe fare altrimenti. Stoke the Fire, invece, è si dichiara per quello che è: jazz nella sua più moderna incarnazione. Stesso discorso per Allies and Enemies, una composizione semplice ma al tempo stesso potente che pone il “Black Atlantic Jazz” di Zara McFarlane come nuovo metro di paragone per un’intera scena. Mi piace immaginare, per concludere, come sarebbe potuta essere l’esistenza dei protagonisti di The Lonely Londoners (1956) di Sam Selvon se avessero avuto come colonna sonora Arise… la musica d’altronde è un viaggio a cavallo dell’immaginazione… (Matteo Ceschi)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

GENERIC ANIMAL, GENERIC ANIMAL, LA TEMPESTA DISCHI 2018

Il primo disco solista di Luca Galizia, ventiduenne già chitarrista dei Leute che si nasconde dietro il progetto Generic Animal, è per la verità un lavoro di squadra: i testi musicati da Luca arrivano nientemeno che dalla penna di Jacopo Lietti dei Fine Before You Came mentre l’ottima produzione è stata curata da Marco Giudici e Adele Nigro (Halfalib, Any Other). Le tante mani all’opera però non inficiano l’immediatezza del risultato: Generic Animal è un lavoro fresco e insieme malinconico, sfrontato e insieme vulnerabile, proprio come la voce di Luca. È anche stralunato e preciso: l’andamento stiracchiato della voce, le metriche originali, i ritmi sbilenchi e sincopati, i testi nudi e diretti, inizialmente nascondono sotto un’apparenza lo-fi quelle che sono invece scelte più che ragionate; solo dopo un ascolto più attento tutto questo diventa un preciso intento, un utilizzo creativo e interessante di stilemi dalla provenienza più disparata (hip-hop, soul, anche jazz), un impianto sonoro assolutamente contemporaneo e internazionale, mentre proprio quella sensazione irrisolta che deriva da questo insieme tanto sgraziato di parole e arrangiamenti finisce per costituire grande parte del fascino dell’album. L’atmosfera urbana, il grigiore, l’asfalto, la pioggia, ma anche tanta vita e tanto cuore, insomma la quotidianità che si fa racconto, completano poi il quadro di un ottimo lavoro, che può sicuramente fare presa sul pubblico. (Elisa Giovanatti)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

IBEYI, ASH, XL RECORDINGS 2017

Ibeyi_Ash_Cover_4000_130717-1

Ciò che nell’album di debutto delle gemelle franco-cubane aveva lasciato a bocca aperta, inventiva, meltin’ pot di stili e riferimenti (hip-hop, jazz, elettronica, world music si rincorrono in continuazione) ed emozioni forti, in questo secondo lavoro non stupisce più, ma si consolida. Gli effetti speciali hanno fatto posto a uno stile ben riconoscibile, e per due ragazze di 21 anni non è roba da poco. In Ash Lisa-Kaindé e Naomi Diaz (le Ibeyi)  si concentrano un po’ meno sulla forma, ma puntano sopratutto sul contenuto. Il secondo album è quindi un veicolo di comunicazione “politica”, incentrata in particolare su femminismo e diritti civili. Il primo tema è affrontato ad esempio in No man is big enough for my arms, che contiene un frammento di un discorso di Michelle Obama: “La misura di ogni società viene data da come tratta le donne e le ragazze”, frase che si ripete in loop in sottofondo per tutto il brano. Transmisison/Michaellon è una canzone di 7 minuti divisa in più parti, la prima con la bellissima fusione di voci di Lisa-Kaindé, Naomi e la cantautrice e musicista americana Meshell Ndegeocello (anche al basso) accompagnata solo da un leggero piano e dall’effetto “fruscio da vinile”, la seconda con la voce della mamma delle gemelle che in spagnolo cita una parte del Diario di Frida Kahlo (altra icona del femminismo) sulla follia, la terza un crescendo elettronico-percussivo: un brano articolato, in cui le Ibeyi mostrano tutto il loro talento. In Deathless, con l’aiuto di squarci del sax suonato da Kamasi Washington Lisa-Kaindé ricorda la sconvolgente vicenda che la vide protagonista all’età di 16 anni in Francia: venne arrestata perché accusata ingiustamente di essere una spacciatrice e una consumatrice di droga. La polizia la terrorizzò con minacce e la insultò solo per il colore della sua pelle. Deathless diventa quindi una sorta di inno alla resistenza dai pregiudizi. La titletrack, che conclude il disco, è invece contro la politica di chiusura di Trump e, come in altre canzoni di questo e del precedente disco, è cantata in parte in yoruba, lingua che gli schiavi deportati da Nigeria e Benin continuarono a tramandare nei Caraibi e in Brasile, che fa parte della cultura della famiglia Diaz. Le idee di Lisa e Naomi non sono però mai espresse con rabbia, ma con toni pacati intendono sempre stimolare riflessioni. Canzoni pulite, voce e tastiera, come nell’emozionante Waves, si alternano a percussioni ossessive (Away away, che insieme all’iniziale I carried for years, sono una sorta di anello di congiunzione con il precedente album) o più vivaci come in I wanna be like you, dolci (simulando un infantile battito di mani in Vaic), hip-hop (Me voi, con la rapper spagnola Mala Rodriguez): mondi sonori, atmosfere uniche create dalla commistione di voci, strumenti acustici e “trucchi elettronici” che vanno testate di persona più che raccontate. Buon ascolto, allora. (Katia Del Savio)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

