Tag Archives: Katia Del Savio

INDIANA PLAYLIST PRIMAVERA

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Cari amici di Indiana, eccoci con nuove chicche musicali per voi.  I tre piccoli indiani vi propongono artisti italiani e internazionali, sonorità eterogenee che hanno colpito le loro orecchie negli ultimi mesi. Tenete quindi in alto le vostre antenne e ascoltate tutto d’un fiato la nostra playlist di primavera!

 

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PAOLO TARSI: LA MIA STANZA DELLE MERAVIGLIE

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Torna, con un numero breve ma ricco, l’appuntamento con INDIANA MUSIC MAGAZINE: il protagonista di questo mese è Paolo Tarsi, compositore, pianista e organista, allievo di Luis Bacalov, autore e interprete di performance e installazioni presentate in musei, gallerie d’arte, aeroporti; Paolo Tarsi ci presenta qui il suo nuovo lavoro Petite Wunderkammer e ci dà modo di fare una veloce ma intensa puntata nel suo interessantissimo mondo, fatto di musica classica, contemporanea, jazz, rock, elettronica, ma anche di cinema e di arte. A seguire, come sempre, i nostri dischi preferiti: Sampha, Nicolas Michaux e Peter Piek. Per il download gratuito del magazine basta cliccare sulla copertina qui sopra.

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IL FANTASTICO MONDO DI LUCIO CORSI

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Primo numero del 2017, questo ventunesimo INDIANA MUSIC MAGAZINE incontra il cantautore Lucio Corsi e va alla scoperta di un mondo tutto particolare, tra favola e metafora, esplorato nel suo nuovo album: Bestiario musicale. L’intervista con l’artista toscano è l’occasione per conoscerlo più da vicino, venire in contatto con le sue inclinazioni, capire cosa l’ha ispirato nella concezione del suo ultimo lavoro. Molto ricca, e quasi interamente italiana, la sezione dedicata alle recensioni, che racchiude alcune delle migliori produzioni che hanno chiuso il 2016 ed inaugurato il nuovo anno. Il download del magazine è gratuito: cliccate sulla copertina qui sopra e buona lettura!

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BON.NOT, TRE, AUTOPRODUZIONE 2016

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In questo inizio 2017 mi trovo ad ascoltare un disco che recupera dichiaratamente frammenti di gruppi che hanno fatto grande la scena indipendente italiana nei gloriosi anni ’90 (CSI, Posse varie, ecc.) associandoli a elettronica sempre di quegli anni (trip-hop in particolare) e a sonorità più contemporanee. Nonostante le atmosfere crepuscolari e i testi poco consolanti (tutti rigorosamente in italiano), quello che esce dalla mescolanza di beat, campionamenti e strumenti è un suono fresco, che fonde elementi industriali con il fattore umano. I Bon.Not, che da due sono diventati quattro, dimostrano di sapere esattamente ciò che vogliono, attenti ai dettagli, come si evince dall’autopresentazione pubblicata sul sito bonnotband.it, non scimmiottando l’elettronica trendy un po’ fine a se stessa, ma utilizzando tutti gli strumenti a disposizione di un artista oggi, per comunicare qualcosa, per inventare qualcosa, o almeno per provarci. La voce ossessionante di Ruberemo, i suoni martellanti de La preda, l’apparente distensione di Fino in fondo, il suono angosciante e claustrofobico de L’impiccato sono i momenti più interessanti dell’ep. (Katia Del Savio)

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MERRY INDIE CHRISTMAS PLAYLIST

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Ecco qui le strenne natalizie di Indiana: 13 brani da cui prendere ispirazione per i regali o per donare a voi stessi un’ora in compagnia della nostra musica preferita del momento. Fateci sapere cosa pensate della nuova Indiana Playlist qui accanto al post e sulle nostre pagine Facebook  e Twitter. Non ci resta che farvi gli auguri di buone feste e di un fantastico happy indie year! Elisa Giovanatti, Matteo Ceschi e Katia Del Savio.

