Tag Archives: K2

KULA SHAKER, K 2.0, STRANGE FOLK RECORDS

Kula Shaker, K 2.0

I Kula Shaker tornano e lo fanno senza fare rimpiangere i loro migliori momenti. Accanto alle inevitabili quanto ormai famigliari citazioni orientali fanno capolino elementi folk (manco a farlo apposta la nuova etichetta si chiama Strange Folk!) e schegge di progressive à la Traffic. K 2.0 si apre con il cerimoniale indiano contaminato dal rock di Infinite Sun per poi proseguire sulla via dei mantra e dei mandala verso una dimensione musicale che pare restituire alla quotidianità quella sua imprescindibile essenza umana. Here Come My Demons, quasi a metà della tracklist, si configura come il cuore pulsante di questo percorso che dalle salite mozzafiato del titolo,  la montagna K2, scollina poi verso un territorio solo apparentemente inesplorato, un territorio che i Kula Shaker hanno intenzione di restituire nella sua pienezza all’ascoltatore. Ecco a voi, la landa chiamata Musica, troppo spesso dimenticata. Il fascino per l’Oriente e gli orientalismi democraticamente cedono spazio a una prospettiva rock che ha nei già citati Traffic e nel Syd Barret solista dei guru gentili ma imprescindibilmente severi. In un alone mistico e misticheggiante il viaggio della band inglese si conclude con Mountain Lifter, una “fine-non-fine” che lascia il pubblico libero di iniziare l’ascesa delle vette emotive in solitaria. (Matteo Ceschi)

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PARBAT, SEASON OF K2, SEAHORSE RECORDINGS/AUDIOGLOBE 2015

Parbat_easy

Da amante delle avventure in quota di Reinhold Messner, non ho saputo resistere né al nome del gruppo né all’invitante titolo dell’album. Da critico, invece, dovrei chiedermi cosa possano mai avere tre ragazzi di Catania in comune con il grande scalatore e con le vette magiche del subcontinente indiano. Comunque la mettiate, i Parbat – la “Montagna del destino”, il Nanga Parbat, vegli su di loro! – sono riusciti a creare con le note quello che in milioni di anni movimenti tellurici e smottamenti hanno sollevato sulle teste del genere umano arrivando a rendere tangibile il concetto elevato di paradiso. Il trio, proprio ispirandosi alle ripide pareti dei monti più alti del mondo, riesce a rendere il metal a tal punto rarefatto da riprodurre nella testa di chi ascolta ogni singola asperità del terreno aprendo la mente al concetto di una fusion dolcemente aggressiva – post-rock la si potrebbe definire – nelle sue nuove forme. Himalaya e 8611– composizione che prende il la dall’altitudine del K2, seconda vetta più alta della Terra – sono brani che mantengono intatta l’epica verticale della corsa al Tetto del mondo che vide europei e asiatici competere nel secolo scorso. I Parbat suonano per rievocare con rispetto tutti coloro che uscirono vincenti e perdenti dall’ardua sfida, ma non solo. Nella loro musica emerge un amore sincero per luoghi lontani che per rimanere magici dovrebbero mantenersi i più incontaminati possibile. (Matteo Ceschi)

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