GABRIELE MITELLI O.N.G., CRASH, PARCO DELLA MUSICA RECORDS 2017

Nuovo lavoro di Gabriele Mitelli, interessantissimo trombettista ormai bel noto sul panorama nazionale, Crash è un album che, per scelta, convoglia la creatività del giovane bresciano in tre lunghe suite piuttosto che in singoli pezzi: questo per lasciare più spazio possibile alla pratica dell’improvvisazione, per favorire la libertà d’espressione, per assecondare il flusso di quanto prende corpo strada facendo. Il risultato è un percorso musicale d’assieme – Mitelli è qui inserito in un quartetto di prim’ordine – a cui l’ascoltatore si avvicina prudente, accolto (si fa per dire) da tutta la ruvidezza noise che costituisce l’inizio di Frequency, ma nel quale non può che rimanere intrappolato, grazie ad un’esplosione di creatività ambiziosissima e perfettamente riuscita, in pieno controllo. Le tre suite, passando per incursioni rock e post punk, trovano il modo di omaggiare Sun Ra (anche con richiami espliciti a Lanquidity) e, scelta audace e inaspettata, A tratti dei C.S.I. di Giovanni Lindo Ferretti. Il quartetto all’opera è di altissima qualità, ed è responsabile della creazione di atmosfere acide e psichedeliche: oltre allo stesso Mitelli (pocket trumpet ed elettronica) troviamo alla batteria Cristiano Calcagnile, insieme al quale Mitelli aveva partecipato a Multikulti Cherry On (Caligola Records 2016), bellissimo progetto ispirato a Don Cherry, che del resto sembra essere una delle principali fonti d’ispirazione di questo Crash; quello che sembra un basso è invece la bellissima chitarra baritono di Gabrio Baldacci, mentre l’altra straordinaria chitarra elettrica è quella di Enrico Terragnoli. Lavoro molto denso, merita grande attenzione. (Elisa Giovanatti)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

INDIANA PLAYLIST ESTATE

PlaylistMagGiu

Cari amici di INDIANA, eccoci con la rovente playlist dell’estate con o senza ombrelloni, con o senza tormentoni. Godetevela tutta dalla prima all’ultima traccia, come sempre ricca di sonorità eterogenee. Molte le donne presenti: Mara Redeghieri, Chrysta Bell, Ginevra Di Marco, Julia Stone, Orelle, Io e la tirgre e Ibeyi. Buon divertimento!