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ANGELA KINCZLY, TENSE DISORDER EP, NEUROSEN/SRI PROD’S 2016

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Grazie all’incontro con Francesco D’Abbraccio degli Aucan, l’artista italo ungherese abbandona la lingua italiana per far posto all’inglese e la forma cantautorale più classica che avevano caratterizzato il precedente lavoro, “La visita”, per tuffarsi in sonorità dubstep e techno-ambient. Francesco ha prodotto i primi tre brani dell’EP nei quali Angela si muove in un territorio liquido, ipnotico, affrontando temi quali  nevrosi, paranoia e stalking. Tense Disorder è un pullulare di ritmi frenetici, in Spies invece i tempi sono rallentati, la voce di Angela si fa amalliante e il brano ci ricorda alcune cose del recente disco di Gemma Ray, in Dark Secret Love si racconta l’amore malato, persecutorio e così il ritmo torna a essere martellante e l’atmosfera a tratti più inquietante. A Notion è invece dedicata alla guarigione, alla fine delle tensioni, delle ossessioni e celebra “just you and me”. Anche se l’uso dell’elettronica resta prevalente in questo brano di chiusura, prodotto da La Tarma, emerge maggiormente l’attitudine acustica dalla quale sicuramente è partito il progetto: un omaggio all’amata chitarra, strumento che la cantautrice insegna in diverse scuole di Brescia, la sua città. Ammetto che prima di questo disco non conoscevo Angela Kinczly, ma mi sono davvero incuriosita per la poliedricità del suo percorso artistico, che in passato è stato definito elettrofolk. Se non lo avete già fatto vi consiglio quindi di andarvi ad ascoltare anche la discografia precedente: vi stupirà. Copertina del Cd stupenda! (Katia Del Savio)

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PIN CUSHION QUEEN: NEL SEGNO DI TIM BURTON

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Nuovo appuntamento per INDIANA MUSIC MAGAZINE, che questa volta vi porta alla scoperta dei Pin Cushion Queen, formazione bolognese di cui potreste aver già letto dalle nostre parti, impegnata nella composizione di una trilogia della narrazione fatta di personaggi (Characters), ambientazioni (Settings) e storie (Stories). Una proposta che ha pochi riferimenti nell’attuale panorama italiano, e che ci fa piacere presentarvi attraverso una bella intervista. Ottimi anche i dischi selezionati per le nostre recensioni del mese, in un finire di anno che sta regalando qualche bella sorpresa: Angela Kinczly, Pavo Pavo, Opeth, Ohio Kid e Fujima. Cliccate sulla copertina qui sopra, il download del magazine è gratuito!

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JOSEPH PARSONS: QUANDO IL ROCK NON DIMENTICA LE SUE ORIGINI

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Ce la siamo presa comoda, ma finalmente torna INDIANA MUSIC MAGAZINE! La cover story, prima di tutto: protagonista del numero è Joseph Parsons, artista statunitense e per la verità cittadino del mondo, fra i padri della scena emo-folk-rock di Filadelfia, che ha recentemente pubblicato il bellissimo doppio album The Field/The Forest. Con una seconda intervista, quella a Carla Zerbi (Rouge Promozione Musicale), abbiamo cercato invece di andare incontro alle vostre curiosità sulle diverse professionalità coinvolte nella filiera discografica, approfondendo qui il lavoro di promozione grazie allo sguardo attento dell’intervistata. Molto ricca anche la sezione recensioni, con Francesco Di Bella, Mother Island, Hello Shark e Piers Faccini. Cliccate sulla copertina e passate un Halloween da indiani!

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PIERS FACCINI, I DREAMED AN ISLAND, BEATING DRUM/PONDEROSA MUSIC & ART 2016

