Tag Archives: Mumford & Sons

DI OACH, DI OACH, AUTOPRODUZIONE 2015

diOach

Riscoperto in anni recenti, specie nella sua variante più intimista e sussurrata, il folk sta pian piano popolando il suo panorama di tante belle nuove realtà, band lontane dai riflettori e dal clamore che fanno musica di grande qualità e autenticità. Con la freschezza tipica dell’opera prima e la libertà artistica dell’autoproduzione si affacciano in questo contesto anche i Di Oach, giovanissimi vicentini che propongono sonorità prevalentemente acustiche, raffinati intrecci vocali e atmosfere lievi e delicate. Piacevolissimo il primo brano, The Mountain Fox, che rivela subito quanto sia stata assimilata la lezione vocale di Joe Newman degli Alt-J, il cui saliscendi stralunato delle melodie è qui riproposto dal bel timbro caldo di Nicola Traversa. Nella successiva Don’t Know stupisce l’Irish pipe, ma il quartetto del resto pesca in ugual misura in Nord Europa e America; i ritmi lievi sono spesso ulteriormente addolciti dalla seconda voce femminile, mentre quando si fanno più cadenzati ricordano nemmeno troppo da lontano i Mumford & Sons. Il suono del glockenspiel dà un tocco fiabesco e sognate a tutto l’album, che dipinge spaccati di vita quotidiana per immagini evocative più che per racconti. Pagine raffinate si ascoltano in Every Early Morning, Who Won, Who Lost, Stubborn’s Cure e The First Time, il pezzo più americano, un country-blues molto ben riuscito. Si chiude con Like The Oaks, brano da cui prende il nome la band (di Oach, nell’antico dialetto cimbro, è la quercia): nel bell’intreccio di voci si innesta con la massima naturalezza possibile anche la tromba, che svolazza a lungo  senza minimamente scalfire gli equilibri del brano. (Elisa Giovanatti)

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THE RAMBLING WHEELS, THE THIRTEEN WOMEN OF ILL REPUTE, RUMBLIN’ RECORDS 2015

ramblingwheels

Arriva anche in Italia il terzo album degli svizzeri Rambling Wheels, allegri e pittoreschi giovani in bombetta e giacche di panno (giusto per invogliare i fan di Mumford & Sons). L’inizio è prorompente: Cassius (Versus The World) impiega pochi secondi a catturare tutta la nostra attenzione, col suo garage rock moderno e forse un pochino edulcorato, ed è subito gran divertimento; a seguire Marylou, unica ballata del disco, anch’essa di un’immediatezza disarmante, e Giving It All The Gold a completare un trittico di tutto rispetto. Melodie azzeccatissime, chitarre che emergono qua e là, sporche ma non troppo, pianoforte onnipresente e ritmi da puro spasso non fanno nulla per nascondere gli evidentissimi debiti verso Arctic Monkeys e dintorni (una parola va spesa anche per gli Strokes, che risuonano chiaramente in How It Blows Your Mind e Running After Time), ma il tutto scorre con una naturalezza tale da far presto dimenticare ogni influenza esterna per godere semplicemente dell’ascolto di ogni singolo brano. A ben guardare, poi, emergono anche particolari inaspettati, come il leggerissimo tocco soul di Shadows We’ve Become. Senza pretese, a volte, si centra l’obiettivo. (Elisa Giovanatti)

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