Tag Archives: Matteo Ceschi Original Photos

IN PRINCIPIO IL GRUNGE ERA INDIE… ED INDIE È RIMASTO

Un veloce tuffo nella popolosa e trasandata galassia grunge, e in particolare nella sua matrice indipendente, è il centro di questo ventiquattresimo numero di INDIANA MUSIC MAGAZINE, un’uscita che ci permette anche di salutare, con non poco rammarico, Chris Cornell, immortalato con i suoi Soundgarden negli scatti di Matteo Ceschi durante il loro concerto del 2012 a Milano. Una folta sezione di recensioni vi presenterà poi alcuni degli album più interessanti degli ultimi mesi, a cominciare da Mara Redeghieri e Tanika Charles. Non vi resta che cliccare sulla copertina per il download gratuito. Buona lettura! E grazie, Chris.

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JAZZ PER AMATRICE

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La giornata meteorologicamente parlando non è delle migliori. Cielo grigio e lattiginoso e un notevole teso di umidità su Milano. Arrivo al Teatro Continuo, al centro del Parco Sempione, che il set di Giovanni Falzone e Enrico Intra è appena iniziato. Il primo, un ragazzone ormai maturo che sembra essere un rapper del Bronx – i suoni che escono dalla sua tromba non nascondono l’ammirazione per l’ultima incarnazione della black music. Il secondo con la sua chioma bianca, invece, ricorda Gil Evans e armeggia come mago Merlino al piano. Il set dura 15 minuti, forse, 20. Improvvisazione allo stato puro che lascia ammirata la platea assiepata sull’erba. Suonano per raccogliere fondi per ricostruire il Teatro Giuseppe Garibaldi di Amatrice devastato dal terremoto (la maratona jazz è stata promossa dall’associazione I-Jazz e coordinata da Antonio Ribatti direttore artistico del Milano Jazz Festival). Falzone e Intra si esibiscono con vigore e energia. Quasi a volere opporre alla forza distruttrice del sisma quella rigenerante e confortante della musica. Scatto e ascolto. Non potrei fare altrimenti. Scatto e continuo ad ascoltare cercando di catturare un frame di quell’energia. Scatto e poi smetto al primo applauso. L’esibizione è finita, certo. Per la ricostruzione ci vorrà ancora molto. Lo sanno loro, gli artisti che lasciano il palco ai colleghi. Lo sa il pubblico. Lo sa il fotografo. Non sono il solo a guardare in alto. Immagino le note volare verso Amatrice… (Matteo Ceschi)

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MIMOSA: SOSPESA TRA GRAZIA E IRONIA

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Numero doppio, aprile-maggio, di INDIANA MUSIC MAGAZINE, dove con grandissimo piacere ospitiamo Mimosa, artista poliedrica, divisa tra musica e recitazione, che ci ha stupiti con il suo primo disco, La terza guerra. Tra contagiose risate e spruzzate di grazia e ironia, Mimosa ci ha concesso una generosissima intervista per la quale non possiamo fare altro che ringraziarla. Fidatevi di noi Indiani e andate alla scoperta di un’artista che noi sosteniamo con tutto il nostro affetto. E se non vi basta, troverete un gustoso racconto “gonzo style” dedicato a Shilpa Ray e due validi consigli discografici, Explosions In The Sky e Caravan Palace. Come sempre il download è gratuito: cliccate sulla copertina e buona lettura!

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LA MIA NON-INTERVISTA A SHILPA RAY

Shilpa Ray 02

Quando, un anno fa, mi sono imbattuta in Last Year’s Savage di Shilpa Ray (cliccate qui per saperne di più), ho sperato in cuor mio che l’artista capitasse in Italia, in modo da poter scambiare due parole con un essere umano tanto tormentato, affascinante e inafferrabile. Ecco, inafferrabile è la parola giusta. Il mese scorso, con le date italiane dell’artista lanciata da Nick Cave, l’occasione era arrivata e mi ero accordata col suo management per un’intervista. O meglio, avremmo dovuto dedicare a Shilpa Ray intervista, session fotografica e copertina di Indiana Music Mag. Il giorno convenuto, armato di fotocamere, il nostro Matteo Ceschi si è sorbito qualche ora di un evento privato milanese prima di riuscire, faticosamente, a scattare delle foto e tornarsene mestamente a casa, senza intervista. Avventura poco invidiabile, che il nostro ha superato con una pazienza che nessuno di noi gli avrebbe mai riconosciuto (più qualche sfogo irripetibile via Whatsapp). E chissà se gli hanno almeno offerto un drink.  Ad ogni modo (lascio a lui il racconto del secret party) a me, promotrice dell’iniziativa, non restava che prendere nuovi accordi col management di Shilpa: poche domande per iscritto, e avrai risposta. Bene, non sto a riassumervi le peripezie varie, ma risposte non ne ho avute, ho anche cominciato a pensare che intervistare Madonna (o LA Madonna) potesse essere più semplice, e mi stavo arrovellando su un pezzo da scrivere circa tutta la vicenda, senonché un giorno appare sui profili social di Shilpa questo messaggio:

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Fantastico, ho avuto una non-risposta alla mia non-intervista, peraltro all’unica domanda a cui Shilpa Ray ha deciso di non rispondere (le altre, a carattere musicale, sono ancora sospese nell’etere). Ebbene sì, l’ho fatto: ho chiesto a Shilpa Ray (che sì, è nata nel New Jersey da immigrati indiani) un commento sulla crisi dei rifugiati e sull’innalzamento più o meno metaforico di barriere, muri fisici e mentali di protezione (da cosa?).  Ho sbagliato? È una domanda stupida? Banale? Semplicemente inappropriata? Che poi se non glielo chiedi si offende, perché diciamocelo subito, con una come Shilpa Ray si sbaglia comunque…  Non lo so e sono domande che mi faccio qui con voi. Capisco molto bene la sua rabbia nel sentire di dover vedere il mondo attraverso determinate categorie, imposte da altri, ma non era quello il senso delle mie parole. Insomma non so dire se la mia era una domanda da porre o meno, ma io vivo qui, nell’Europa della crisi dei rifugiati, degli Stati che chiudono le frontiere, o anche di Fuocoammare che vince a Berlino, e quello che non vivo direttamente lo leggo, e sento di un’America in cui un certo signore parla di un muro al confine col Messico (da far pagare ai messicani!), e quindi sì, stanti così le cose ho pensato che una come Shilpa Ray potesse avere una sensibilità particolare a riguardo, e qualcosa di interessante da dire, per il suo vissuto personale, o per le sue scelte artistiche, o semplicemente perché di solito questo gli artisti hanno, qualcosa di interessante da dire.

E qui certo ho sbagliato, perché come molti altri artisti Shilpa vive nel SUO mondo, una realtà a forti tinte persecutorie da cui non ha alcuna intenzione di emergere. Shilpa Ray è autrice di uno strano miscuglio di blues, soul e punk che si è rivelato essere una delle proposte più interessanti degli ultimi tempi, un rockaccio sporco abitato da ossessioni per sesso, tradimento, morte, sangue ed elementi materici e corporali di ogni tipo, dai titoli provocatori e dallo humour beffardo, scuro e decadente, musica che, se si regge il primo schiaffo, sa conquistare. Immersa in quella realtà, quando scrive testi scostanti o quando infiamma il palco imbracciando l’harmonium indiano, Shilpa Ray ha sempre ragione, come ogni artista vero, e di cose da dire ne ha a tonnellate. È quando deve relazionarsi con l’altra parte della barricata (perché, dimenticavo, lei è in guerra) che cominciano i problemi.

Shilpa Ray 01

In quest’altro mondo, quello dei rifugiati, di Trump, di Parigi e di Bruxelles, del Bataclan e di Charlie Hebdo, dei contratti a progetto e di un futuro non più lungo di 6 mesi, vivo io, che appartengo a pieno titolo a quella generazione di trentenni derubati del proprio futuro che si destreggiano tra desideri non realizzati e asfissianti incombenze quotidiane. Qui, a differenza che nel mondo di Shilpa, è tutto molto più sfumato, e dire chi ha ragione è impossibile. Faccio questo lavoro con molta serietà e naturalmente ne faccio anche un altro, con altrettanta serietà, per mantenermi. Utilizzo ogni giorno un decimo delle mie qualità perché con i nove decimi tengo a bada le frustrazioni e mi barcameno nelle ansie quotidiane, riservando il mio meglio per un futuro che non ho il tempo di costruirmi e una vita che non è mai ora, è sempre dopo. Andrò in pensione a 174 anni con un assegno insultante. Quindi, Shilpa, non dico che tu mi debba ringraziare per le domande che ti rivolgo o lo spazio che ti dedico, ma deponi l’ascia di guerra, perché sappi che tu stai dalla mia parte come io sto dalla tua, non attaccare a priori, tu che canti ingiustizie e frustrazioni, rabbia e rassegnazione, perché se mi conoscessi staresti con me, credimi.

E poi, diciamolo, prendersela coi giornalisti (giornalista, io? Non so nemmeno io cosa sono, e indugio qui mentre cerco strade alternative, o alibi per non cercarle) quando hai management, ufficio stampa, staff e quant’altro che altro non fanno che sfinirci per ottenere spazi, recensioni, interviste, non è proprio una furbata. Fatti le domande e datti le risposte, verrebbe da dire, ma d’altronde mi rendo conto che è sempre un po’ così con chi dev’essere ribelle e alternativo a tutti costi, e vive in un mondo persecutorio/vittimistico che all’occasione si rivela comodo per sfuggire a responsabilità di qualsiasi tipo, fossero anche tre semplici domande; non è una novità e va bene così, è nel gioco delle parti.

Di buono c’è da dire che mentre scrivo sto riascoltando Last Year’s Savage e suona bene oggi come un anno fa, il che è un ottimo segno. Burning Bride, Pop Song For Euthanasia, Nocturnal Emissions, Johnny Thunders Fantasy Space Camp… non ce la faccio, Shilpa, a non volerti bene, e anche oggi, come in passato, ti sto facendo un buon servizio. Le risposte vere, se vuoi, cantamele nel prossimo album. Love, Elisa

(testo di Elisa Giovanatti, foto di Matteo Ceschi)

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IL PIU’ FUNKY DEL PIANETA

Prince, Milano, November 3, 2009_02 bis 72

Ho visto Prince una sola volta. Nel 2010 a Milano. Un regalo di mio fratello, un grandissimo fan del Genio di Minneapolis. Com’è stato? L’esperienza più funky della mia vita. Forse persino una delle più sexy – per quanto un eterosessuale possa trovate sexy un altro uomo. Io che mi ero perso Hendrix – pur con molti capelli bianchi, l’anagrafe, in questo caso, mi remava contro – avevo davanti a me l’artista che più gli si avvicinava. Prince quella sera, come tutte le altre, fu un chitarrista straordinario capace di fare rivivere in quasi tre ore di concerto l’intera storia del funk e del rock. La musica sgorgava dalla sua chitarra con una spontaneità e una naturalezza mai viste prima. Nota dopo nota conquistava le immancabili distrazioni che affollano ogni concerto che si rispetti. Dopo appena dieci minuti di performance la platea era con lui. Hits o non hits. Il Genio di Minneapolis era uscito dalla lampada per poi rientrarvi velocemente con i suoi fans… Vecchi e nuovi. Benvenuti nel mondo fantastico di Roger Nelson… (testo & foto di Matteo Ceschi)

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ROIPNOL WITCH: PASSIONARIE DEL ROCK

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Rock italiano grintoso e al femminile: è quello delle Roipnol Witch, protagoniste del numero 16 di INDIANA MUSIC MAGAZINE con un’intervista che spazia fra Starlight (il loro ultimo album) e femminismo, fra Italia e New York, fra Yeah Yeah Yeahs e Patti Smith. Le Roipnol Witch sono attualmente in tour nel nostro Paese e il consiglio di Indiana è di non perdervele per nessun motivo! Tanta qualità anche nella sezione recensioni, con gli ultimi lavori di Ulan Bator, Tanita Tikaram, Nap Eyes e John Holland Experience. Cliccate sulla copertina per il download gratuito del magazine. Buona lettura!

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DAGLI ARCHIVI DI INDIANA I REFUSED LIVE NEL 2012

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In occasione dell’uscita di Freedom (Epitaph Records),  il nuovo album della punk-rock band di Umeå, INDIANA MUSIC MAGAZINE vi regala una serie di scatti inediti catturati da Matteo Ceschi a Milano il 4 giugno 2012 durante il tour della reunion dei Refused. All’epoca noi indiani facevamo parte di un’altra tribù, quella storica di Musica & Dischi, ma già eravamo molto attenti a cogliere ogni sfumatura del mondo indie. Buona visione & buon ascolto.

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BILAL SVELA LA NATURA DEL SOUL AL PUBBLICO ITALIANO

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Non erano ancora svaniti nell’etere i vapori stregati di Halloween, che Bilal, soul singer di Philadelphia, già collaboratore di Common, Erykah Badu e Roots, intonava i primi vagiti nu-soul sul suolo italiano. Una voce calda, profonda e capace di spingersi con autorevole dolcezza verso il corpo sudato del funk, ha agitato la platea del Biko di Milano, indirizzando il pubblico talvolta verso la classicità di Donny Hathaway, altre spingendolo tra le braccia invitanti del migliore Prince degli anni Ottanta (Bilal sul palco ha le movenze e l’attitude tipica del genio di Minneapolis). L’unica data italiana del tour europeo di Bilal se da un lato è stata un’occasione per fare conoscere le ultime composizioni dell’album A Love Surreal, quarto album di una fortunata carriera, dall’altro ha proposto un ensemble (basso, batteria, chitarra e tastiere) non solo in grado di giocare all’interno dei singoli brani con i classici standard soul-funk ma anche di trarre da essi estemporanee ispirazione per gustose divagazioni sonore (che, per fortuna, non hanno risentito eccessivamente di un impianto sonoro non sempre all’altezza).

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Per chi fosse stato digiuno di black music, lo show notturno di Mr. Oliver ha offerto un perfetto distillato in grado di rilanciare le speranze musicali di fan e neofiti del genere. Voto: 8/10 (Matteo Ceschi)

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L’OBIETTIVO DI INDIANA SI CALA NELLA QUOTIDIANITÀ

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Matteo Ceschi So Close/Così vicino
a cura di Federico Ramponi

AREA35,via Vigevano 35, Milano (opening 18:30-21:30)

Matteo Ceschi (1974) è milanese. Come giornalista musicale, ha scritto negli anni per le principali riviste del campo ed è tra i fondatori di INDIANA, testata on-line dedicato alla indie music. Ha cominciato con le foto dei solisti e delle band, ma anche dei buskers colti mentre suonavano per strada, scoprendosi interessato allo studio di carattere, alle espressioni del viso e alle posture più che all’immagine oleografica del chitarrista rock in posa. Il passaggio alla sua versione della street photography è venuto spontaneamente anche se un po’ per volta.

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INDIANA: IL FOGLIO D’INFORMAZIONE E L’ARTISTA INDIE DEL MESE

INDIANA intestazione free pdf

A partire dai primi di ottobre sarà scaricabile sul sito INDIANA l’omonimo foglio d’informazione in pdf, INDIANA. NOTE DAL MONDO INDIE – contenente interviste, recensioni, rubriche e news relative all’universo indie – che dedicherà la copertina del numero all’artista indipendente del mese. Senza precluderci nessun genere musicale, avremo cura di dedicare uguale attenzione sia ai prodotti nostrani che a quelli europei ed extra-europei e di collaborare nelle scelte gomito a gomito con il MEI di Faenza. Con l’obiettivo di dare vita a un archivio fotografico “indie(pendente)” tenteremo – impegni reciproci permettendo – di creare occasioni in cui fotografare in contesti inediti gli artisti scelti per l’apertura di ogni singolo numero. Il lavoro verrà affidato all’obiettivo di Matteo Ceschi. Fin da ora chiediamo la collaborazione di tutti per riuscire a presentare al pubblico esordienti e storici volti della discografia indipendente in una nuova ed affascinante versione “indiana”.

COMING SOON…

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