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Altro che Brexit, altro che fine dell’Europa. Piers Faccini è un artista che per storia personale racchiude in sé diverse culture: madre inglese, padre italiano e residenza nel sud della Francia. Cantautore e pittore, nel suo nuovo album Piers supera anche i confini europei attingendo, fra le altre, a sonorità provenienti dall’alta sponda del Mediterraneo. Per Piers l’isola sognata nel titolo del disco è la Sicilia del XII° secolo, un luogo idilliaco in cui le culture arabe, bizantine ed europee si fondevano armoniosamente. I Dreamed an Island è senz’altro frutto di un duro lavoro di ricerca nelle radici della musica e della cultura che accomuna i Paesi mediterranei e non solo, prendendo spunto da tradizioni folk di varia provenienza. In Bring down the wall, manifesto sulla tolleranza che funge da punto focale del disco, fra una strofa in inglese e l’altra (con un fraseggio che ricorda quello dell’amico Ben Harper) si insinua qualche frammento in dialetto salentino. In The Many Were More è la lingua araba (tratta dal poema dell’arabo-siciliano Ibn Hamdis e cantato con l’algerino Malik Ziad) ad accompagnare l’inglese, mentre nell’iniziale To be Sky si possono scorgere echi di ballate celtiche. Molto intensa Beloved, con un inizio a cappella che lascia senza fiato e il resto del brano, arabeggiante, altrettanto coinvolgente, mentre il successivo, più solare, Anima mescola sonorità mariachi a parole in palermitano, e così via, in un gioco di continui rimandi, intrecci linguistico-musicali difficili da sbrogliare. Il compimento di questo lavoro certosino è stato possibile grazie alla collaborazione di diversi musicisti dalle svariate provenienze geografiche: dal violinista tunisino Jasser Haj Youssef al bassista americano Chris Wood, dal percussionista franco-iraniano Bijan Chemirani agli italiani Simone Prattico (batterista e percussionista) e Luca Tarantino (chitarrista) e molti altri. Lo stesso Piers Faccini ha suonato numerosi strumenti a corde, compresa una chitarra costruita apposta con l’aggiunta di mini tasti per suonare in toni maggiori. Nonostante l’eterogeneità culturale volutamente cercata, l’album sprigiona un suono compatto, armonioso, che trasmette un generale senso di serenità, anche quando, nella conclusiva Oiseau si parla di un potenziale terrorista che chiede di essere risvegliato dal cinguettio degli uccelli. (Katia Del Savio)

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FRANCESCO DI BELLA, NUOVA GIANTURCO, LA CANZONETTA REC 2016

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Ascoltare Francesco Di Bella è come fare un tuffo nella metà degli anni ’90, quando la musica italiana ebbe un sussulto, quando esplose una nuova creatività e nacquero moltissimi gruppi, che diedero una scossa, non solo artistica, ma anche culturale a un Paese forse un po’ troppo intorpidito. Francesco Di Bella allora era il leader dei 24 Grana, una delle band, insieme ai 99 Posse, agli Almamegretta, a Neffa e i Messaggeri della Dopa e ad altri, che dal Sud contribuirono fortemente a questa rivoluzione indie, una rivoluzione che, anche se un bel po’ assopita, ha effetti benefici ancora oggi. Ed è proprio con la collaborazione di alcuni di quei colleghi che, lasciati i 24 Grana, Francesco ricomincia con un album solista. Il titolo richiama l’attenzione nei confronti di Gianturco, quartiere periferico di Napoli, ex zona industriale che avrebbe dovuto essere riqualificata e modernizzata, ma che in realtà secondo i suoi abitanti è stata abbandonata a se stessa. L’aggettivo “nuova”, aggiunto da Di Bella, può essere visto quindi con ironia o con speranza, perché l’album racconta sì di gente che fugge dal degrado (Gina se ne va, bellissima), che è arrivata a Napoli scappando da un Paese lontano e portando con se tanta malinconia (Aziz, con i 99 Posse) che si vorrebbe ribellare agli “invasori piemontesi” (la cover di Briganti se more, scritta nel ’79 da Carlo D’Angiò ed Eugenio Bennato) ma lo fa con una delicatezza infinita, senza urlare, con uno sguardo benevolo, provando a far emergere punti di vista positivi (come nella “souly” Progetto – secondo singolo che sembra stato scritto per Neffa, che infatti vi canta – oppure nella conclusiva Guardate fori), o sogni di un futuro migliore (il primo singolo Tre nummarielle). Il disco ha un suono fresco e moderno: elettronica e strumenti acustici si fondono in modo compatto grazie alla raffinata produzione di Daniele Sinigallia, con il quale Di Bella aveva già lavorato al precedente disco, di cover, intitolato Francesco Di Bella & Ballads Cafè, e che qui è attivo anche come musicista (chitarre e programming). Disco da ascoltare ripetutamente. (Katia Del Savio)

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