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

CUCINA SONORA, EVASIONE, TOYS FOR KIDS RECORDS 2017

Evasione come fuga da un luogo, come liberazione da una condizione opprimente o come leggerezza, disimpegno? Sono, forse, tutte queste cose insieme quelle che si trovano nell’album di Cucina Sonora, il progetto solista di Pietro Spinelli, toscano trasferitosi a Berlino, artista di solidissima formazione classica e di più recenti studi di sound engineering, che ha condiviso il palco con artisti come Aucan e Godblesscomputers. Dialogo fra classico e moderno, fra pianoforte ed elettronica, all’insegna della leggerezza e della solarità, Evasione procede prevalentemente su ritmi incalzanti, sostenuti, una sorta di moto perpetuo in cui Spinelli si trova molto a suo agio (fino a correre il rischio, scampato per un soffio, di ripetersi), ma regala emozioni anche laddove rallenta e lascia emergere sprazzi di umanità e preziosa sensibilità: accade per esempio nella bellissima Dissolution, o anche in Cocktail, unica traccia non strumentale del lavoro, che rivisita con classe il trip-hop degli anni ’90 anche grazie alla voce calda e morbida di Ginevra Guerrini. Una voce si era già sentita per la verità nella precedente Sistema Lunare, che esplora uno dei classici tópoi della tradizione elettronica (la luna, appunto, così come gli astri e lo spazio) avvalendosi della registrazione del “Landing a man on the moon” speech di J.F. Kennedy (’61), così come di altri elementi umanizzanti e robotici insieme (conto alla rovescia, procedure di controllo ecc.). Una sensazione di cerebralità senza freddezza pervade tutto il disco, ed era forse il traguardo più difficile da raggiungere per questo tipo di musica: complimenti quindi a Spinelli, alle sue dita che saltellano e si rincorrono sul pianoforte, al suo approccio leggero – che pure nasconde un grande lavoro – e alla sua voglia di giocare. (Elisa Giovanatti)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

CHRYSTA BELL, WE DISSOLVE, AWAL/KOBALTMusic REC 2017

Si torna indietro nei nebbiosi e uggiosi anni Novanta con We Dissolve di Chrysta Bell, artista poliedrica che può vantare un estimatore come il regista David Lynch che l’ha voluta a recitare nella nuova e attesissima serie di Twin Peaks dopo numerosi progetti discografici realizzati in tandem. Lo si intuisce già da Heaven, prima traccia del disco, che non lascia dubbio a riguardo e se ne ha la certezza scorrendo velocemente i nomi di alcune guest: il produttore John Parish e, scusate se è poco, Adrian Utley dei Portishead. Il sound è quello di un pop votato alla contaminazione che cerca il “guizzo assassino” nell’incerto equilibrio del jazz e nella fredde certezze dell’elettronica. Gravity, il singolo che anticipa l’album e che certo non passerà inosservato, possiede nella sua anima “artificiale” il calore della musica da camera. Planet Wide, così lasciva e imprevedibile nella sua aggressività sonora, non ha mai smesso di piacermi fin dal primo istante in cui vi ho posato sopra orecchio. Detto ciò, non grido certo al miracolo anche se sono conscio di avere in cuffia un album solido e ben realizzato che non manca certo di un paio di acuminate frecce per trapassare il muro dell’indifferenza sonora che, ahimè, troppo spesso ci circonda e ci rende pigri di fronte all’esplorazione sonora. (Matteo Ceschi)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

POLARIS, POLARIS, AUTOPRODUZIONE 2016

I Polaris sono Dario Nistri (batteria e voce), Gabriel Di Maggio (sax), Mitch Coda (basso), Andrew Casa Apice (synth) e, in 5 brani, Robert Barrett (chitarra). La loro proposta è difficilmente inquadrabile, racchiude elementi di space rock, progressive, jazz e post rock, ma penso di poter dire che la componente fondante del progetto sia l’attitudine jazzistica (intesa come approccio più che come sound): ne è un macroscopico esempio l’onnipresente sax, ma l’attitudine si manifesta in moltissimi altri dettagli (i tempi, il tocco sulla batteria…) e soprattutto nella vena improvvisativa; i pezzi registrati per questo debutto nascono come vere e proprie jam session, l’attitudine ad esplorare e sperimentare liberamente emerge in ogni momento e la “band” stessa, del resto, è molto più a suo agio nel definirsi progetto piuttosto che gruppo, a riprova di un approccio jazz presente fin nel midollo. Ciò detto, è incredibile come nulla di tutto questo precluda alla altrettanto evidente presenza di numerose altre spinte ed influenze, un background eclettico (dai King Crimson fino ai nostrani Julie’s Haircut) che si respira ad ogni nota, siano quelle inquietanti dell’iniziale Lovers and Giants, quelle ossessive di Cassiopea, quelle acide di Dreamscape o quelle stratificate che compongono il raffinatissimo chiaroscuro di Bible Black, crimsoniana anche nel titolo. Siamo insomma al cospetto di un lavoro (10 pezzi in tutto) incredibilmente denso, complesso, certo non per tutti, ma che può regalare gioie ai più temerari. (Elisa Giovanatti)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,
Advertisements
%d bloggers like this: