Tag Archives: label

IN ATTESA DI PETE ROCK

Pete Rock_easy

Cresce tra gli appassionati della musica rap l’attesa per PeteStrumentals 2, disco strumentale di Pete Rock, uno dei più innovativi e solidi produttori hip-hop degli ultimi vent’anni. Il disco arriverà a una certa distanza, notevole, per la verità, dal precedente volume uno uscito ormai nel lontano maggio del 2001 per l’indipendente BBE Records. A distanza di quattordici anni – PeteStrumentals 2 uscirà il prossimo 23 giugno – cambia solo l’etichetta, questa volta la Mellow Music Group, label che sta raccogliendo da un paio di anni al suo ovile i migliori nomi della scena rap d’oltreoceano. Il talento del rapper/produttore, come si può ascoltare dal singolo Cosmic Slop (stesso titolo di un album dei Funkadelic) pare avere acquisito nel tempo ancora maggiore consapevolezza fino a condensare in soli due minuti e mezzo più di cinquant’anni di black music: il caratteristico “ritardo” del beat, vero e proprio marchio di fabbrica della casa, è solo l’architrave su cui Pete Rock erige la sua Babele sonora. Tutto in Cosmic Slop possiede un equilibrio e una giusta collocazione tanto che dal tappeto di note e di suoni campionati emerge distintamente il respiro della metropoli contemporanea. Il suggestivo video in bianco & nero, opera di Jay Brown & Zack Kashkett, non fa che accentuare le profonde radici street del pezzo. (Matteo Ceschi)

Advertisements
Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

DIAMOND DISTRICT, MARCH ON WASHINGTON, FATBEATS RECORDS/MELLO MUSIC GROUP 2014-15

March on Washington_easy

Oddisee, Uptown XO e yU provengono dal più profondo underground del District of Columbia e il fatto di essere approdati alla Fatbeats Records – oggi la migliore etichetta hip-hop statunitense che per la qualità dei prodotti può rivaleggiare persino con l’estinta Rawkus – non ha smussato il loro approccio street e da commentario sociale. Il loro sguardo musicale rimane critico anche in un momento, quello della presidenza Obama, in cui molti con superficialità facilona dimenticano il “brutto che rimane in giro.” I Diamond District piombando sui palazzi del potere, li scoperchiano e rammentano a chi li abita che, solo a poche centinaia di metri dal Campidoglio e della Casa bianca, orde di disperati e delinquenti premono per uscire da edifici fatiscenti e ridisegnare con tinte forti la cartolina della capitale mondiale del potere. Ed è proprio al concetto di “power”, in particolare al potere delle parole e del suono, che il trio di MCs capitano da Oddisee (che produce tutto l’album) si affida per fare ritornare il rap alla sua prima missione, quella di “voce dei senza voce.” Senza gli isterismi “gansta” degli N.W.A., March on Washington raggiunge con un’efficacia tagliente in stile Public Enemy le menti di quanti sono disposti a vedere. A facilitare il compito, un tappeto di beat che più che al mood hardcore di Terminator X e soci sembra, invece, rifarsi al mood jazzato dei Gang Starr di Guru e DJ Premier. (Matteo Ceschi)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

SIENA ROOT, PIONEERS, GAPHALS/CLEOPATRA RECORDS 2015

Siena Root_by Nikola Adamovic_easy

Il bollino dorato che accompagna l’uscita sul mercato statunitense del sesto album della rock band di Stoccolma riporta con sicurezza la seguente dicitura “Un massiccio mix di Deep Purple & Iron Butterfly.” A ben vedere, però, questa etichetta a uso e consumo del mercato discografico, non rende del tutto l’idea di cosa ci si possa aspettare da Pioneers. L’album – otto brani più una ben riuscita cover di Whole Lotta Love degli Zeppelin – infatti, più che fare riferimento a delle band in particolare guarda piuttosto a quel mood sonoro, assai diffuso a cavallo tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta, che inaugurò la stagione dell’hard rock. Qua e là i segni del lato più ruvido ed aggressivo delle sonorità psichedeliche servono a reggere la mole culturale incombente dei Seventies come si può facilmente constatare con l’ascolto della lunga e ed epica In My Kitchen, il momento più ispirato di tutto il lavoro. Per il resto il disco sembra incolonnarsi senza particolari guizzi con le armate rock scandinave che a partire dai Graveyard stanno colonizzando con la foga di antichi conquistatori tutte le lande europee. Produzioni analogiche ineccepibili non fanno che esaltare ancora una volta le qualità dei maestri svedesi. (Matteo Ceschi)

Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,
Advertisements
%d bloggers like this: